di Giovanni Principe
A dispetto dei commenti trionfalistici del governo, e specificamente del premier Renzi, i dati pubblicati dall’ISTAT all’inizio di giugno non offrono un quadro incoraggiante dell’andamento dell’occupazione in Italia e si vanno ad aggiungere a quelli, altrettanto deludenti, relativi alla situazione economica più in generale. Il dato che ha innescato le dichiarazioni più ottimistiche è stato il tendenziale relativo alla media degli occupati, che nel primo trimestre del 2016 ha superato di un punto percentuale quello corrispondente del 2015: in termini assoluti si tratta di 210.000 occupati in più (nelle dichiarazioni governative si fa riferimento al dato non destagionalizzato, +240.000 unità, con una scelta poco rigorosa ma di maggiore efficacia comunicativa).
Il dato era noto da tempo e, semmai, il dato di aprile, rilasciato anch’esso a inizio giugno, è perfino migliore. Il fatto è che si tratta di oscillazioni attorno a un valore che risale grosso modo all’agosto 2015. Un’occhiata alla media mobile delle medie quadrimestrali tra gennaio-aprile 2015 e gennaio-aprile 2016 ce ne dà un’evidenza visiva.
È opinione condivisa tra gli analisti che abbia influito in modo significativo il bonus assunzioni introdotto dalla legge di stabilità 2016 (n.208/15) e ci si chiede se l’entità assai rilevante di quella misura per le casse dello stato (attorno ai 12Meuro) sia stata proporzionata al risultato ottenuto.
Di fatto una rapida osservazione dell’andamento dell’occupazione a partire dall’inizio della crisi giustifica questo dubbio. Dal I semestre 2008, quando si superavano i 23 milioni di occupati, si registra una caduta progressiva che porta nel giro di due anni alla perdita di 600.000 posti di lavoro (dai 23,1 milioni del I-2008 ai 22,5 del I-2010). Su quei valori si resta stabili fino al 2012 quando – dopo la lettera della troika, l’aumento straordinario dello spread BTP-DBund, la caduta del governo Berlusconi – con l’avvento del governo di larghe intese del premier Monti prendono avvio le misure di austerità. Il raffreddamento delle tensioni sui mercati (e con la UE), costa all’Italia un’ulteriore perdita di 3-400.000 occupati: il semestre peggiore è il II-2013 (22,160 in media, con un minimo di 22,100 nel mese di settembre).
Si nota quindi che il recupero realizzato nei primi mesi del 2015 grazie al bonus assunzioni corrisponde esattamente alla ulteriore perdita che si era avuta dopo l’inizio delle politiche di rigore promosse dalle maggioranze “di larghe intese”. Il seguente grafico mostra questo andamento, mese per mese, tra il 2008 e il 2016.
La corrispondenza tra gli occupati totali del 2016 e quelli del 2012, nasconde tuttavia una profonda differenza nella composizione per classi di età. Diminuiscono di quasi 800.000 unità gli occupati under 35 e di poco più di 600.000 quelli tra 35 e 50 anni, mentre aumentano di 1,3 milioni quelli tra 50 e 64 anni (e di 100.000 gli over 65).
Non significa che gli anziani stiano togliendo posti di lavoro ai giovani ma che la riforma delle pensioni e il calo della natalità (insieme alle pulsioni politiche che alimentano un’ostilità, tanto idiota quanto disumana, verso gli immigrati) stanno trattenendo al lavoro gli anziani, da un lato, e assottigliando le fila dei giovani, dall’altro.
Lette in questo quadro, le politiche che hanno rappresentato la vera cifra distintiva del governo Renzi assumono una luce ben diversa, per non dire opposta, rispetto agli slogan sul “largo ai giovani” (con il corrispettivo, in ambito tutto politico, della “rottamazione”). Il risultato di questo “terremoto generazionale” innescato dalle politiche liberiste e dall’offensiva propagandistica della destra, è infatti che le imprese devono sopportare un costo più alto per gli anziani trattenuti al lavoro, mediamente più cari e, per molte mansioni, meno produttivi. Le misure adottate per compensare questa situazione sono state quindi rivolte costantemente a comprimere le retribuzioni dei più giovani.
Per limitarci solo ai provvedimenti principali in questa direzione, sono stati liberalizzati i contratti a termine (primo atto del governo Renzi), è stata ampliata con successivi interventi la casistica per i voucher, sono state allargate le maglie del licenziamento ingiustificato fino all’invenzione di un escamotage che rende facilmente aggirabile perfino il divieto, imposto dai trattati internazionali, dei licenziamenti discriminatori (con il contratto cosiddetto “a tutele crescenti” introdotto dal “Jobs Act”).
