La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 15 ottobre 2016

Per un lessico neomunicipalista

di Francesco Festa
Secondo interpretazioni da manuale, il municipalismo è la tendenza a difendere gli interessi delle autonomie locali contro gli interessi più generali. Un provincialismo da genius loci: dai tratti fortemente identitari in difesa di “comunità immaginate” e con un forte senso dei luoghi. Invece, il neomunicipalismo è la costruzione di autonomia e l’organizzazione di ciò che non è né di proprietà pubblica, né di proprietà privata, ma è comune. Il neomunicipalismo è l’organizzazione del comune a partire dagli desideri e dai interessi di chi abita la città, e contro le politiche di austerità della Troika, la governance finanziaria europea e le politiche neoliberiste dei governi nazionali.
Inoltre, il movimento neomunicipalista ha una vocazione a costituire reti, organizzazioni, fronti di lotta comuni a livello europeo.
Quando parliamo di neomunicipalismo non ci riferiamo a un provincialismo autarchico, cristallizzato su feticci di identità, ma a un movimento con una vocazione maggioritaria, di rappresentanza e di governo sostanzialmente e radicalmente democratiche. Quelle che abbiamo non sono le uniche istituzioni possibili. Ne consegue che la leva ispiratrice del neomunicipalismo è il potere costituente. Storicamente le istituzioni democratico-liberali e rappresentative sono l’esito della modernità europea, della lotta della borghesia in difesa dei propri interessi, in difesa della proprietà privata. Queste istituzioni sono per costituzione in trasformazione. E laddove si verifichi, la trasformazione si determina in istanze che divengono senso comune, cioè abbiano una percezione realisticamente maggioritaria; e al contempo, in contrapposizione di forze nella società, ossia lotta di classe fra gli interessi dei pochi e gli interessi dei molti.
È indubbio che esista e una fetta maggioritaria e una maggioranza di forze produttive nella società stanche di questa democrazia rappresentativa. Un senso comune diffuso e maggioritario che non sopporti più questa rappresentanza istituzionale, formazioni di governo e amministrazioni rette su soggetti che sono sempre più espressione di se stessi, o eletti con un pugno di voti o addirittura non eletti. Ciò che sorprende è come il sistema della rappresentanza da troppo tempo funzioni in questa vacuità.
Se il potere costituente, per definizione, è un potere extralegale, collocato al di fuori dell’ordinamento costituito, va da sé che esso sia l’inizio di un processo che conduce a un nuovo ordine politico-giuridico, cioè al superamento di questa vacuità politico-istituzionale. Far emergere nuove istituzioni vuol dire anzitutto scrollarsi di dosso questo ordinamento costituito totalmente inadatto a rappresentare la composizione sociale e produttiva delle metropoli. La crisi di rappresentanza e dei partiti è beninteso l’incapacità delle istituzioni borghesi di rappresentare la parte maggioritaria della società: chi effettivamente produce da chi se ne appropria indebitamente. Il neomunicipalismo quale potere costituente è il superamento della rappresentanza politica, degli interessi di partiti; ed è il tentativo di inventare nuove forme e prassi istituzionali sostanzialmente democratiche, dove tutte e tutti siano in grado di appropriarsi della decisione, della partecipazione e dell’esercizio del governo. Importante è che gli interessi alla base del potere costituente siano quanto più maggioritari e inclusivi degli interessi delle classi subalterne per dar luogo alle nuove istituzionalità.
Chi decide?
La domanda che sta dietro il neomunicipalismo è “chi decide”. Chi esercita il potere? O altrimenti: chi decide delle sorti di una città o di un quartiere o di un territorio? “Chi decide” nasce dalla crisi della forma statale e dei modelli politici tradizionali e dalla sfiducia verso l’Europa della governance. Abbiamo già esposto stenograficamente le cause della crisi della rappresentanza e dei partiti. A queste ne vanno aggiunte altre due: 1. l’esautoramento dei poteri deliberativi ed esecutivi da parte dell’UE sulle materie economico-finanziarie, come misure di spending review, che in Italia ha provocato la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio; 2. la verticalizzazione dei processi di governance in Europa, con la formazione di ciò che Balibar ha definito la “dittatura commissaria”.
Chi decide è un modo di interrogarsi sul governo della città, che è tanto persuasivo quanto rischioso, proprio a causa del fatto che deve cimentarsi con l’amministrazione della città, e non solamente con l’esercizio deliberativo e procedurale. Il rischio è insito proprio nell’amministrare lo spazio urbano tramite l’esercizio di pratiche e linguaggi nuovi capaci di essere inclusivi e di rappresentazione in senso maggioritario la città. Il che, a ben guardare, si traduce nel dare pieni poteri alle assemblee circoscrizionali o popolari su questioni come il patrimonio immobiliare, i trasporti, la scuola, la sanità, le infrastrutture informatiche, la cultura, la formazione ecc. Vale a dire, su questioni che riguardano decisione quanto più orizzontali possibili. Di conseguenza le municipalità o le circoscrizioni possono amministrare solamente a patto che siano in grado di discutere, deliberare e gestire bilanci su questi temi.
