La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 7 ottobre 2016

Che cosa resta del marxismo italiano tra mode culturali e militanza politica

di Tommaso Baris
Il recente volume, La crisi del soggetto. Marxismo e filosofia negli anni Settanta ed Ottanta, curato dal presidente della Fondazione Istituto Gramsci di Roma Giuseppe Vacca ed apparso per le edizioni Carocci, nel 2015, si propone un compito estremamente arduo: rispondere cioè alla domanda che lo stesso Vacca si pone nella prefazione: «come mai nei primi anni Settanta pareva che il marxismo vivesse una stagione ricca di promesse ed ambizioni, e dieci anni dopo sembrava che non ne sopravvivesse più nulla?».2
Detto altrimenti, il volume, frutto di diversi seminari ed incontri pubblici tenuti in maniera sinergica dalla Fondazione Gramsci e dalla Scuola Normale di Pisa coinvolgendo filosofi, storici, scienziati politici e sociologi della politica, cerca di indagare lo sviluppo del marxismo in Italia tra la metà degli anni Settanta sino ai primi anni Ottanta, provando a comprendere come quello che sembrava un indiscutibile ed inattaccabile primato politico-culturale (nonché capace di fare mercato, almeno quello editoriale) sia rapidamente tramontato con l’inizio del declino politico del Pci, portando ad una rinnovata e riproclamata definitiva crisi e morte del marxismo stesso. Quest’ultima peraltro, nel nostro panorama politico e culturale del nostro paese, è durata a lungo, almeno sino a qualche anno fa, quando invece, complice la nuova profonda crisi economica che ha investito l’Occidente capitalistico a partire dai mutui sub-prime americani, la riflessione storico-politico del Moro è tornata ad essere di grande attualità, producendo una ennesima riscoperta e nuova attenzione anche editoriale, come dimostrano le numerose recenti pubblicazioni dedicate al marxismo nelle sue varie forme.3
Il volume si inserisce quindi, con delle sue forti specificità, all’interno di questa fase di riscoperta della riflessione storico-politica e del pensiero di Marx. Se indubbiamente la questione del marxismo è al centro del volume, tuttavia non ci troviamo dinanzi ad una analisi delle opera del filosofo di Treviri quanto piuttosto ad un articolato e complesso tentativo di restituire i diversi “marxismi” che in Italia si strutturarono a partire dagli anni Sessanta, con particolare attenzione alla relazione del pensiero marxiano con la filosofia italiana. Questo tema è stato sviluppato, come già ricordato, in apposite sezioni, diverse delle quali sono state dedicate anche all’utilizzo nel campo della scienza politica e della riflessione storiografica delle suggestioni del pensiero marxiano in generale e più nello specifico dei diversi approcci al marxismo che si stavano sviluppando in campo filosofico.
Siamo perciò dinanzi all’analisi del modo in cui intellettuali di diverse discipline umanistiche ma anche quelli legati alle scienze sociali hanno letto il lasciato marxiano in un determinato momento storico.4Proprio nella scelta dell’arco cronologico sta il secondo elemento di particolarità ed interesse del libro: gli anni Sessanta segnano infatti un importante crocevia sociale e politico, che segna il pensiero filosofico da un punto di vista teorico con forti ed inscindibili legami con l’agire pratico, sul terreno prettamente politico. In quel decennio si realizza una profonda trasformazione della società occidentale capitalistica, con il definitivo affermarsi a livello globale del modo di vivere americano e quindi dell’epoca del consumo di massa, con il prevalere del desiderio sul mero bisogno almeno in linea tendenziale. La dimensione di massa del consumo, se inizialmente viaggia veloce al fianco dell’affermazione del fordismo e dell’industrialismo, apre al contempo spazi e strade verso la creazione di quella società dei servizi e del terziario avanzato destinata a segnare progressivamente il passaggio alla società post-fordista con la sua complessa riorganizzazione del sistema di produzione capitalistico delle merci, tanto di quelle materiali, che di quelle immateriali destinate, almeno in una parte del globo, a diventare sempre più importanti.
