La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 8 settembre 2016

Gli intellettuali che abbandoniamo

di Chris Hedges
I grandi scrittori e gli intellettuali ci danno un vocabolario che ci permette di rendere comprensibile la realtà. Scavano in profondità che noi, senza il loro aiuto, sono incapaci di scandagliare. Siamo prigionieri di un sistema di potere fino a quando possiamo indicare i miti dominanti e gli intricati sistemi di coercizione e di controllo che estinguono la nostra libertà. Siamo una società stracolma di bugie abilmente fabbricate. La solitudine che rende possibile il pensiero – la rimozione dalla cacofonia elettronica che ci assedia – è sempre più difficile da trovare. Ci siamo separati da una cultura basata su testi stampati. Siamo incapaci di cimentarci con le sfumature e la complessità delle idee.
Abbiamo barattato le idee con stereotipi fabbricati. Parliamo nella lingua vacua che ci viene data dai nostri padroni delle grosse aziende. La realtà, che ci viene presentata come immagine, non viene esaminata ed è perciò falsa. Siamo culturalmente analfabeti e a causa di questo analfabetismo culturale veniamo facilmente manipolati e controllati.
I grandi scrittori—Marcel Proust, Anton Chekhov, Hannah Arendt, Simone Weil, Max Weber, Samuel Beckett, George Orwell, W.E.B. Du Bois, James Baldwin e altri sapevano che il pensiero è sovversivo. Contestarono e criticarono la narrazione dominante, le ipotesi e le strutture che sostengono il potere. Ci hanno liberato. Non hanno compiaciuto l’ultima moda dell’accademia o la cultura popolare. Non hanno cercato l’adulazione. Non hanno costruito patetici monumenti a se stessi. Hanno chiarito verità difficili e dure. Hanno servito l’umanità. Hanno elevato le voci che le élite del potere cercano di screditare, emarginare o schiacciare.
Sheldon Wolin è stato uno scrittore di questa statura. Ci ha dato le parole e le idee per comprendere il nostro dispotismo delle grosse aziende, quello che chiamava “totalitarismo capovolto.” Lo ha fatto combattendo la tendenza dominante all’interno dei dipartimenti universitari di scienze politiche che, come si rammaricava, li aveva visti diventare, di fatto, dipartimenti di scienze sociali “dediti all’uso” di progetti quantitativi, a caccia di una chiarezza scientifica irraggiungibile e che rifiutano di prendere una posizione o di esaminare i principali problemi che la società più ampia deve affrontare.
Questo incontro quantitativo di fatti puramente oggettivi forse può farvi avere un incarico, può procurarvi un invito come “cortigiano” nell’apparato del potere – in realtà la scrittura di tipo accademico spesso serve gli scopi del potere. Queste attività, però, come ci ha ricordato Wolin, sono un tradimento intellettuale. Wolin non ha avuto paura di rispondere alle enormi domande esoteriche, scomode e spesso senza risposta che rendono vitali e importanti la vita della mente e il pensiero politico. Ha smascherato il potere delle grosse aziende per la distruzione da esso operata della nostra democrazia capitalista, ha inveito contro la mercificazione dell’individuo e dell’ecosistema. Ha smascherato i meccanismi della manipolazione. Ha denunciato il colpo di stato delle grosse aziende. Ha sostenuto l’integrità degli studiosi. Ed è stato spesso solo.
La primavera scorsa ho insegnato il suo libro “Politics and Vision” in una prigione di massima sicurezza a Rahway, New Jersey, a studenti che prendono il Baccalaureato. Gli intellettuali della nostra società che sono poveri, specialmente quelli di colore, sono intrappolati in ambienti, scuole e spesso prigioni che rendono difficile e spesso impossibile, l’istruzione.
In carcere, questi intellettuali che lottano contro difficoltà che molti di voi in questa sala non possono immaginare, trasformano le loro celle in biblioteche. La mia classe era divorata dalla passione per “Politics and Vision” –per la difesa di Machiavelli della “violenza calcolata” e l’invito delle élite al potere di essere abili simulatori e ipocriti; l’abilità di Locke di trasformare la proprietà in uno strumento per costringere i cittadini all’obbedienza politica; l’idea di Weber che l’eroe moderno, a differenza dell’eroe classico che combatte la fortuna (il fato) doveva lottare contro un sistema esangue, anonimo “dove l’eventualità è stata diretta dalle procedure burocratiche” e dove “anche il carisma è stato burocratizzato.” Il mantra ideologico dell’oppressione aziendale – sine ira et studio- cioè senza ira né pregiudizi – è, come Weber sapeva, un’arma per distruggere coloro che hanno la passione, l’indignazione, il coraggio e la visione di attuare un cambiamento. Wolin avvertiva nel libro che “ogni individuo aveva la tremenda responsabilità di scelta a questo massimo livello, ma a ognuno era negata qualsiasi cosa simile al senso di certezza dello scienziato.” Wolin citava Weber che gli piaceva molto: “I massimi possibili atteggiamenti verso la vita sono incompatibili e perciò la loro lotta non può essere mai portata a una conclusione finale.”
