La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 22 aprile 2017

Lettera a Matteo Renzi su lavoro e reddito di cittadinanza

di Alessandro Pertosa
Caro Matteo, so che non leggerai mai questa mia lettera, ma te la scrivo lo stesso nella speranza che qualche ipotetico lettore, incuriosito dall’intestazione, possa decidere di spendere cinque minuti del suo tempo per capire cosa ho da dirti sul lavoro. Lo spunto per il tema me l’hai dato tu con quell’improvvida intervista, rilasciata a Il Messaggero (il 26 febbraio del 2017), in cui contesti il reddito di cittadinanza e proponi invece un «lavoro di cittadinanza». Non ti nascondo che di primo acchito, a leggere quelle parole, ho avuto un travaso di bile. Poi ho lasciato decantare i miei sentimenti bellicosi e alla fine ho deciso di prendere carta e tastiera per provare a dirtene quattro. E non, bada bene, per un’antipatia politica nei tuoi confronti (che non ho: mi sei del tutto indifferente).
Ma per la ferma convinzione che un reddito di cittadinanza incondizionato sia ormai improcrastinabile (per chiarezza: il reddito di cittadinanza che propongono i cinquestelle è un’altra cosa; io penso a una erogazione monetaria mensile e incondizionata, cioè priva di qualsiasi condizione o ricatto, in grado di consentire una vita minima dignitosa a chiunque sia dotato di cittadinanza).
Tu affermi che il lavoro non è solo stipendio, ma anche dignità. Ebbene, mi spiace dirtelo ma non sai cosa dici. La mia occupazione prevalente consiste nello studiare le parole. E credo fermamente che sia scorretto – soprattutto in politica – non conoscere il senso profondo dei termini che usiamo per dare forma ai nostri pensieri (ti è capitato recentemente di confondere la decrescita con la recessione: ma di questo ti scriverò un’altra volta).
Se solo avessi una minima idea del significato profondo del termine lavoro, capiresti tu stesso che il lavoro non ha nulla a che fare con la dignità, e men che meno lo si può considerare un diritto. Semmai è un maledettissimo dovere: infatti si deve lavorare per vivere. Ma non divaghiamo e stiamo al punto.
Il lavoro è una disgrazia. Questa considerazione, del tutto ovvia, può sembrare provocatoria e paradossale solo a chi, come te, ha ormai smarrito il senso etimologico del termine labor: voce latina da cui deriva «lavoro».
Labor è sia un sostantivo, sia la prima persona del presente, modo indicativo, del verbo labi, che significa «cadere», «scivolare», «lasciarsi andare», ma anche «tramontare», «declinare», «venir meno fino a morire». Questo tendere allo sfinimento rende il labor una disgrazia, una sventura che fa diventare deboli, tremanti e fa vacillare. Ma trema e vacilla ciò che è destinato a una rapida scomparsa, e che è quindi labile, perché sfiancato dal travaglio (travagliare, dal latino popolare tripaliare, significa torturare e tormentare sul trepalium o tripalium: strumento a tre spiedi che nel mondo cristiano sostituì la croce), termine che è passato nel francese travail, nello spagnolo trabajo, nel portoghese trabalho, nel catalano treball, nel galiziano traballo, così come anche in alcuni dialetti italiani, quale ad esempio il siciliano travagghiari, il piemontese travajé e il sardo traballari.
Il lavoro quindi destruttura, affatica e travaglia l’uomo rendendolo labile, fuggevole, passeggero, perché sfinisce fino a distruggere, fino a far morire chi resta curvo sotto il peso della fatica. Da questo, lo comprendi bene anche tu, deriva che il lavoro è sempre nocivo. Non esistono lavori buoni, e non può essere considerato lavoro ciò che non produce sfiancamento e sofferenza fisica. Il lavoro è una tortura, mai una vocazione cui anelare, un’arte da alimentare o un valore da difendere.
Forse non conosci il testo della canzone La sopravvivenza di Enzo Del Re: uomo del sud refrattario alla fatica, allo sfiancamento, alla distruzione fisica. Comincia così: «La Repubblica è fondata sul lavoro. Viva il lavoro. Non importa quale. Non importa dove. Non importa come, con chi e perché». Faresti bene ad ascoltarla, dura solo pochi minuti, e in quest’ultimo periodo credo che tu ne abbia di tempo.
Nell’intervista a cui facevo riferimento prima, dici che il reddito di cittadinanza non risponde al primo articolo della Costituzione, e proponi quindi un lavoro di cittadinanza. E lo fai perché credi che il primo articolo abbia senso. E lo credi perché non sai che già Calamandrei, discutendo con gli altri padri costituenti, si pose il problema: Cosa dirò ai miei studenti – disse – quando dovrò spiegare loro questo articolo? Che significa L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro? E chi non lavora? E i bambini? E gli anziani, non sono forse anch’essi parte della comunità?
E stiamo parlando dei dubbi sollevati da un uomo, come Calamandrei, che nel corso della sua vita successiva difenderà strenuamente la Costituzione. Ma tu no. Tu il problema non te lo poni. E passi.
C’è però un’altra questione di non poco conto. Tutti gli esperti del settore tecnologico continuano a ripetere che nei prossimi anni l’automazione esploderà. La tecnica, finalmente, viene a liberare l’uomo dal giogo del lavoro. Non è una buona cosa? Certo che lo è. Ma al contempo ci troviamo nel bel mezzo di un pasticcio. Perché il mondo distopico che abbiamo costituito prevede che l’unico modo per accedere alle merci è il denaro. E chi non lavora non riceve danaro (ma a volte capita pure che lavori senza ricevere alcun compenso, come accade alle casalinghe: non sarebbe invece il caso di darglielo uno stipendio?). Chi non lavora non ha quindi il danaro necessario a soddisfare i suoi bisogni.
E’ proprio questo il punto. A fronte di una progressiva espulsione dell’essere umano dal processo lavorativo, diventa urgente pensare a una nuova declinazione dell’uguaglianza. E tu cosa proponi? Il lavoro di cittadinanza come principio di valore! Ma il lavoro non ci sarà più. Ce ne sarà sempre meno. E non sarà sufficiente inventarselo.
E poi lasciami dire un’ultima cosa: è abbastanza singolare che a difendere strenuamente il valore del lavoro siano persone che spesso nel mondo del lavoro non ci sono capitate nemmeno per sbaglio. Absit iniuria verbis.
La questione è lunga e complicata, dovrei fare ancora diversi ragionamenti, ma in questa mia prima lettera mi premeva chiarire soprattutto la questione linguistica. Il lavoro è una disgrazia. Chi dice che è un valore e un diritto, o è ignorante o è in malafede. O forse non ha mai lavorato.
A presto. Mai tuo, Alessandro.

P.s. Nel 2015, insieme a Lucilio Santoni, ho scritto Maledetta la Repubblica fondata sul lavoro (Gwynplaine editore). A maggio di quest’anno uscirà Lavorare sfianca (Enrico Damiani editore). Te ne consiglio vivamente la lettura. Magari fra un congresso e una riunione, chissà che tu non riesca persino a ravvederti.

Fonte: bin-italia.org

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