La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 15 ottobre 2016

Schiavitù

di Gino Satta
Poche parole più di schiavitù sembrerebbero in stridente contrasto con l’idea che intratteniamo della nostra contemporaneità. Non solo la schiavitù appare nel discorso pubblico come un istituto arcaico, proprio di epoche passate, ma anche come una sorta di aberrazione della storia, la cui scomparsa è inscritta nello stesso processo di affermazione di una modernità fondata sui diritti umani universali, sulla uguale dignità di ogni persona, sull’estensione della democrazia.
Eppure, a leggere i giornali, le cose non sembrerebbero così semplici. Il 19 aprile 2016, i quotidiani di tutto il mondo riportavano con evidenza la notizia dell’assegnazione del premio Pulitzer per la categoria “servizio pubblico” all’Associated Press, per un servizio sulle condizioni di schiavitù dei pescatori che lavorano nell’industria ittica asiatica. Due giorni prima, il 17 aprile, “La Stampa” pubblicava un articolo titolato Un migrante su dieci diventa schiavo: nel mare 30 milioni di sfruttati, nel quale informava il lettore che «abuso e sfruttamento per guadagno altrui non sono orrori del passato: secondo l’onu al mondo ci sono oggi 19 milioni di rifugiati (politici), e 30 milioni di schiavi – uno su dieci dei 300 milioni di migranti (in cerca di lavoro), per un giro d’affari annuo di 150-200 miliardi di dollari». Il 16 aprile, in occasione della giornata mondiale contro la schiavitù infantile, diverse fonti di informazione riprendevano la allarmante stima di 400 milioni di bambini coinvolti in questa forma particolarmente odiosa di sfruttamento. In un contesto a noi più vicino, un servizio su “Gli schiavi nei campi dell’Agro Pontino” andava in onda a distanza di pochi giorni, il 25 aprile, all’interno del programma televisivo Piazza pulita. Basterebbe questa brevissima rassegna, tutta raccolta in appena dieci giorni, negli immediati dintorni della data in cui scriviamo, e che un’estensione temporale permetterebbe di moltiplicare all’infinito, per mostrare quanto la schiavitù sia presente nella nostra contemporaneità, se non altro nella forma di un discorso intorno alla sua persistenza e diffusione nel mondo globalizzato. 

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Fonte: Lo Straniero

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