Questo corso si è allargato, su richiesta dei miei studenti, dai 12 incontri di classe richiesti, a 24 e poi a 36. Mentre erano seduti in cerchio, una settimana dopo l’altra, nell’aula scolastica della prigione, chini sul testo, i miei studenti cominciarono a percepire che Wolin aveva un’altra qualità oltre l’ingegno. Si interessava. E si interessava a loro. Erano le sue prove dimostrative. Quando terminammo Marx, la classe tacque. Uno dei miei studenti si rammaricava che avevano atteso Marx per un semestre e ora era finito. Promisi che una volta completato il libro, avrei fatto una lezione finale su Marx. Allora si poté percepire la presenza d Wolin nell’aula.
Una delle molte crudeltà del capitalismo delle grosse aziende è che ha abbandonato i poveri, e, tra questi, gli intellettuali dotati, ai quali insegno. E anche quando essi riescono a uscire fuori con fatica dal profondo buco nero che abbiamo costruito per loro, anche quando sono in grado di ottenere successi accademici, rimangono segnati come uomini e donne poveri e di colore, con un passato da detenuti. Lo spregevole fallimento di fornire un’istruzione ai poveri, di coltivare questo potenziale e questi intellettuali – co questo non intendo fare parte di un comitato per assegnare una borsa di studio, ma andare a insegnare nelle colonie interne* e nelle prigioni dove i poveri sono intrappolati – è uno dei segni più incriminanti sul mondo accademico.
Uno dei miei studenti, è qui oggi. Attualmente è uno honors student (cioè studente con voti eccellenti, n.d.t.) alla Rutgers University ( (l’ateneo statale dello stato del New Jersey, n.d.t.). Lo aspettavo, insieme a sua madre, quando uscì di prigione dopo essere stato detenuto per 11 anni. Le sue prime parole per me – ricordatevi che aveva trascorso più di un decennio in una gabbia – furono: “Devo ricostruire la mia biblioteca.” Aveva lasciato 100 libri nella prigione.
Oppure considerate il caso del nostro amico Walter Fortson che uscì di prigione per laurearsi magna cum laude (con la lode) alla Rutgers, ottenne la prima borsa di studio in più di 10 anni, intitolata a Harry S. Truman e ricevette il Master di Filosofia in Criminologia dall’Università di Cambridge. Però Walter, come Boris, come tutti i miei studenti, rimane condannato da un sistema criminale di casta, e lotta con la povertà generata dalla globalizzazione, dalla deindustrializzazione e dal neoliberalismo e condannato dalla supremazia bianca. Walter, che ha appena ottenuto il suo definitivo avviso di sfratto, sta per fare un corso per diventare camionista. Boris, che sa che cosa succederà, si sta assicurando di avere una laurea e un permesso come appaltatore. Viviamo in un dispotismo dove Jean Valjean (un personaggio del romanzo: I Miserabili, n.d.t.) viene di nuovo ingiuriato, braccato e perseguitato.
Un paio di settimane fa ero nella stanza senza finestre di un centro di riabilitazione a Trenton, per incontro con uno dei miei studenti, Ron Pierce, che sta per essere liberato dopo 31 anni di carcere. Quando si lascia la prigione c’è la grande distribuzione di cose personali. I pochi oggetti che uno ha nella cella – scarpe da ginnastica, tute, contenitori di plastica, bottiglie d’acqua, cibo e libri, non si possono portare via. Si esce soltanto con le cose che uno ce la fa a trasportare. Un funzionario era seduto e assisteva alla nostra conversazione. Quando sono stato informato che le due ore erano scadute, ho salutato Ron con un abbraccio.
Gli ho chiesto: “Hai potuto portare fuori qualcosa?”
“Sì,” mi ha detto. “Politics and Vision.”

Questa è la trascrizione di un discorso che Chris Hedges ha tenuto sabato 3 settembre all’incontro annuale all’Associazione Americana di Scienze politiche a Filadelfia.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: Truthdig
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0

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