La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 20 aprile 2017

Commons e universalismo: un problema di scala

di Marco Palvarini
La letteratura critica sul concetto di commons è numerosa, ma ho voluto scegliere un autore in particolare per cominciare ad articolare questa riflessione: il geografo inglese David Harvey. Perchè fra tutti proprio Harvey? La teorizzazione harveyana sin dagli albori (1969) ha provato ad analizzare a più riprese le dinamiche di accumulazione capitalista nel mondo urbano globalizzato, spesso soffermandosi sui concetti di neoliberismo e imperialismo, e ha provato a pensare ad una risposta di classe agli attacchi del capitale articolando ragionamenti che vanno dalla Comune di Parigi ai Social Forum. Nel 2012 con la pubblicazione di Rebel Cities, Harvey comincia a sviluppare anche una sua elaborazione del concetto di Commons, riprendendo il termine da Antonio Negri e Michael Hardt, ma costruendo una teoria molto diversa generata dalle radici apertamente anti-postmoderne del suo pensiero marxista.
La matrice di questa divergenza con gli ideatori del concetto di "moltitudine" va ricondotta al dibattito attorno alla recensione scritta da Harvey nel 2009: un'approfondita e critica analisi di Commonwealth appena dato alle stampe da Hardt e Negri.
Nei suoi scritti degli anni 2000 Harvey presuppone l'utilità del concetto di Commons nel ragionare una lotta anticapitalista. Non dà per scontato e quindi specifica la differenza tra beni pubblici e beni/e comuni/e. La prima categoria dei beni pubblici è analizzata come un insieme di risorse sottoponibili a logiche di scarsità esattamente come "i commons" (da sottolineare il plurale) analizzati da Elinor Ostrom in Governing the commons. Essi sono espropriabili dal capitalismo attraverso le molteplici forme dell'accumulazione, sia essa liberale o neoliberista. Harvey non delinea una differenza sostanziale del modo di sfruttamento economico tra una riserva ittica, l'aria che respiriamo e Gezi Park ad Istanbul; sottolinea invece la differenza di scala geografica che intercorre tra i diversi beni pubblici (dal micro del territorio al macro della gestione su scala globale). La seconda categoria invece, I beni comuni, che compongono il Bene Comune, sono invece il macroinsieme in cui si articola la definizione negriana di Commons: un insieme di permanenze, usanze comunitarie, caratteristiche, linguaggi, luoghi e storie "continuamente prodotti".
In questa distinzione Harvey, al contrario di Negri e Hardt, non traccia una strategia "migliore di un'altra", non indica come unica via percorribile l'azione sulla seconda categoria, anzi critica fortemente i due filosofi della moltitudine. Secondo Hardt e Negri le "singolarità" che compongono la "moltitudine" dovrebbero produrre nuove identità, focalizzandosi quindi esclusivamente sui beni comuni della seconda categoria. Per Harvey invece «E' difficile vedere come o perchè queste singolarità che compongono la moltitudine supporterebbero per definizione, invece che deteriorare, corrompere, e svalutare il common che è città, il common che è il mondo degli affetti, segni, informazioni, e codici» (M. Hardt, D. Harvey, A. Negri, Commonwealth: An Exchange with Michael Hardt and Antonio Negri, 2009). In questa critica il geografo inglese fa leva principalmente sul suo scetticismo nei confronti della "teoria dell'esodo", ricordando che al variare delle identità (sovrastrutture in termine marxisti) e senza un'azione sulla base economica (e quindi un'azione sulla prima categoria dei beni pubblici) non si ottiene un processo rivoluzionario ma un semplice modificarsi di soggetti comunque sussumibili da parte del capitalismo.
Harvey non esitava anni prima (D. Harvey, Justice, Nature and The Geography of Difference), criticando Derrida, nel definire questi soggetti, poi riealaborati da Hardt e Negri in singolarità, come "monadici", come le monadi di Leibniz, "space without windows", chiusi in sè stessi senza sbocchi sull'esterno. Come scriverà in seguito il geografo inglese: «Quando politiche di ispirazione neoliberista riducono il sostegno finanziario a beni pubblici, a rarefarsi è anche il bene comune disponibile [...]» (Harvey, Rebel Cities, 2012, p. 96.) Quale altro commons è producibile se i rimasugli del common di stato sociale, di politiche pubbliche, è lasciato all'accumulazione capitalistica? Da cosa partire per costruire una resistenza se tutto è ormai capitalizzato dal libero mercato?
Il focus negriano sulla sfera del consumo non è erroneo in quanto tale, ma non è neanche nuovo. Comporta un'attenzione alla sfera non solo produttiva evitando l'errore del comunismo della modernità, ragionando di identità e singolarità, focalizzandosi su di una classe non più composta di soggetti economici ma culturali: la moltitudine. Quest'analisi è dimentica però della gestione e del controllo dei mezzi di produzione legati alla categoria di beni pubblici, come di un qualsiasi ragionamento sulla finanziarizzazione dell'economia. Ancora una volta ci si dimentica dello spazio in favore del tempo. La visione di Negri ha le sue radici nella teorizzazione di Rosa Luxemburg sull'accumulazione primitiva, attraversa la prima e la seconda ondata dei femminismi e il marxismo postmoderno, ma Harvey con Luxemburg ripete che è essenziale ragionare in senso strutturalista della centralità della struttura economica in quanto in relazione prioritaria con le altre strutture, e la stessa analisi viene portata dai femminismi post-coloniali successivi alla seconda ondata. Non ragionare della struttura economica comporta l'abbandonare al capitalismo la produzione di tutto. Al contrario conquistare il controllo della produzione dei beni pubblici significa proteggere il bene collettivo, e con quest'analisi Harvey riporta la centralità sulla conquista del potere statale come mezzo di produzione dei beni pubblici.
