La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 26 marzo 2016

Parliamo di beni comuni

di Francesco Denozza
Il tema dei beni comuni, propriamente inteso, dovrebbe evocare in prima battuta un problema di rapporti tra uomini, e non un problema di rapporti tra cose (classificate in base a loro proprietà fisiche: la possibilità di essere recintate a costi ragionevoli, la possibilità di essere godute da più persone, ecc.; un ottimo, sintetico riepilogo di queste classificazioni e delle loro implicazioni in [Ottone - Sacconi 2015]). Per questo il polemico invito (dite una volta per tutte chiaramente quali sono i beni comuni!) che tutti gli avversari indirizzano ai sostenitori del pensiero dei "beni comuni" (o del "benicomunismo", come è stato più di recente chiamato [Mattei 2015]) è in realtà malissimamente indirizzato. Non si tratta infatti di definire cose, ma, come già detto, di organizzare rapporti tra uomini.
Certo, qualcuno dirà, il riferimento alle cose è solo un punto di partenza, tutti sappiamo che alla fine si tratta di una scelta tra differenti assetti istituzionali. Bene, se è così, se quello delle cose è solo un punto di partenza, diciamo allora che è il punto di partenza sbagliato.
Nella scelta tra il rendere un bene comune o privato il fattore primo, e centrale, non è rappresentato dalle caratteristiche tecnologiche delle cose, ma dalle caratteristiche dei rapporti che intercorrono tra gli uomini che di quelle cose fanno uso [Sacconi 2015]. Sono le decisioni degli uomini che determinano gli usi delle cose, e non viceversa (e si tratta non di decisioni tecniche -adeguare la governance alle caratteristiche naturali del bene- ma di decisioni politiche, che possono anche creare paradossi come la privatizzazione di un bene come la conoscenza, che, naturalmente, sarebbe uno dei beni più tendenzialmente "comuni" [Termini 2016, 26ss.]) 
Non c'è nessuna caratteristica ontologica che renda un bene necessariamente escludibile o non escludibile, rivale o non rivale, comune o privato. Condizionamenti tecnici ovviamente esistono. L'aria in quanto tale sembra oggi essere ancora un bene non escludibile e non rivale, ma niente esclude che in futuro l'aria pulita non finisca in bombole che si venderanno come le bottiglie di acqua minerale, e diventi così escludibile e rivale. All'inverso, una mela, specie se raccolta da me sul mio albero, sembra irrimediabilmente escludibile e rivale [Ottone - Sacconi 2015]. Ma se pensiamo ad una comunità che ha raccolto mele a sufficienza per tutti, l'insieme delle mele che formano il raccolto stesso ben può diventare non escludibile, nel senso che tutti i membri della comunità vi potranno accedere, e non rivale, nel senso che se il raccolto è più che sufficiente a saziare tutti, anche se uno mangia mele fino all'indigestione ciò non impedisce agli altri di saziarsi a loro volta. 
Se proviamo a rileggere in questa luce (rapporti tra uomini e non rapporti tra cose) la parabola dei pastori [Hardin 1968] o meglio ancora quella dei cacciatori [Demsetz, 1967] possiamo fare scoperte secondo me di un certo interesse. 
Ripetiamo anzitutto il raccontino che illustra il nucleo concettuale della c.d. tragedia dei comuni (in realtà, come adesso vedremo, molto più appropriato sarebbe il nome di "tragedia dell'accumulazione sfrenata"). 
Immaginiamo allora una comunità di cacciatori (magari amerindi) che sfrutta un certo territorio (la prateria) e la selvaggina ( i bufali) ivi presente. Per tradizione la caccia è soggetta a rituali che ne condizionano lo svolgimento, il ricavato della caccia viene ripartito secondo regole tradizionali e consumato per lo più in comune da tutti i membri della tribù. In questa situazione c' è equilibrio. 
Se però la tradizione perde la sua autorevolezza, come è avvenuto con l'affermazione della modernità, e ciascun cacciatore comincia a cacciare per suo conto e senza accettare più alcun limite derivante dalla tradizione, la riserva di caccia (la prateria con i suoi bufali) verrà velocemente spopolata e la storia si avvia a finire appunto in tragedia (tutti muoiono di fame). La tragedia, si dice, può essere però facilmente evitata se tempestivamente si provvede ad assegnare in proprietà esclusiva ad ognuno dei cacciatori (o dei pastori) una definita porzione della risorsa comune. Che è poi quello che nella realtà è più o meno avvenuto con il passaggio dai diritti feudali alla proprietà privata individuale (assegnata non proprio ad "ognuno", ma non sottilizziamo). 
