La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 14 ottobre 2016

La sinistra neurobiologica

di Felice Accame 
1. Ad una persona sensibile e dotata di buon senso non può sfuggire l'assurdità di certe condizioni di stretta attualità che caratterizzano la vita di tutti noi. Dal fatto che 53 uomini e 9 donne possiedano metà del pianeta o che l'1% della popolazione del pianeta sia più ricco del restante 99% ne dovrebbe dedurre che l'unica forma di governo effettivo operante a livello mondiale è quello della plutocrazia, ovvero del governo dei ricchi. Alla faccia delle presunte democrazie.
Sembrerebbe ormai impostasi un'altra tipologia di darwinismo: una selezione epigenetica dell'uomo “sulla base del denaro, della produzione e del consumo”.
La disparità tra i pochi ricchi e i molti poveri – e le conseguenze per le sorti di un pianeta sempre più distrutto dalla bulimia di primi – è ormai tale che non ci si può che appellare alla ribellione: contro l'idolatria del denaro e contro quell'economia che, invece che scienza della miglior amministrazione della casa comune, si è rivelata poco scienza – inetta nel governare i fenomeni – e molto pratica feroce.
Fin qui, nel suo Elogio della ribellione (Il Mulino, Bologna 2016), Lamberto Maffei ci arriva da persona sensibile e di buon senso. Che a queste e consimili opinioni, però, ci giunga anche da neurobiologo – letteratura neurobiologica alla mano – è più singolare.
2. Vediamone gli argomenti cruciali. Il primo è quello relativo alla velocità operativa ben differente tra quella realizzata dalla macchina chimica del nostro cervello e quella realizzata dalle altre macchine che pur sempre il nostro cervello ha architettato. I sistemi dell'informazione digitale, per esempio, lavorano in nanosecondi, mentre i nostri più semplici riflessi lavorano in molte decine o centinaia di millisecondi.
Quello che Maffei chiama il “ragno delle comunicazioni” contrasta, pertanto, “con ciò che le neuroscienze ci dicono della macchina cervello, sostanzialmente lenta” ma, ahinoi, “la velocità di comunicazione della rete influenza anche il cervello spostandone il funzionamento sul pensiero rapido a scapito di quello lento che sta alla base della riflessione e della decisione responsabile”. Che questa velocità risulti funzionale al sistema capitalistico e alle modalità della sua produzione va da sé: “il consumismo è correlato al pensiero rapido, di marca primitiva e quasi istintuale, importante per la sopravvivenza ma che ha per sua natura una superficialità di giudizio e di decisione”. In un libro precedente – nell'Elogio della lentezza (Il Mulino, Bologna 2014) – Maffei faceva notare come “alla bulimia dei consumi, che è un processo mentale indotto, corrisponda un'anoressia dei valori”.
Il secondo argomento è quello della standardizzazione delle sue operazioni. Nell'evoluzione del cervello “avviene una lenta stabilizzazione dei circuiti nervosi e la progressiva diminuzione del numero dei contatti sinaptici. I circuiti divenuti più stabili tendono a ripetere le stesse funzioni”. Pertanto “si generano molte routine mentali e il cervello si avvicina sempre di più a una macchina le cui funzioni, compreso il comportamento, sono almeno 'parzialmente meccanizzate' e quindi prevedibili”. Ineluttabilmente, sembra che ci si indirizzi verso “la fine del cervello come organo creativo e innovativo” e, dunque non a caso “i borghesi di un tempo o più semplicemente i conservatori, rappresentano (...) il massimo grado di civiltà, quando i comportamenti dei vari individui sono prevedibili e quindi la paura di rivoluzioni, o più semplicemente di noiose manifestazioni di piazza, è ridotta al minimo”.
Il terzo argomento concerne la specializzazione funzionale dei due emisferi cerebrali che, nella loro attività, si inibiscono reciprocamente. Maffei fa notare che l'aumento di attività in uno può portare a diminuzione nell'altro. Se prevale il sinistro, per esempio, prevale il linguaggio e la cosiddetta razionalità, ma si viene a perdere qualcosa in creatività.
L'ultimo argomento, proiettando l'ombra scurissima della distopia sul prossimo futuro, estende il problema alla sua dimensione planetaria. Il cervello, dice Maffei, “in particolare quello del giovane, subisce cambiamenti in funzione degli stimoli a livello delle sue connessioni e inevitabilmente succede che a stimoli simili si hanno cambiamenti simili dei circuiti nervosi” (“i geni offrono resistenza, in quanto fortunatamente diversi in ognuno di noi”), ma questi cambiamenti comuni alla finfine altro non sono che il “cervello collettivo”. Da ciò consegue la facilitazione delle “comunicazioni tra popoli di diversa cultura”, ma anche il fatto che “cervelli simili tendono a produrre pensieri simili con la scomparsa della dialettica delle idee che è il fondamento essenziale della democrazia e dell'avanzamento civile e morale”. Ovvio, allora, ricavarne che nel mondo globalizzato, “la rete delle comunicazioni è la gabbia invisibile della libertà del pensiero e dell'originalità”.
