La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 26 marzo 2016

Creatività, invenzione e pensiero critico: educare alla cittadinanza

di Carmen Leccardi
Nell'epoca dell'imperialismo consumista e del privatismo, dell'invasione del linguaggio manageriale in tutte le sfere della vita sociale e del brevetermismo la possibilità di dare spazio al pensiero critico appare per più di un verso impresa ardua. Non di meno, una parte consistente del mondo educativo è quotidianamente impegnata non solo nel mettere a punto e fornire "prodotti educativi", ma anche nel costruire le condizioni affinché questa possibilità resti vitale. Se il pensiero critico si affievolisce, infatti, anche l'abilità di immaginare l'inedito, il non-ancora-considerato, anche le capacità creative e di innovazione culturale - pensare il mondo fuori dal senso comune - inevitabilmente scemano. I grandi temi planetari, è ben noto, sono la palestra d'elezione al cui interno questa forma di pensiero si esercita: la giustizia sociale; le crescenti diseguaglianze; la pace e le sue condizioni oggi; l'importanza di preservare l'ecosistema insieme alla difesa del legame sociale dentro le differenze tra culture.
Ma tutti questi "nobili" temi sono destinati a restare sterili, a non generare forme di consapevolezza critica, se la loro analisi non si accompagna alla capacità di misurarsi con il grande protagonista del nostro tempo, l'individualismo. La cultura del disimpegno contro la quale il pensiero critico si batte è in ultima istanza nutrita, come sappiamo, dalla convinzione che i problemi del vivere collettivo possano essere affrontati solo sul piano individuale (la ben nota soluzione biografica a problemi sistemici più volte evocata nelle riflessioni di Ulrich Beck). Una visione polare rispetto a quella espressa dal noto sociologo radical americano Charles Wright Mills che, in un diverso clima epocale e anticipando i movimenti collettivi degli anni Sessanta, sottolineava l'impossibilità di evocare soluzioni individuali per problemi di ordine sociale. Con uno spirito del tempo fortemente sintonizzato sull'ideologia individualista devono dunque confrontarsi sia coloro che esercitano funzioni educative animati dalla volontà di trasmettere pensiero critico sia i giovani studenti, ragazze e i ragazzi, che con loro quotidianamente interagiscono. Per questa ragione è opportuno dedicare all'analisi delle dinamiche dell'individualismo contemporaneo un'attenzione specifica.
Sarebbe infatti fuorviante liquidare l'individualismo del nuovo secolo come privatismotout-court, così come, per altro verso, assimilarlo all'individualismo à la Tocqueville, al "sentimento maturo e calmo" a cui Tocqueville fa riferimento ne "La democrazia in America", vero e proprio codice morale della modernità. Secondo Elliott e Lemert, che hanno affrontato questo tema in un libro pubblicato nel 2006, "The New Individualism: The Emotional Costs of Globalization", l'individualismo contemporaneo, per potere essere pienamente compreso, va anzitutto posto in relazione con la forte pressione all'accelerazione temporale e sociale che caratterizza i nostri anni, segnati dalla velocità dei mercati finanziari e delle comunicazioni in rete. L'intensificazione dei ritmi della vita collettiva influenza a sua volta i modi di costruzione delle identità, facendo del cambiamento continuo, della costante reinvenzione esterna e interna - anche del proprio sé - una sorta di ideale normativo. L'individualismo, qui, richiama l'abilità di sapersi trasformare velocemente nella mente e nel corpo, di rinnovarsi, di essere mobili e dinamici. In questa cornice, ogni coinvolgimento non può che essere un "coinvolgimento distaccato", alla luce dell'aspettativa di prossimi cambiamenti. Tra le altre conseguenze, la fantasia della plasticità potenzialmente inesauribile del mondo e del sé su base individuale tende fatalmente ad alimentare anche il divorzio fra l'individuo così concepito e il cittadino.
Se la proposta analitica di Elliott e Lemert conferma la prevalenza degli aspetti in ombra più volte evocati quando si parla di individualismo ai nostri giorni, altre analisi percorrono strade diverse. È il caso, ad esempio, delle riflessioni proposte da Danilo Martuccelli, uno studioso francese che ha dedicato ampia attenzione all'individualismo del nuovo secolo - ribattezzato, non casualmente, "singolarismo" ("La société singulariste", 2010). Secondo questa prospettiva, la relazione dell'individuo contemporaneo con la dimensione collettiva non verrebbe meno, ma si costruirebbe attraverso un itinerario insolito, fondato sulla convinzione, e sull'affermazione, della propria unicità. Il sociale è messo a tema a partire dalle singole individualità e dalle loro esperienze, più attraverso gli aspetti che queste individualità differenziano che non attraverso quelli che le accomunano. Il rapporto con le istituzioni, a sua volta, non si fonda né su dinamiche di integrazione sociale né su richieste di protezione dei diritti