Questo nuovo quadro, ed è un elemento molto importante che emerge dall’insieme dei saggi, non sfuggì affatto alla riflessione del mondo intellettuale e culturale che si schierava in Italia a sinistra e che tendeva a collocarsi politicamente vicino al Psi e al Pci, sia pure spesso con posizioni critiche o comunque di stimolo nei confronti delle forze storiche del movimento operaio italiano. La fioritura dei diversi marxismi italiani avvenne infatti dentro la presa d’atto, e in taluni casi con la partecipazione, alla messa in crisi di quello che era il marxismo ufficiale e dogmatico del movimento comunista internazionale stretto intorno all’Urss, che sino alla svolta del 1956 dopo i fatti di Ungheria aveva influenzato non poco lo stesso partito socialista italiano di Pietro Nenni. Gli anni Sessanta con le loro radicali trasformazioni, alcune evidenti, altre invece ancora in nuce, evidenziavano l’inadeguatezza del patrimonio teorico e culturale prevalente nel movimento comunista internazionale per leggere il rapido divenire del presente. Il riferimento è ovviamente a quel corpo dottrinario meglio noto con la definizione di marxismo-leninismo, costruitosi a partire dagli anni Trenta ed affermatosi come dottrina ufficiale dell’Unione Sovietica al tempo del dominio dispotico e terroristico di Stalin, che aveva enormemente accentuato la centralità della mera dimensione economica della riflessione marxiana riducendola ad un economicismo rozzo ed elementare come spiegazione monocasuale dei processi politici, anche per i paesi più avanzati e complessi. A questo si era aggiunto, già nel corso della lotta per la successione al potere di Lenin, la riduzione della sua strategia politica ad un insieme di formule e citazioni dogmatiche e dottrinarie che finivano per fissare e sterilizzare il problema leniniano della trasformazione rivoluzionaria della società, attraverso la creazione di una soggettività politica intenta ad arrivare a quell’esito mobilitando ed unendo le classi sociali subalterne verso quella comune prospettiva.
Schematizzando molto, possiamo dire che il marxismo leninismo risolveva le questioni in campo, individuando ed indicando il soggetto della azione rivoluzionaria in maniera alquanto semplice e deterministica: la classe operaia nella sua retorica era il soggetto sociale deputato all’azione rivoluzionaria di abbattimento del sistema capitalistico, ma questa ultima doveva essere guidata dal soggetto più consapevole e politicamente avvertito, rappresentato dal partito di quadri e funzionari che costituivano i rivoluzionari di professione, avanguardia politica del proletario stesso, ed unico depositario della strategia e della tattica rivoluzionaria, nel quadro dell’adozione di un modello statuale ricalcato sull’esperienza sovietica. Su questo ultimo aspetto vale la pena notare che la questione decisiva del rapporto nazionale-internazionale era stata risolta, dopo la stabilizzazione staliniana, dalla Terza Internazionale nel senso del privilegiare la dimensione dello Stato-nazione come terreno decisivo dell’azione politica dei singoli partiti comunisti, ma sempre all’interno della subordinazione delle loro scelte alle necessità dello Stato-nazione guida, quello sovietico, di fatto svuotando di senso il nesso tra la rivoluzione mondiale e l’esperienza di costruzione di uno Stato socialista, con la prima ridotta a mera riproposizione dello schema già applicato nel corso dell’Ottobre e/o, ancora peggio, a semplice espansione dello spazio imperiale dell’Urss. Dopo il 1956 tuttavia questa impostazione mostrava tutti i suoi limiti, del resto già apparsi evidenti nel contesto extraeuropeo, nello spazio coloniale, dove l’assunzione della dimensione nazionale da parte dei movimenti comunisti locali stava andando in tutt’altra direzione rispetto alla mera subordinazione agli interessi nazional-imperiali russo-sovietici.
