La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 15 giugno 2016

Quello che Tony Blair ha imparato sul Medio Oriente: assolutamente nulla

di Patrick Cockburn
Normalmente a qualsiasi persona che critica Jeremy Corbyn è garantito un appoggio automatico da parte dei media britannici che evidentemente pensano che non devono neanche fingere di essere non-faziosi quando si tratta del leader del Partito Laburista. L’unico personaggio politico analogamente soggetto ad una demonizzazione automatica, è Tony Blair, e così quando la settimana scorsa ha attaccato ferocemente Corbyn, perché, presumibilmente aveva incentrato la sua attenzione sulla “politica della protesta” a spese della “politica del potere”, era interessante vedere quale uomo sarebbe stato preso di mira.
Quasi senza eccezione, i critici, da Nigel Farage a Michael Moore hanno denunciato Blair come la radice di tutto il male in Medio Oriente e oltre. Alcuni hanno sostenuto che era così screditato che le sue opinioni non meritavano più di essere ascoltate, e altri hanno sospettato che stesse compiendo un attacco preventivo prima della pubblicazione dell’inchiesta Chilcot che si ipotizza lo criticherà severamente per le sua azioni svolte nel periodo antecedente all’invasione dell’Iraq nel 2003.
In queste denunce è stato ignorato il fatto che la politica di Blair di interventi stranieri non ebbe fine quando non fu più primo ministro, ma continua ancora oggi. Davide Cameron intervenne militarmente in Libia nel 2011, con risultati che sono stati tanto disastrosi quanto qualsiasi altra cosa di cui Blair era stato responsabile in precedenza, per otto anni, e il Primo Ministro ha ripetutamente espresso il dispiacere per essere stato bloccato dalla Camera dei Comuni nel suo piano di attacchi aerei sulla Siria nel 2013.
Le periodiche “esplosioni” di Blair sono così utili perché egli rivela apertamente che, come i Borbone, non ha imparato nulla e non ha dimenticato nulla fin dall’inizio della guerra in Iraq, mentre altri leader occidentali fingono il contrario, ma in pratica fanno tanto quanto Blair avrebbe dovuto fare. Vale la pena citare il suo insulto a Corbyn – quell’insulto che ha prodotto così tanti titoli in prima pagina – perché racchiude perfettamente non soltanto i suoi giudizi errati sulla “politica del potere” in Medio Oriente, ma le idee sbagliate dei successivi governi britannici. Ha detto di essere stato “accusato di essere un criminale di guerra per aver eliminato Saddam Hussein che, a proposito, era un criminale di guerra – e tuttavia Jeremy è considerato un’icona progressista mentre noi stiamo da una parte e osserviamo i siriani che vengono bombardati con le bombe-barile *, picchiati, privati del cibo, fino a sottometterli, e non facciamo nulla.”
In altre parole, Blair favorisce ancora l’interventismo straniero e crede che sia efficace e benefico, malgrado tutte le prove contrarie dall’Ira, Libia e Afghanistan negli scorsi 15 anni. Sarebbe però un errore pensare che Blair stia esprimendo una sua personale opinione isolata perché, malgrado il suo status di pariah, gran parte dei media britannici e una significativa minoranza del suo stesso partito hanno sostenuto la partecipazione britannica nella campagna aerea guidata dagli Stati Uniti contro l’Isis in Siria.
Cameron ha sostenuto che l’opposizione di Corbyn agli attacchi aerei dimostrava che era un simpatizzante dei terroristi, e il Ministro degli Esteri ombra, Hilary Benn, ha fatto un discorso molto lodato, pieno di retorica in cui diceva che sostenere gli attacchi britannici contro Isis in Siria è l’equivalente dell’aver combattuto Franco in Spagna nel 1936 e Hitler nel 1940. Il grado in cui questo è stato un atteggiamento
falso da parte di Cameron e Benn, è evidenziato dal fatto che nessuno dei due ha dimostrato preoccupazione che le azioni della RAF contro Isis in Siria, nei sei mesi dopo il famoso voto della Camera dei Comuni, erano state molto limitate. Su 3.787 attacchi compiuti in Siria fino al 1° giugno dalla coalizione di potenze aeree a guida statunitense, soltanto 237 sono stati compiuti da velivoli non-statunitensi.