In questa nuova situazione (ognuno è proprietario esclusivo di un pezzo della risorsa prima comune), ciascun proprietario si prenderà la massima cura della sua porzione, eviterà ogni sfruttamento eccessivo, caccerà con il massimo impegno, ma solo fino al limite compatibile con il ripopolamento. Tutti vivranno felici e contenti. 
A questo punto i fans della proprietà individuale, nemici del comune, sembrano disporre di un argomento polemico formidabile. Essi possono dire agli avversari: la proprietà individuale ci porta verso il progresso (l'ottimale sfruttamento della prateria), quella comune ci porta o alla tragedia (la distruzione della risorsa) o alla negazione della modernità e al medioevo (il ritorno della tradizione con tutti i suoi apparentemente irrazionali divieti di cacciare in certe stagioni, o quando c'è la luna piena, ecc.) [Vitale 2013]
Tutto questo ragionamento è basato in realtà su una omissione che ingenera una sostanziale falsità. Ciò che nel racconto rompe l'equilibrio ecologico della comunità non è l'illuminismo, e il rifiuto dell'autorità della tradizione di per sé, ma è la comparsa del cacciatore bianco, che non caccia per soddisfare suoi bisogni elementari, ma per vendere il cuoio ricavato dalle pelli e appropriarsi dei relativi quattrini. È la comparsa, cioè, di un individualista possessivo [Macpherson 1972] votato all'accumulazione per l'accumulazione. 
Quello che si verifica, allora, è un fenomeno che molto prima di Hardin era stato teorizzato da Marx. Si verifica cioè una palese contraddizione tra una forza produttiva (il territorio e la selvaggina stanziale) comune, nel senso di utilizzabile da tutti, e dei rapporti di produzione basati invece sull'appropriazione privata del prodotto della caccia. È questa disarmonia che crea il problema e, se si vuole, la tragedia, a torto chiamata dei comuni. Se tutti i cacciatori, compreso il cacciatore bianco, fossero costretti a mettere in comune i risultati della caccia, il problema del sovra sfruttamento del bene comune(la c.d. tragedia, appunto) sparirebbe. Avremmo una forza produttiva comune utilizzata da uomini che operano in comune. Nessuna contraddizione direbbe Marx, niente tragedia dei comuni sarebbe stato costretto a dire anche Hardin.
Ciò non esclude ovviamente che la soluzione di privatizzare tutto continui a proporsi come una possibile alternativa. Anche qui la contraddizione sembra sparire e il progresso, come si era notato pocanzi, assicurato. In realtà a ben vedere non è affatto detto che con la privatizzazione della terra e della caccia sparisca ogni tragedia. Nello scenario della privatizzazione avremo bensì tanti cacciatori scatenanti, tutti intenti ad ammazzare animali per conciarne le pelli da vendere sul lucroso mercato del cuoio, e però ciascuno (se non è un avido irrazionale, cosa peraltro pur possibile) ammazzerà non più di quella quantità di animali la cui scomparsa il suo territorio può sopportare senza rischio di spopolamento. 
Immaginiamo ora però che nel territorio esista un fiume in cui i conciatori gettano i rifiuti inquinanti prodotti dalla loro attività. È facile allora prevedere che l'aumento dell'attività complessiva provocato dallo sviluppo del mercato delle pelli conduca ad un sovra inquinamento del fiume che potrà essere risolto (forse) solo con una privatizzazione del fiume stesso [Nivarra 2012] . E così via, fino a quando anche l'ultimo atomo di atmosfera non sarà anch'esso privatizzato.
La morale di questa storia è che il fattore decisivo non è la natura del bene, pascolo o terreno di caccia o fiume o aria che sia. Il fattore decisivo è sociale. Nella parabola il fattore che altera l'equilibrio è appunto un fatto sociale, e cioè la comparsa di un lucroso mercato delle pelli che a sua volta comporta la comparsa di cacciatori bianchi che non cacciano per soddisfare i loro bisogni, ma per vendere sul mercato e accumulare ricchezza.
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Se invece di fare riferimento alle caratteristiche dei beni si fa riferimento ai rapporti tra gli uomini, ne risulta molto facilitata la comprensione di una serie di fenomeni e un possibile allargamento del tema dei beni comuni a situazioni apparentemente anche molto lontane.
Prendiamo una di queste situazioni di cui oggi molto si discute. Alludo al tema delle banche e ai problemi legati al c.d. bail in. 
Tutti sappiamo cosa è successo a certe banche e cosa potrebbe succedere ad altre. Tutti abbiamo sentito porre il problema di chi deve sopportare le conseguenze negative del fallimento delle banche: lo stato o i privati e, nel caso, quali privati?