In questo quadro generale, caratterizzato dai primi chiari segnali di crisi del sistema sovietico con la destalinizzazione e il 1956 e conseguentemente del marxismo-leninismo come ideologia di riferimento, un altro sicuro merito del volume è di mostrare come anche nel contesto occidentale e capitalisticamente più avanzato fosse in atto una profonda revisione di quel corpo dottrinario che aveva modellato e forgiato l’esperienza del comunismo quale movimento mondiale. In altre parole in Italia diversi intellettuali di area socialista e comunista si stavano muovendo in direzione di una ripresa, ma anche di un adeguamento della riflessione marxiana dinanzi ai cambiamenti che si stavano verificando nell’ambito della produzione, della società, e quindi del rapporto tra quest’ultima e la sfera politica. La crisi del soggetto è quindi, secondo questa prospettiva, sicuramente questione filosofica ma dalle evidenti conseguenze pratiche in senso strettamente politico: è infatti anche crisi della centralità della classe operaia, tradizionalmente intesa e di quello che era, sino ad allora, considerato come abbiamo già detto il suo interprete principe, il partito politico di stampo comunista e quindi fortemente centralizzato e gerarchico. La contestazione alla guerra del Vietnam, il ’68, la dimensione planetaria del movimento degli studenti, ma anche gli scioperi operai del ’69 e quelli degli anni a seguire caratterizzati dallo spontaneismo o comunque dalla critica alle organizzazioni ufficiali del movimento operaio, uniti all’emergere della questione giovanile prima e delle donne e del femminismo poi, portavano sulla scena pubblica nuovi soggetti sociali, contrari alle forme tradizionali della politica e della rappresentanza, anche se portatori spesso di una contestazione radicale del sistema di produzione capitalistica, che tuttavia avveniva talvolta su basi molto lontani dalla tradizione socialista così come si era strutturata nel suo incontro con il movimento operaio.
L’idea di una “totalità” filosofica del marxismo, almeno così come era stata impostata dalla dogmatica marxista-leninista, entrava così in crisi ma apriva la strada ad una fioritura di nuove interpretazioni del pensiero marxiano che cercavano di ripensare il tema della soggettività, intesa sia come l’elemento di conoscenza del reale che come processo di conquista di un nuova consapevolezza che portava i soggetti sociali a farsi attori politici dentro un progetto di cambiamento radicale della società stessa. L’elemento che mi pare contraddistingua il volume sia il tentativo di dare conto di questa ricerca su cui si mossero diversi gruppi intellettuali i quali in questo furono favoriti dalla (relativa) apertura che il partito comunista italiano, pur ancora al lascito gramsciano-togliattiano, ebbe nei confronti dei movimenti e delle loro tematiche nel corso di quel decennio.
Da questo punto di vista appaiono assai interessanti alcuni specifici saggi. In particolare quello di Giuseppe Cospito dimostra da un lato l’indubbia rilevanza che la figura di Gramsci ebbe in ambito culturale per il Pci che gettava di fatto la base per una diversa impostazione rispetto all’esperienza sovietica del rapporto tra politica e cultura ma anche apriva la strada a letture non deterministiche ed economicistiche dei processi politici in atto, dall’altro dimostra però come quella gramsciana fosse, sia pure nella sua interpretazione togliattiana, sicuramente una dimensione meno egemonica di quanto si potrebbe aprioristicamente credere.5 Il Pci insomma favorì un confronto ampio fra i diversi marxismi che i suoi studiosi animarono, a partire dalla scuola di Galvano Della Volpe (con l’autonoma propaggine trontiana ed operaista), alla riflessioni di Lucio Colletti per arrivare sino alla ricezione di Althusser e dello strutturalismo nel contesto italiano, per non parlare del confronto con il nascente movimento delle donne e con il femminismo della differenza poi.
