La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

lunedì 22 agosto 2016

Una battaglia di lavoro e diritti, ma la sinistra non c’è

Intervista a Andrea Segre di Tommaso Rodano 
“Le condizioni pesantissime dei braccianti sono il punto di convergenza di due grandi assenze di diritti nella nostra società: quelli di chi lavora e quelli dei migranti economici”. Andrea Segre ha dedicato agli uni e agli altri – lavoratori e migranti – buona parte del suo impegno nella sua precoce e brillante carriera di regista. “Lo Stato”, aggiunge, “ha dimostrato di essere totalmente incapace di intervenire nel mercato del lavoro”.
Lei ha girato il documentario “Il sangue verde” a Rosarno nel 2010. Sei anni dopo non è cambiato nulla.
"È tutto immobile, non solo a Rosarno. Sono stato a Vittoria, in provincia di Ragusa, dove c’è uno dei più grandi mercati agricoli d’Europa di piccoli pomodori, i datterini. Un’enorme spianata disseminata di serre, dove lavorano tra i 3 e i 6 mila braccianti. Molte donne, soprattutto tunisine e romene. D’inverno vivono, lavorano e dormono dentro le serre. Sono stato accompagnato dagli operatori della Caritas, pensavano fossimo della parrocchia. È l’unico modo per frequentare questi posti: se uno parla di diritti fa una brutta fine."
Nessun controllo?
"Nulla. Nessuno dei sindacati, né delle amministrazioni pubbliche ha la legittimità di entrare lì dentro. In un luogo che produce ortaggi per un mercato enorme, che genera contrattazioni milionarie e coinvolge la grande distribuzione. Un’economia gigantesca che non ha bisogno di diritti: tra il mercato e i braccianti non c’è nessun filtro, nessuna mediazione."
Il Senato ha approvato un ddl contro lo sfruttamento agricolo. Secondo il procuratore di Lecce è una legge che punisce solo i caporali e non le aziende agricole. È d’accordo con il suo giudizio?
"Sì. Quella norma è un controsenso. I caporali, come gli scafisti, ovviamente non sono dei santi. Ma colpire gli “utilizzatori finali” della catena di sfruttamento non è sufficiente per risolvere questi fenomeni. È un paradosso, un’ipocrisia: lo Stato fa una legge per fermare chi sfrutta un’assenza dello Stato stesso."
Come si possono portare queste persone fuori dalla schiavitù?
"I diritti nell’agricoltura italiana sono stati ottenuti nel momento in cui i braccianti si sono auto organizzati. I lavoratori stranieri ancora non riescono a farlo, o gli viene impedito. E i sindacati italiani sono molto indietro nella loro tutela. A tentare di rappresentarli restano le associazioni sul territorio, a Nardò, come a Rosarno e in Campania. A Caserta il 20 giugno sono scesi in piazza 6 mila braccianti africani. Un numero enorme, ma chi lo sa? Sembra non se ne sia accorto nessuno."
Una rimozione collettiva.
"A vigilare su Vittoria, per migliaia di braccianti, ci sono solo tre ispettori del lavoro. Tre. Lo Stato dia un segno di vita. Lo dico come provocazione: assuma 2mila ispettori del lavoro africani."
Si parla di diritti, lavoro, civiltà. Dov’è la sinistra italiana?
"La risposta è semplice: il bracciante non porta voti. Una volta un senatore del Pd mi ha detto: “Noi non siamo una ong”. Lo considerano un argomento umanitario, invece è una questione di diritti civili e sociali. Soltanto il diritto di voto può resituire a queste persone la possibilità di essere rappresentate."

Fonte: Il Fatto Quotidiano 

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