La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 15 ottobre 2016

Due o tre cose che si possono imparare dalla fragilità

di Vittorio Bonanni 
Mentre mi accingo a scrivere intorno al libro di Roberto Gramiccia “Elogio della fragilità” (Mimesis, euro 12,00, pp. 128), in questi giorni in libreria, mi vengono in mente due riferimenti culturali che danno bene il senso di questo lavoro intriso della migliore cultura umanistica. “La condizione umana” del grande scrittore francese André Malraux, in cui protagonisti sono un gruppo di rivoluzionari nella Cina degli anni ’30 e l’inevitabile loro morte sia pure per una causa giusta;e il grande regista statunitense Woody Allen, il quale nell’ultimo film “Café Society” afferma, con la sua consueta ed amara ironia, che "la vita è una commedia scritta da un sadico che fa il commediografo".
Perché questi due esempi apparentemente così distanti? Perché in entrambe i casi la fragilità appunto appare in tutta la sua evidenza, come pure nella sua forza. Nel primo caso lo scenario è drammatico ed estremo tanto da far dire all’autore in una delle ultime pagine che “tutti gli uomini sono pazzi” popolata come era la Cina di allora di “avventurieri, esaltati romantici e cospiratori eroici”; nel secondo subentra il divertimento anche se l’ottantenne cineasta, pur vantandosi della sua longevità, non perde occasione per segnalare l’incombere della morte, inevitabile evento della nostra vita, e la necessità di buttarla sul comico per combattere la crudeltà di questo destino. Insomma l’ineluttabilità della fine spinge l’essere umano a battersi per una società migliore anche pagando con la vita questa decisione,o comunquea darsi da fare per alleggerire un’esistenza che al contrario sarebbe un incubo.
La filosofia del libro di Gramiccia, medico, scrittore, critico d’arte ed ideatore di eventi culturali, è proprio questa: fare leva sulla fragilità, caratteristica di tutti gli esseri umani a prescindere da ciò che appare, per trasformarla in qualcosa di positivo e se possibile anche di bello ed utile. Il volume, corredato dalla prefazione del filosofo e politologo Michele Prospero e dalla postfazione dell’artista-architetto Lorenzo Romito, è in parte autobiografico e, passando attraverso l’impegno esistenziale dell’autore, coniuga il tema della fragilità con la giovinezza, caratterizzata da politica e studio, con la scelta della facoltà di medicina, che “della frequentazione della fragilità fa la sua regola aurea”, e la passione per l’arte, che Gramiccia ritiene essere materia molto vicina alla medicina per più di una ragione.
Partiamo dalla politica. Quella buona serve proprio ad attenuare le mille fragilità che accompagnano la vita di milioni di persone. Le quali, nei momenti migliori della storia di questo disordinato e per certi versi inguardabile pianeta, sono riuscite a mettersi insieme trasformando appunto una grande fragilità in una energia immensa che ha destato più di una preoccupazione ai potenti di turno. Una “forza immateriale che trasforma la debolezza in forza” scrive l’autore il quale aggiunge a riguardo che “oltre alle ragioni ontologiche della fragilità, quelle che ci rendono tutti vulnerabili in quanto nati, esistono poi le ragioni sociali che ti rendono debole. Queste seconde si possono rimuovere solo partendo dalla presa d’atto dell’ingiustizia che le produce. In altre parole ancora una volta la consapevolezza degli sfruttati è alla base di ogni possibile rivolta e di ogni profonda trasformazione”.
Uno scenario che purtroppo è ora quasi completamente assente e che drammatizza dunque l’irrilevanza e l’isolamento di milioni di persone. Dare un ruolo importante all’arte nell’ambito di questo ragionamento così intenso “può sembrare stravagante” sostiene l’ autore, ma in realtà non è così. “Se è vero infatti che la filosofia discende dall’angoscia dell’uomo di fronte allo sgomento dell’esistere e alla paura del morire è altrettanto vero che l’arte condivide questa origine”. Ne deriva una scontata sensibilità dell’artista che per definizione diventa così un “soggetto fragile predisposto al miracolo della creazione”.
Tutto ciò viene messo in crisi in questa fase storica dal dispotismo neoliberista che “tutto trasforma in merce e attacca selvaggiamente questo rapporto uccidendo l’arte proprio nel momento in cui, sull’altare del profitto, la disconnette appunto dalla fragilità”. Proprio in questo, secondo l’autore, l’arte assomiglia alla medicina. Perché entrambe sono nate per rispondere all’angoscia dell’esistere e del morire ed entrambe, invece, sono in crisi perché divenute ancelle della società dello spettacolo e del profitto, dunque sempre più distanti dal soggetto di riferimento, cioè l’essere umano con tutte le sue angosce e preoccupazioni.
“La medicina fa della frequentazione della fragilità la propria regola aurea e non c’è medico che non sia sottoposto al contatto quotidiano con il soffrire” dice lo scrittore. Ma l’eccessiva settorializzazione di quest’”arte”, come la definisce Gramiccia, la distanza sempre più marcata dall’oggetto della cura, cioè l’individuo, motivata da una tecnologizzazione che andrebbe maneggiata con più cura per non diventare da preziosa dannosa, ed infine, ed è questo il punto, la privatizzazione di un servizio che dovrebbe essere pubblico per definizione, hanno trasformato appunto la medicina in “altro da sé”, ne hanno mutato l’identità originaria.
Proprio come è successo e sta succedendo alla politica, sempre più distante dai bisogni primari della gente. L’invito dunque che arriva da questo libro di cui consiglio vivamente la lettura, rivolto sia ai singoli individui che a soggetti collettivi, è di non arrendersi di fronte alla fragilità, di convertirla piuttosto “in forza creativa e rivoluzionaria”.La fragilità quindi non come condanna ma come presupposto di riscatto e di vita.

Fonte: controlacrisi.org

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