di Marta Fana
La riforma del mercato del lavoro francese sancisce in via definitiva l’attacco dell’austerità al cuore del modello sociale europeo. Il progetto della Loi Travail, che prende il nome dall’attuale Ministro El Khomri si pone, come tutte le riforme strutturali avviate in Europa, l’obiettivo di flessibilizzare il mercato del lavoro.
Un copione già visto: il decentramento decisionale a livello di impresa, scavalcando l’intermediazione sindacale; l’eliminazione dei vincoli all’orario di lavoro; libertà di licenziamento e riduzione delle indennità di disoccupazione. Questi i capisaldi della riforma, ancorati alla visione mainstream secondo cui l’efficienza del sistema e quindi il potenziale per la sua ripresa dipenda negativamente dalle rigidità presenti sul mercato del lavoro. Per la Francia, la Loi Travail interviene come secondo atto di un processo già avviato. Nel 2013, infatti, il già governo Hollande aveva introdotto la flessibilizzazione dell’orario del lavoro e della retribuzione dietro accordo aziendale.
Un cospicuo pacchetto di incentivi alle imprese era stato varato per le assunzioni a tempo indeterminato di giovani sotto i ventisei anni, provvedimento accompagnato da un aumento dei contributi per le aziende che avessero invece assunto a termine. Al fine di garantire i lavoratori, era stato previsto un aumento dei sussidi di disoccupazione da utilizzare per programmi di inserimento e formazione a favore dei lavoratori con contratti di brevissima durata. Con la disoccupazione che non tende a diminuire, il governo sembra cedere definitivamente alle richieste del Medef (la Confindustria francese) e della comunità internazionale dominante.
Un cospicuo pacchetto di incentivi alle imprese era stato varato per le assunzioni a tempo indeterminato di giovani sotto i ventisei anni, provvedimento accompagnato da un aumento dei contributi per le aziende che avessero invece assunto a termine. Al fine di garantire i lavoratori, era stato previsto un aumento dei sussidi di disoccupazione da utilizzare per programmi di inserimento e formazione a favore dei lavoratori con contratti di brevissima durata. Con la disoccupazione che non tende a diminuire, il governo sembra cedere definitivamente alle richieste del Medef (la Confindustria francese) e della comunità internazionale dominante.
Il nodo dolente - e regressivo - messo sostanzialmente in discussione oggi è la giornata lavorativa delle 35 ore, che può avvenire in totale disintermediazione, con un accordo tra datore di lavoro e lavoratori. In particolare, da un lato viene esteso il limite di settimane per cui è possibile raggiungere, inclusi gli straordinari, le quarantaquattro ore di lavoro: da dodici a sedici settimane. Dall’altro, dal punto di vista retributivo, attualmente le ore supplementari- quelle oltre le 35 settimanali- sono retribuite con una maggiorazione del 25% e del 50% dopo le prime otto ore di straordinario. La proposta El khomri, apre alla flessibilità retributiva: gli accodi sulle maggiorazioni saranno vincolate non più ai contratti nazionali bensì ad accordi maggioritari a livello aziendale e valutati caso per caso. In particolare, il punto minimo di accordo non è l’aumento del 25% della retribuzione oraria, bensì il plafond minimo del 10% in più.
Fu così che le riforme strutturali avanzarono anche lì dove la garanzia del diritto aveva caratterizzato il compromesso tra una forte espansione del capitalismo e la progressione dei diritti sul lavoro. La vittoria francese per le 35 ore fu la vittoria di una rivendicazione legittima e ancora oggi miraggio per molti paesi che vogliono definirsi sviluppati. Un provvedimento che arrivò non durante i Trenta gloriosi, ma nel 1997, quando in Italia era già stata sancita la fine del progresso sull’altare dell’auspicata crescita. D’altra parte però i i francesi sono consapevoli del diritto e continuano a dimostrarlo, come il 9 marzo scorso, sperando che continui fino all’ultimo respiro.
Fonte: Radio Articolo 1

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