Blair è un esempio estremo ed egoistico, ma c’è ancora pochissima comprensione tra i leader occidentali di che cosa è avvenuto in Afghanistan dopo il 2001 e in Iraq dopo il 2003. Qualsiasi siano le giustificazioni umanitarie per l’intervento straniero in quei paesi, le guerre si sono rapidamente trasformate in avventure neo-imperiali, non molto diverse da quelle intraprese durante i giorni grandiosi dell’imperialismo nel 19° secolo. Anche supponendo che Blair sia sincero nella sua spesso citata dichiarazione che il motivo della guerra in Iraq nel 2003 era stato di rovesciare Saddam Hussein, questa è una spiegazione semplicistica e fuorviante di che cosa è realmente accaduto e di che cosa è andato storto. Se rimuovere Saddam e le sue inesistenti WMD (armi di distruzione di massa) fosse stato il vero scopo, e le forze britanniche e statunitensi si fossero ritirate immediatamente dopo che tale scopo era stato raggiunto, allora il Presidente George W. Bush e Tony Blair avrebbero potuto cavarsela.
Il dibattito su che cosa era accaduto, di solito affronta due avvenimenti cruciali come un singolo sviluppo mentre di fatto erano separati: uno era l’invasione dell’Iraq e l’altro la successiva occupazione del paese. Il primo obiettivo era teoricamente raggiungibile se le potenze straniere fossero state oneste in qualunque momento riguardo a che cosa programmavano di fare, dopo avere occupato l’Iraq e aver cercato di governarlo direttamente o per mezzo di delegati condiscendenti, erano destinati a fallire disastrosamente. Nell’estate del 2004 gli Stati Uniti e i loro alleati in Iraq controllavano completamente soltanto isole di territorio e affrontavano ribellioni su vasta scala da parte di iracheni Sciiti e Sunniti. Una volta che questi occuparono l’Iraq con grossi eserciti di terra e cercarono di diventare la potenza predominante lì e nella regione, fu chiaro che non potevano mai riuscire.
Gran parte di questo era ovvio all’epoca, per chiunque fosse sul terreno in Iraq. Ricordo Hoshyar Zebari, il ministro degli Esteri iracheno a lungo in carica che mi diceva allora che il fatto politico più importante era che nessuno dei vicini dell’Iraq era d’accordo con l’occupazione o era preparato ad accettarla. Un capitano dell’intelligence militare britannica a Basra, mi disse che continuava invano a cercare di spiegare ai suoi superiori che la grossa differenza tra le campagne di contro insurrezionali in Malesia e in Irlanda del Nord e quella a Basra era che “in Iraq non abbiamo nessun vero alleato.”
Andiamo avanti veloce di 13 anni e c’è la stessa fiacca presa  sulla realtà quando si tratta di continuare la guerra in Siria e in Iraq, e la stessa disponibilità a presentare un’immagine di fantasia dei molteplici conflitti in quei paesi.
Blair è utile perché crede ancora che la rimozione di Saddam Hussein avrebbe dovuto portare pace e ricchezza agli iracheni se ci fosse stata una pianificazione migliore per la ricostruzione e prima della guerra, dopo l’invasione e se non fosse stato per l’intervento malefico dell’Iran e della Siria. Non accetta mai che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sono considerate occupanti stranieri dalla maggior parte degli iracheni e che si stavano infilando in conflitti fra sette religiose, etnici e regionali che hanno potuto soltanto rendere peggiori. Blair non capisce come, tra tutte le orribili conseguenze della guerra che ha contribuito a iniziare e che finora non si è fermata, c’è stata un’al-Qaida enormemente rafforzata e la creazione dell’Isis.
Blair è spesso criticato per le sue strette relazioni commerciali con l’Arabia Saudita e le monarchie del Golfo, ma quello che fa non è diverso, anche se più lampante, rispetto agli altri politici occidentali. La lotta per sconfiggere l’Isis ha bisogno di così tanto tempo perché gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia e altri paesi stanno cercando di prevalere sugli gli islamisti estremi senza danneggiare la loro alleanza strategica con le autocrazie del Medio Oriente.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Originale: non indicato
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0

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