individuali. Piuttosto, le istituzioni sono considerate "al servizio" degli individui, destinate a garantire forme di autorealizzazione personale. Al centro di questo rapporto non c'è tuttavia l'interesse personale, come nell'individualismo classico, quanto una specifica coscienza di sé, della propria soggettività e del bisogno di garantirle piena espressione. I conflitti sociali non sono negati ma tendono a loro volta ad essere personalizzati, investiti da un surplus di emozioni e di coinvolgimento "singolare". Le questioni pubbliche, in sostanza, sono messe a tema a partire dai sentimenti che sanno suscitare, dalle risonanze che vengono ad avere nella e sulla propria vita. In una parola, a partire da sé. Una diversa intelligenza politica prende forma in questa cornice. Gli individui domandano a gran voce alle istituzioni il riconoscimento del ruolo che essi giocano al loro interno; chiedono che l'operato istituzionale poggi sul riconoscimento della centralità delle esistenze individuali. Se sino ad ora la politica subordinava gli attori alle istituzioni - importanti non erano gli attori virtuosi, ma istituzioni politiche più forti e più giuste - ora il segno si inverte. Sono le istituzioni, in quest'ottica, ad avere bisogno degli individui per esistere. Anche la visione della giustizia si modifica. L'ingiustizia è ciò che impedisce la realizzazione personale. L'assenza di giustizia si manifesta, secondo questa prospettiva, quando processi sociali limitano le scelte biografiche impedendo di mantenere aperto l'orizzonte del possibile.
Queste diverse letture dell'individualismo contemporaneo vanno tuttavia poste in relazione, per poter essere correttamente interpretate, con il tema della responsabilità individuale. Nel nostro tempo un numero crescente di uomini e di donne si sente infatti interpellato in prima persona su questioni in precedenza sottratte alla giurisdizione individuale. L'espressione della sessualità, le forme dell'identità, la morte e il morire, per fare qualche esempio, diventano oggetto di decisioni e negoziazioni ad hoc. Le modalità di relazione con ciascuna di queste sfere è rappresentata come opzione e va elaborata in prima persona. Della costruzione esistenziale che ne discende ciascuno/a deve ritenersi individualmente responsabile. Questa dinamica amplifica notevolmente il polo della responsabilità verso se stessi. Il confronto, strappato all'eccezionalità, con la dimensione della scelta finisce per generare anche nuovi dilemmi morali.
Forse mai come in questo quadro di riferimento la soggettività morale appare unica, non universale e non universalizzabile, esattamente come la responsabilità a cui dà forma. La dimensione morale delle condotte, allo zenit della modernità sussunta all'interno delle attività istituzionali e intrecciata a doppio filo alla regolazione legale, ritorna in carico al soggetto. Come ha messo in luce Bauman qualche anno fa (ne "Le sfide dell'etica", 1996), a fronte del pluralismo delle autorità e dell'incertezza dei principi regolativi cresce l'importanza delle scelte morali personali. La costante interpretazione e re-interpretazione riflessiva dell'agire oggi richiesta allontana sempre più l'attenzione dai criteri etici eteronomi in direzione di una riscoperta della responsabilità individuale - punto di incrocio fra emozioni morali, forme di individualizzazione e aspirazioni di libertà. 
Questo sovraccarico etico dell'individuo, se così si può definire, assume anche un volto ideologico. Il riferimento è al diffuso imperativo della responsabilizzazione dell'individuo anche su questioni sociali rispetto alle quali il singolo è in realtà privo di potere. Si tratta di un modello culturale, progressivamente interiorizzato dalle generazioni più giovani, fondato sull'erosione da un lato dell'idea di protezione sociale e, in modo simmetrico, sulla negazione delle cause collettive di accadimenti che possono incidere anche in modo pesante sulle vite individuali. Come conseguenza, forme di esclusione sociale possono finire per essere rappresentate come dati "naturali", sulla base di una filosofia sociale che teorizza gli individui come arbitri assoluti del proprio destino. L'appello alla responsabilità dell'individuo si configura allora come una nuova forma di ideologia, capace di problematizzare le espressioni del pensiero critico.
In conclusione, come anche Martha Nussbaum ha recentemente ricordato ("Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica", 2011), l'educazione alla cittadinanza democratica ha estrema necessità di creatività, invenzione e, soprattutto, pensiero critico. Per alimentarlo, tuttavia, c'è un bisogno altrettanto pressante di produrre conoscenza sui multiformi modi in cui l'individualismo contemporaneo si manifesta, e sulle diverse forme di responsabilità a cui esso si associa. È da questo apporto analitico che il pensiero critico del ventunesimo secolo può trarre linfa vitale. 

Fonte: casadellacultura.it

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