Hic Rhodus, hic salta. Spetta ai movimenti, alle reti territoriali e civiche, alla molteplicità degli attori sociali e politici che insistono nello spazio urbano strappare alla gestione dell’amministrazione municipale quanto più potere verso il basso: redistribuire verso le municipalità, verso gli istituti di prossimità, l’autonomia della gestione finanziaria e le politiche di bilancio territoriale. Un’amministrazione o un sindaco illuminato non cederanno sovranità se non vi è dall’altra parte un contropotere in grado di fare da contrappeso e costruire l’alternativa. Se così non fosse, quel “chi decide” resterebbe una bella evocazione – o addirittura invocazione – che non coglie la domanda di partecipazione e gli interessi di coloro che abitano e producono la città.
Beni pubblici, beni comuni, comune
La qualità umana di una città è il riflesso delle nostre pratiche nei diversi spazi della città stessa, anche quando questi spazi sono soggetti a recinzioni, controlli ed espropriazioni da parte d’interessi privati o pubblici. Tra beni pubblici e beni collettivi esiste una differenza fondamentale. Gli spazi e i beni pubblici rimandano all’autorità statale e alla pubblica amministrazione, e non costituiscono di per sé un bene comune. Mentre i beni collettivi sono il prodotto esclusivamente delle forme di relazione sociale, ossia delle soggettività sociali resistenti alla cattura del capitale. Il modo col quale si ordina la produzione o l’accesso a uno spazio o un bene pubblico, o i soggetti deputati a decidere e gli interessi chiamati in causa sono sempre oggetto di conflitto. La conquista e l’uso comune di spazi e beni pubblici sono cioè l’esito di un conflitto costante. Ma per proteggere un bene comune è fondamentale proteggere il flusso di beni pubblici che ne definiscono la qualità, poiché il bene pubblico è sottoposto a interessi privati concorrenti e nel mercato di libero scambio è la proprietà privata che massimizza il bene comune. Ma in realtà non è così. Dunque il controllo del flusso di beni pubblici è dato dalla moltiplicazione di contropoteri territoriali, che in un rapporto dualistico con le istituzioni non solo difendano i beni collettivi, ma ne favoriscano la valorizzazione e la riproduzione. Dopotutto solo chi è produttore sa il valore di un bene e quanta fatica costi dargli vita. Al contrario, il rischio è che le istituzioni pubbliche accrescano sempre più gli interessi clientelari di una piccola fetta di città, di chi ha interessi privati più forti a concorrere nel libero mercato e si appropri indebitamente dei beni collettivi.
In regime neoliberale, coloro che non riescono a produrre valore non hanno alcun diritto di proprietà, dunque non hanno accesso ai beni comuni, ai servizi, alla sanità, alla formazione, al welfare, ai trasporti ecc. Ciononostante, la città è nella sua organizzazione in rete il prodotto comune di un lavoro collettivo, allora il diritto di usare i beni, i servizi, le risorse, le infrastrutture, gli immobili, ecc. della città spetterà a coloro che partecipano alla sua produzione, a coloro che abitano e che vivono la città? “Chi decide” diventa così una lotta da parte di chi abita e produce la città contro il potere di chi vuole appropriarsene in termini privatistici.
Nuove istituzioni e contropoteri
Pensare e inventare nuove istituzioni vuol dire combattere queste forme e pratiche privatistiche, riappropriandosi del comune e dei beni collettivi, difendendo soprattutto il flusso di beni e servizi pubblici che passano dalle istituzioni e dalle amministrazioni periferiche. Ecco perché la conquista e l’uso comune di spazi e beni pubblici urbani sono l’esito di un conflitto costante. Ed ecco perché riappropriarsi del comune vuol dire scontrarsi con il tema della rappresentanza: col campo della politica, dove la produzione della ricchezza sociale o viene potenziata o viene usurpata e annichilita. La rappresentanza partitica o istituzionale viene depotenziata perché risponde agli interessi di un soggetto che si fa tramite di interessi più ampi, ma nella traduzione dal generale al particolare c’è sempre la perdita di poco o molto a seconda dei rapporti di forza. Detto altrimenti: la divisione fra rappresentanti e rappresentati è un ostacolo alla produzione del comune, diventando col tempo un tappo agli spazi di movimento, disattivando cioè quei dispositivi per aprire e tenere aperti i movimenti. Con Machiavelli sappiamo infatti che il principio della democrazia è il conflitto e le lotte sociali, la partecipazione diretta contro l’idea di concordia civica, contro l’idea di delega e rappresentanza di interessi privatistici.
Democrazia sostanziale e partecipazione diretta
Le modalità di partecipazione diretta sono il principio della democrazia. Ciò che conta è che le cittadine e i cittadini possano decidere su come amministrare direttamente le risorse comuni. Queste modalità di partecipazione orizzontale sono delle esternalità positive dell’agire in comune. In altri termini, più in basso e ridistribuiti sono i processi, più diretti e meno delegati, e più possibilità c’è di organizzare il comune, di fare guado alle pratiche corruttive e soprattutto di diventare contropotere alle politiche della Troika. D’altronde, il concetto di transizione ha proprio a che fare con i modi della decisione politica e della rappresentanza delle istanze comuni, cioè di tutte/i, e della gestione dei beni collettivi, contro i flussi di ricchezza e le violente forme di appropriazione privatistica dei pochi.
Da dove siamo partiti: chi decide? Qual è la città, e in essa i luoghi, in cui si è capaci – per dirla con Italo Calvino de Le città invisibili – di “riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno della città, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio”?

Fonte: Euronomade.info 

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