Vediamo anzitutto di sgombrare il campo da un equivoco. L'Unione europea, e sulla sua scia il nostro governo, si vantano molto di avere adottato regole che risparmiano i soldi dello stato e così proteggono i contribuenti. Questa contrapposizione tra contribuenti e "altri" è una sciocchezza, o meglio è un modo sciocco di impostare il problema. Il modo a mio avviso corretto è invece il seguente. Essendo che si è verificato un evento (il fallimento della banca) che ha provocato un danno ad una certa collettività (coloro, o parte di coloro, che hanno avuto rapporti con la banca) è più opportuno che il danno resti a carico di chi lo ha subito, oppure che venga spalmato su una collettività più ampia (come avviene, ad es., nell'assicurazione degli incidenti stradali dove tutti gli automobilisti, anche quelli che non hanno incidenti, concorrono, mediante il pagamento del premio ai loro assicuratori, a pagare i danni arrecati da alcuni di loro )? E, nel caso, quali devono essere i confini di questa collettività?
Questo è il modo serio e non propagandistico di impostare la questione. Tenendo questo in mente vediamo il problema da dove nasce e cosa c'entra con i beni comuni.
Ripensiamo alla situazione che esisteva una cinquantina di anni fa. Allora la fiducia reciproca tra banche e risparmiatori era un bene comune di cui beneficiavano tutti (non esclusività) e la cui utilità non diminuiva con l'aumentare del numero dei beneficiari (non rivalità). Era un po' come il terreno di caccia degli indiani prima dell'arrivo dell'uomo bianco.
Chi fa qui la parte del mercato delle pelli, che induce la comparsa dell' uomo bianco, che caccia per sfruttare le opportunità offerte da questo mercato e che con il suo spirito di accumulatore rompe l'equilibrio e ci porta alla tragedia? Questa parte la fa il mercato finanziario globalizzato là dove moltiplica le occasioni di guadagni non legati alla "vecchia" attività di intermediazione svolta dalle "vecchie" banche. Questo mercato offre la possibilità di realizzare enormi profitti a chi è in grado di investire ingenti somme in attività speculative. Di qui l'aumento enorme della competitività tra le banche e l' incentivo ad accaparrarsi la fetta più grande possibile del risparmio disponibile. 
Accade così che qualche banca (ecco il cacciatore bianco!) si mette in testa che le regole della sonnolenta concorrenza di mezzo secolo fa non meritino di essere più rispettate, e scatena la fantasia dei suoi esperti finanziari e l' eloquenza dei suoi impiegati per attirare la maggior quota di risparmio possibile. Infine, la presenza di ghiotte occasioni speculative (derivati, cartolarizzazioni, c.d. trading proprietario in generale, ecc.) incentiva, allo stesso modo del mercato delle pelli per il cacciatore bianco, la bramosia di ciascuna banca di aumentare la quantità di risorse di cui può disporre e favorisce perciò lo sfruttamento (lì della prateria, qui) della fiducia dei risparmiatori.
Ecco come un certo tipo di mercato e di concorrenza, con la conseguente comparsa di soggetti il cui scopo non è sopravvivere, ma accumulare a tutti i costi, crea i presupposti per una tragedia (che proporrei di smettere di chiamare tragedia dei comuni). Una tragedia, perché a questo punto tutte le banche si mettono a cercare di sfruttare la fiducia dei risparmiatori per rifilare loro obbligazioni Cirio, obbligazioni strutturate, bond argentini, ecc., e si verifica così un sovra sfruttamento della risorsa fiducia. A questo punto è evidente che l'intervento dello stato diventa problematico perché un intervento a copertura di chiunque, sempre e comunque, finirebbe per facilitare il compito delle banche più aggressive e più mascalzone (è un po' come se tutti ci dovessimo tassare per mettere a disposizione di Buffalo Bill sempre nuovi bufali in modo che ne possa uccidere sempre di più). 
Ecco la vera tragedia, che è tale perché soluzioni perfette non ce ne sono: se interviene lo stato, paghiamo tutti, ma se interviene il fondo interbancario non è che pagano le banche, paghiamo tutti lo stesso, perché il fondo si alimenta con il sovrapprezzo che tutte le banche metteranno su tutti i loro servizi. Un elementare meccanismo economico fa infatti sì che se un costo aumenta indistintamente per tutte le imprese di un settore con domanda inelastica, questo costo verrà integralmente scaricato sui consumatori (che la domanda nel settore bancario sia poco elastica deriva dal fatto che non ci sono succedanei e che oggi è quasi impossibile sopravvivere decentemente senza un conto corrente bancario). 