3. Si potrebbe anche aggiungere che il cervello ha bisogno di sonno. Che l'essere umano è ben diverso dal passerotto dalla corona bianca che, spupazzandosi una volta l'anno andata e ritorno i 1700 km che dividono l'Alaska dal Messico, riesce a rimanere sveglio ininterrottamente per sette giorni. Che l'essere umano – a differenza dei delfini e di alcuni uccelli – non ha ancora imparato a dormire con un emisfero cerebrale per volta. Il nostro stato di salute – fisica e psichica – dipende dalla durata del sonno e delle sue fasi. Ma il sistema capitalistico spinge in tutt'altra direzione: il cittadino americano dorme oggi intorno alle 6 ore e mezzo – dalle 8 ore che erano un tempo e che risultano indispensabili per il suo benessere e sono stati già tentati esperimenti per mantenere luce e temperatura costanti nelle 24 ore affinché la macchina produttiva possa non fermarsi mai.
4. Cerco riscontri. Lamberto Maffei è stato direttore dell'Istituto di Neuroscienze del Comitato Nazionale delle Ricerche e presidente dell'Accademia dei Lincei. Ci se ne potrebbe fidare, ma cerco riscontri ugualmente. Li cerco in Jean-Pierre Changeux, che come Maffei, ha dedicato molti dei suoi studi al rapporto tra arte – o attività creativa in genere – e cervello. Changeux, per esempio, spiega che, in rapporto a stimoli sorprendenti, l'essere umano ha una reazione particolare definita come “di orientamento” che consiste in un significativo aumento della sensibilità degli organi recettivi (dilatazione delle pupille, occhi e testa orientati verso la fonte dello stimolo, aumento dell'attenzione, anticipazione di processi cognitivi), ma che questa reazione è destinata a diminuire man mano che lo stimolo si ripete.
Ad ogni scelta che si rivela giusta, poi, si attivano i cosiddetti neuroni della “ricompensa” stabilizzando l'anticipazione che l'ha prodotta e, però, al contempo, eliminando le altre scelte possibili. “La massa del cervello”, poi, “è aumentata e la corteccia cerebrale – specialmente la corteccia prefrontale – si è sviluppata in maniera fulminea” – dove il “fulminea” va ovviamente tarato sui tempi dell'evoluzione, ma “ciò che rende singolare l'evoluzione del cervello umano è che un'evoluzione non genetica – epigenetica – molto più rapida” avrebbe “preso il posto” dell'evoluzione “al livello dei geni”. L'argomentazione cruciale, tuttavia, dal mio punto di vista è un'altra.
Changeux avverte come pericolosa una tesi che forse Maffei dà per scontata ma che scontata non è: vige ancora come legge, trionfa ancora nel quadro ideologico che governa i nostri comportamenti “l'idea secondo la quale il nostro cervello non fa altro che riflettere, rispecchiare ciò che viene dal mondo esterno”, mentre è ampiamente dimostrato – se ce ne fosse stato bisogno – che “la nostra percezione è una ricostruzione”. Come a dire che perfettamente funzionale al Potere è la rappresentazione del cervello come passivo ricettore di un mondo bell'e fatto cui, al massimo, possiamo rassegnarci.
5. Da persona sensibile e di buon senso – e da neurobiologo –, Maffei ci invita dunque alla ribellione, ma questo suo non resta un invito generico. Ci dice anche come fare o, almeno, ci dice la sua opinione su come sarebbe meglio fare.
Questa “ribellione sociale” così necessaria per la sopravvivenza della specie, “non può e non deve essere espressione della parte emotiva del cervello o del cervello rapido più istintuale che decide senza considerare tutte le variabili della situazione; la libertà come la ribellione devono essere espressione del cervello lento, della razionalità, del cervello del tempo e del linguaggio, del colloquio con l'altro”.
E non solo: “la rivolta deve essere comprensione, ma non compromesso, e deve essere totalmente disarmata, priva persino di armi verbali; ci vuole senso del dono, voglia di dare e non di prendere, sorretti dall'idea che il singolo uomo è importante, ma è uno, solitario e isolato e che l'individuo più rilevante è la specie che sopravvive nelle generazioni”. Condivido – anche perché, alla luce delle esperienze del passato relative all'incongruità dei mezzi con i fini, alla luce dei rapporti di forze in atto, alla luce dei mezzi repressivi del potere, non vedo alternative –, condivido anche se, quando Maffei mi invita a rinunciare alle “armi verbali” devo intenderle restrittivamente come le “armi della retorica” – parole, cioè, che ostacolino o impediscano i processi di consapevolezza –, perché, se no, dovrei rinunciare perfino alle parole di Maffei medesimo. Che armi sono, invece, e non meno appuntite di altre.

Note
I dati riportati da Maffei sono tratti dal Rapporto Oxfam 2016. Dati analoghi sono discussi anche da Francesco Bochicchio e Giorgio Galli inScacco alla superclass – La nuova oligarchia che governa il mondo(Mimesis, Sesto San Giovanni 2016) e da Marco Galleri in Una piccola utopia – Per farla finita con il capitalismo deregolamentato (Diogene Multimedia, Bologna 2016) – testi in cui, peraltro, vengono anche proposte soluzioni al problema. Arte e cervello è stato scritto da Maffei in collaborazione con Adriana Fiorentini e pubblicato da Zanichelli, a Bologna, nel 1995. Le citazioni da Changeux sono tratte da P. Boulez, J.-P. Changeux e P. Manoury, I neuroni magici (Carocci, Roma 2016).

Fonte: A Rivista 

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