Il common harveyano è quindi concepibile non come oggetto statico ma come processo in divenire, specchio di una relazione conflittuale tra le due classi.
La produzione in fabbrica e nelle campagne, così come la produzione e il consumo di territorio e città, sono parte di un processo unico, non parcellizzabile. L'esodo dal luogo di lavoro invece, così come la creazione di eterotopie comunitarie, riconducono a una fuga dalle contraddizioni di classe, alla creazione di comunità immaginarie e parallele che poco hanno a che fare con gli spazi di resistenza quotidiani. Harvey, analizzando la lotta degli operai di Cowley, parla di "particolarismo militante" all'interno dell'universalismo di classe. In parole povere il "particolarismo" a cui accenna è il supporto da parte della comunità locale nella rivendicazione di diritti universali dei lavoratori e delle lavoratrici, localizzati su scala geografica nell'Oxfordshire ma non dissimili in senso strategico unitario alle rivendicazioni della Via Campesina, o alle vertenze dello zapatismo.
Quale unità di classe? Una classe composta da differenze, con le sue specifiche su scale geografiche differenti, ma unificate dall'opposizione radicale al sistema capitalistico. Due classi, due diritti opposti, scriveva Marx. Il diritto dei dominatori contro il diritto degli oppressi. Quest'ultimo, come scrive Daniel Bensaïd ne Gli spossessati richiamando Walter Benjamin, è un diritto consuetudinario "dall'antagonismo latente", una permanenza e quindi un common prodotto e riprodotto. Il diritto consuetudinario degli operai di Cowley non è dissimile al diritto consuetudinario degli e delle espropriati/e in ogni luogo, una "tradizione degli oppressi" ma non certo esclusività comunitaria, semmai fil rouge unficante di tutte le lotte anticapitaliste. E sempre Bensaïd ci ricorda con Marx che la riappropriazione dei beni comuni e dei luoghi di produzione da parte degli spossessati è riappropriazione sociale, non riappropriazione statale, criticando Harvey di un malcelato "utopismo del nuovo New Deal".
In Elogio della Politica Profana Bensaïd scrive di un universalismo di classe che è internazionalismo su di una scala geografica in continuo mutamento. Nell'affacciarsi all'analisi di un capitalismo globalizzato fatto di imperialismi cangianti, Bensaïd scriveva «Si pone così l'urgente questione di una cittadinanza profana capace di organizzare un pluralismo di percorsi, di traiettorie e di soggettività, al di là della sterile alternativa tra un universalismo astratto e un comunitarismo vendicativo» (Daniel Bensaid, Elogio della Politica Profana, p.291). Soggetti di classe nuovi che compongono un'altrettanto nuova universalità di classe. Al di fuori della strategia statalista e al contempo non considerando avvenuta la dissoluzione dello Stato-nazione nell'Impero. L'immagine che viene così disegnata è un susseguirsi di livelli internazionali in una "discordanza degli spazi": «[...] lo spazio strategico non può più essere concepito come uno spazio unico. La sua occupazione esige una scala mobile dei tempi, degli spazi e delle alleanze» (Daniel Bensaid, Elogio della Politica Profana, p.297). Una mobilità, quindi, nel concepire il soggetto di classe universale, una "geografia delle differenze" per dirla con Harvey, una "universalità reale" direbbe Étienne Balibar.
Un'universalità che «[...] indica quell'interdipendenza reale, concreta, tra le varie unità che chiamiamo "mondo" [...] ci consente di riconoscere nel capitalismo una forza universalizzante, vale a dire la forza che ha creato storicamente questa interdipendenza» (Cinzia Arruzza, Lidia Cirillo, Storia delle storie del femminismo, p.125) Questa identificazione del nemico di classe universalizzante genera di riflesso una politica anticapitalista, femminista, antirazzista e intersezionale altrettanto universale. Una classe che comprende soggettività escluse dalla concezione di classe moderna, che compatta queste soggettività in un unico fronte sfuggendo alla frammentazione postmoderna.
Per Bensaïd, come Cirillo, come Arruzza, dopo la fine del movimento operaio al diritto capitalista si oppone il diritto dei e delle "senza", les dépossédés, le/gli spossessat*.

Riferimenti bibliografici

Michael Hardt, David Harvey, Antonio Negri, Commonwealth: An Exchange with Michael Hardt and Antonio Negri, artforum, 1 november 2009 .

David Harvey, Rebel Cities: From the Right to the City to the Urban Revolution, Verso Books, Londra, 2012; Città ribelli (2012) traduzione italiana, il Saggiatore, Milano, 2013.

David Harvey, Justice, Nature and The Geography of Difference, Oxford, Blackwell Publishers, 1996.

Daniel Bensaïd, Gli spossessati, Ombre Corte, Verona, 2009; prima edizione 2007.

Daniel Bensaïd, Elogio della Politica Profana, Edizioni Alegre, Roma, 2013; prima edizione 2008.

Cinzia Arruzza, Lidia Cirillo, Storia delle Storie del Femminismo, Edizioni Alegre, Roma, 2017.

Fonte: communianet.org

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