Quindi, siccome siamo praticamente tutti utilizzatori delle banche non c' è grande differenza tra i soggetti che pagano nell'un sistema (intervento dello stato) e chi paga nell'altro (intervento del fondo interbancario). La differenza è che in uno il carico si ripartisce in base alle aliquote di imposta, mentre nell'altro si ripartisce in base all'entità dell' utilizzazione dei servizi bancari (chi usa di più questi servizi contribuirà al fondo interbancario più di quanto vi contribuirà chi li usa di meno). 
Una radicale alternativa sarebbe quella di lasciare invece il danno dove cade, e cioè su tutti i risparmiatori della banca fallita, senza salvarne nessuno. In un mercato diventato ancora di più simile al far west si può prendere in considerazione anche questa soluzione, ma qualche problema c'è. Distrutto ogni residuo di fiducia goduta in comune, potremmo piombare in pieno in una diversa specie di tragedia. Se ogni risparmiatore deve mettere in conto il rischio di perdere i soldi che ha messo in banca, le sue scelte di investimento cambieranno. Si sposteranno tutti verso le banche più grandi nella speranza (fondata o non fondata che sia) che almeno queste vengano salvate (come nel 2008 avvenne per AIG, più grande e più correlata, che fu in effetti salvata, a fronte di Lehman Brothers, lasciata invece fallire). Oppure si sposteranno verso beni rifugio (case, oro, ) e, in parte, addirittura verso il materasso.
Questo il sistema non può ancora permetterselo e di qui l'intervento a garanzia dei depositi al di sotto di una certa soglia.
L'esito complessivo di tutto ciò è la distruzione di un common (il sistema di fiducia che esisteva prima e di cui quasi nessuno cercava di approfittare) e la sua sostituzione con un intervento che è chiamato privato (il fondo costituito dalle banche) ma in realtà è pubblico, in quanto alimentato con i denari di tutti coloro che utilizzano il sistema bancario
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Se ripensiamo a questa storia delle banche nella prospettiva dei beni comuni, possiamo ricavarne qualche ulteriore riflessione? 
Un punto di partenza può essere la considerazione che le banche usufruiscono di una risorsa comune (la fiducia dei clienti, sia pure artificialmente sussidiata con denaro della collettività,) e perciò comune dovrebbe essere il controllo su come questa risorsa viene amministrata.
In un certo senso questa era a suo tempo la situazione. Nel poco competitivo contesto del sistema finanziario di mezzo secolo fa, un' Autorità controllava per conto di tutti il modo in cui la risorsa fiducia era amministrata e quasi sempre riusciva a tenere sotto controllo il comportamento delle banche. Oggi le Autorità sembrano non riuscirci più, e forse neppure volerlo veramente. Oggi la possibilità che qualcuno con mania di grandezza speculativa si impadronisca di una banca e la porti sulla strada della perdizione è all'ordine del giorno e può riguardare anche enti insospettabili. Con conseguenti perdite per i creditori e, come si è visto, per l'intera collettività.
È ovvio che la soluzione non sta nel riportare indietro le lancette dell' orologio. La finanza del secolo scorso è andata e non tornerà mai più.
La soluzione dovrebbe essere piuttosto cercata in un aumento del controllo comune sullo sfruttamento della risorsa comune chiamata fiducia nel sistema bancario, e perciò l'unica prospettiva sembra oggi quella di favorire un' attiva presenza di tutti gli stakeholders negli organi che hanno il compito di controllare l'operato delle banche. Si tratterebbe cioè di democratizzare la governance delle banche, potenziando la presenza negli organi di gestione e di governo di soggetti scelti da, e responsabili verso, stakeholders anche diversi dai soci, a cominciare comunque dai correntisti (come è noto il nostro governo sembra andare nella direzione esattamente opposta).
E qui tocchiamo l'ultimo punto, che ci riporta ad una questione che dovrebbe essere assolutamente centrale in tutta la discussione sul tema dei beni comuni. La domanda è: c'è da aspettarsi che una banca, o una qualsiasi risorsa comune, possa essere gestita meglio se alla sua gestione partecipano tutti quelli che sono in qualsiasi modo interessati al suo buon funzionamento? 