Le generazioni più giovani – ma il fenomeno arriva a toccare, soprattutto nella componente femminile, perfino la fascia centrale di età, quella meno soggetta a rischio di disoccupazione – hanno subito dunque una pressione poderosa per tenere basse le loro retribuzioni, con un peggioramento delle loro condizioni di vita e in definitiva una restrizione dei loro diritti. Il voto ha dimostrato, in tutte le occasioni fino alle recenti amministrative, quanto poco abbia fatto breccia su quelle generazioni la propaganda “nuovista” del governo. La scelta è stata piuttosto quella di riversare i voti sull’opposizione oppure di astenersi.
Complessivamente il costo del lavoro si è notevolmente raffreddato dall’inizio di questo decennio, tanto per le retribuzioni lorde che per gli oneri sociali. Se aggiungiamo l’effetto del bonus assunzioni, il quadro è quello di un sostegno poderoso che è stato assicurato alle imprese dal governo, sia attraverso le casse dello Stato che grazie a misure pro-employers. Non solo si è così compensato l’aumento del costo del lavoro per la maggiore quota di lavoratori anziani ma, soprattutto nell’ultimo biennio, si è andati oltre, come mostra il grafico seguente.
La crescita , moderata. tra il 2010 e il 2013, tra i 6 e gli 8 punti a seconda dei settori, rallenta ulteriormente nei due anni successivi. Se nell’industria va un po’ meglio, nei servizi, in particolare nel commercio e negli alberghi e ristoranti, si passa da poco più di 2 punti all’anno a un punto netto nel biennio 2014-2015.
Qui viene l’osservazione finale relativa al quadro economico complessivo.
Il sostegno del governo alle imprese non è stato rivolto a incentivare un aumento di competitività ma a tenere a galla nel mercato le frange marginali e a dare respiro al sommerso (con l’inevitabile corollario di allargare gli spazi di manovra per l’economia criminale). C’è (ed è fortunatamente in crescita) una quota di imprese orientate all’export che hanno risorse (economiche ma soprattutto umane) per farcela da sole nonostante la mancanza di un “sistema-paese” adeguato alle spalle. Ma per il resto ci si affida a barchette, diciamo pure bagnarole, destinate ad affondare se non si mette mano rapidamente a ricostruirli ex novo o a sostituirli.
Il consuntivo dei conti economici nazionali per il I trimestre 2015 ha fatto segnare un +0,3 congiunturale che è pur sempre qualcosa in più della media del precedente semestre: ma è stato trainato dall’export e soffre della stasi dei consumi delle famiglie, effetto di quella stasi delle retribuzioni a cui abbiamo appena fatto cenno.
La produzione industriale non va male e gli ordinativi non sono scoraggianti. Ma parliamo di un quinto degli occupati e appena qualcosa in più in termini di valore aggiunto. È però il terziario il ventre molle di cui non ci si vuole occupare ritenendo che le mance, tipo bonus assunzioni, insieme con i voti portino anche qualche miracolo di San Gennaro.
Invece arrivano i fischi, proprio dai commercianti ingrati. È pur vero che se la prendono con la natura elettoralistica del bonus 80 euro e non riescono a vedere la trave degli 8.000 euro che si sono intascati: ma non ci si può stupire se chi è costretto a fare il giro delle banche per cercare – senza successo – un po’ di credito e teme di dover abbassare le saracinesche, comincia a nutrire qualche dubbio sul fatto che la crisi sia piovuta dal cielo, o sia tutta colpa dei tedeschi egoisti o degli immigrati che tolgono il lavoro o smerciano roba falsa di provenienza cinese (o casertana).
Sta di fatto che, anche se per questa volta Gorge Soros avesse sbagliato le previsioni su una recessione mondiale prossima ventura, se quindi il mercato mondiale crescesse secondo le proiezioni più ottimistiche, il nostro futuro non va oltre una crescita di un punto del PIL nel 2016, da fanalini di coda dell’economia mondiale.
Non si dovrebbe essere pessimisti a tutti i costi. Ma la condizione basilare per nutrire un po’ di speranza è che la diagnosi del problema sia chiara e sia azzeccata. È questo che manca e finché chiunque si sforzi di farla è solo un traditore della Patria la speranza resta davvero al lumicino.
Fonte: newnomics.it




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