La risposta a mio avviso è: dipende. Dipende da quanto i soggetti interessati si sentiranno davvero parte di una comunità [Denozza 2015] e dall'impegno che saranno disposti a mettere nell'esercizio dei loro diritti di gestione della cosa comune. Se tutti si aspetteranno, per così dire, la pappa bella e fatta, le cose andranno malissimo. 
Qui tocchiamo quello che a mio avviso è il vero tallone di Achille dei beni comuni. Se la gestione di un bene comune non viene affidata alla tradizione (e se non lo si scompone in tante particelle per affidarne la gestione complessiva al mercato) il tempo, la cura e l'attenzione richieste ai partecipanti possono diventare decisamente ingenti. 
Qui c'è da osservare non solo che il mercato funziona da questo punto di vista molto meglio, presentandosi come un gigantesco economizzatore di tempo e di energie comunicative, ma anche che il mercato, proprio per questa sua capacità, abitua a vivere senza comunicare. Abitua ad agitarsi e a cercare l'aiuto degli altri solo quando si ritiene di avere subito una qualche colossale ingiustizia. Che è quello che sta succedendo adesso. Italk show sono pieni di gente che protesta inferocita per ogni genere di soprusi che pensa di avere subito. C'è però da chiedersi: dove era quella gente quando si trattava di prevenire le situazioni da cui gli abusi sono nati? Dove sarà quella gente quando il tema del suo personale abuso sarà risolto o dimenticato? 
Questa difficoltà (quella di trovare abbastanza tempo e attenzione disposti ad essere investiti in una attività comune) non è ovviamente un problema che riguarda soltanto i beni comuni. Si tratta in realtà di un più generale meccanismo che si autoalimenta: più il mercato si diffonde, più si diffonde la disabitudine a comunicare, più diventa difficile sottrarre ambiti al mercato e affidarli a forme di gestione alternativa. 
Oscar Wilde sembra dicesse che per praticare il socialismo ci vogliono troppe serate [Gilbert 2014, 212] e una più recente studiosa [Polletta 2002] alcuni anni or sono intitolava una sua monografia "Freedom is an endless meeting". Il mercato non abitua a faremeeting. Figuriamoci un meeting… endless.
Vorrei concludere con una notazione che ci rimanda all'originale pensiero di un grande giurista liberale, Rudolph von Jhering, che in uno dei suoi più celebri lavori (der Kampf um's Recht) sosteneva che il titolare di un diritto soggettivo ha il dovere di esercitarlo e di difendere in tal modo l'interesse per la cui protezione il diritto soggettivo gli è stato conferito [Denozza 2016]. Jhering ricorre qui a una metafora bellica ricordando che in un esercito l'inerzia, o, peggio, la fuga dell'uno, danneggia anche tutti gli altri [Jhering 1925,70ss.]. La sua idea è che l'inerzia nella difesa dei propri diritti soggettivi danneggia non solo coloro che non li esercitano, ma anche tutti gli altri portatori dello stesso interesse. 
Alla fine di questo cammino scopriamo allora che il bene comune più elementare, e forse più importante, può essere non solo la legge (il diritto in senso oggettivo) come è da molti riconosciuto, ma addirittura lo stesso diritto soggettivo, addirittura, cioè, il simbolo (e da sempre la cittadella) dell'individualismo borghese. Ed è curioso che sia un giurista liberale ad ammonirci sulla importanza di esercitare i nostri diritti.
Ad ammonirci anche (qui ci metto del mio) su un fatto che mi sembra stia diventando sempre più evidente, e cioè che i diritti individuali in fondo non sono poi così difficili da ottenere in teoria. Il problema vero è quello di riuscire ad esercitarli effettivamente, e la cosa più importante è quella di acquisire la coscienza che i diritti, anche i diritti più individuali, non sono un bene strettamente privato, ma sono essi stessi un bene comune. Sì che far valere i propri diritti non è una facoltà, ma un preciso dovere verso la comunità cui si appartiene.

BIBLIOGRAFIA

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F.DENOZZA, Le situazioni soggettive nelle concezioni strumentali del diritto: un'incursione teorica tra Jhering e l'Economic Analysis of Law, di prossima pubblicazione in Politeia, 2016.

J. GILBERT, Common Ground, Pluto Press, London, 2014.

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F. POLLETTA, Freedom Is an Endless Meeting: Democracy in American Social Movements, University of Chicago Press, 2002.

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E. VITALE, Contro i beni comuni. Una critica illuminista, Laterza, Roma-Bari, 2013.

Fonte: casadellacultura.it

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