Paradossalmente, come dimostra l’interessante saggio di Onofrio Romano su quel particolare gruppo interdisciplinare che fu la cosiddetta “scuola barese”, il gramscismo, nel suo senso migliore, nell’idea cioè di una teoria politica in grado di connettere la tradizione verticale di guida del movimento operaio attraverso il ruolo del partito con la domanda di libertà orizzontale che i movimenti esprimevano, finisce per essere doppiamente sotto accusa.6 Da un lato appare infatti decisamente messo sotto accusa, al di là dei riconoscimenti formali, nella galassia politico-culturale del marxismo teorico italiano e al contempo, retrospettivamente, anche valutato come elemento negativo in sé per avere assunto come cifra della sfida da affrontare il tema dell’orizzontalismo, della libertà, della critica ai processi verticali che caratterizzavano la società contestata dai nuovi movimenti sociali e politici. Si trattava infatti per i “gramsciani” dell’école barisienne di ripesare nientemeno che le forme della politica novecentesca attraverso la tematica squisitamente gramsciana degli intellettuali e della riformulazione del partito come intellettuale collettivo. Scrive infatti Romano che la rivolta studentesca e l’autunno caldo operaio non erano per il gruppo barese «effervescenze congiunturali», ma un «sintomo di un malessere e di una eccedenza societaria rispetto alle griglie rigide delle istituzioni novecentesche e vanno ricollocati all’interno della stanza di compensazione rappresentata dal partito, per fornire a quest’ultimo energia nuova e recuperare il rapporto con gli attori sociali».7 Si trattava quindi di tentare una radicalizzazione in senso democratico dell’azione politica del Pci, legata alle istanze poste dai movimenti sociali. Il punto cruciale era quindi la reinterpretazione «in chiave “orizzontalista” dell’armamentario teorico-concettuale marxiano», accettando la perdita di una fittizia unità rispetto all’oggettiva frammentazione sociale in atto. Bisognava allora usare il marxismo come strumento di indagine sociale, per arrivare poi ad una ricomposizione politica delle istanze dei movimenti sociali, eleggendo il terreno della democrazia e del suo continuo ampliamento a elemento strategico dell’azione politica di una forza rivoluzionaria quale il Pci doveva essere. Solo in questo modo si poteva raggiungere «l’unità politica necessaria a trasformare il sistema in generale, ossia i rapporti di produzione nel loro complesso, ritrovando così una forma di verticalità a sostegno dell’ordine “giusto”»,8 il che rendeva appunto, come approfondito in maniera storica da Franco De Felice, necessario tornare a ripensare l’aspetto organizzativo, dentro l’idea di una necessaria e costante tensione tra società e politica.
Come si evince chiaramente si trattava chiaramente di un progetto molto ambiziosi di influenzare da “sinistra” il gruppo dirigente del Pci, provando ad organizzare senza coartarla la stagione dei movimenti e delle loro richieste, anche assumendo la questione della libertà e del desiderio ma provando a declinarla in termini collettivi e non meramente individuali. Complessivamente tale operazione non riuscì. Come infatti ha scritto Roberto Finelli «la cultura del comunismo della prima metà del Novecento, per diverse ragioni, non si è incontrata con della seconda metà del Novecento». Da questo fallimento politico-culturale sarebbe scaturito «il principio della rivoluzione passiva (…) e del processo paradossale per il quale, a muovere dagli anni Ottanta e da quella dilagazione dell’americanismo che in Italia ha coinciso con il craxismo-berlusconismo, gli ideali dell’individuazione emancipatrice e rivoluzionaria, sono divenuti, assunti e tradotti nel linguaggio delle classi dominanti, i valori della gestione imprenditoriale e quantitativo concorrenziale del proprio Sé».9 A rendere impossibile l’incontro tra le istanze di solidarietà ed uguaglianza proprie della tradizione comunista e quelle invece antiautoritarie e di emancipazione del Sé dei nuovi movimenti è stato per Finelli non solo e tanto i singoli limiti della proposta politica dei diversi gruppi intellettuali che l’avanzarono, quanto piuttosto la dimensione costitutiva del marxismo predominante nella sinistra italiana e nel Pci in particolare, nella duplice matrice gramsciana che dellavolpiana. Quello del Pci, nota Finelli, è stato infatti essenzialmente un marxismo senza Capitale, nel senso di un pensiero teorico, e quindi poi di una analisi politica, incentrata in realtà sull’assenza di una «sociologia critica del processo lavorativo - insomma di un marxismo iscritto ancora nel mito positivistico del progresso come sviluppo delle forze produttive-che il gramscismo consegna al togliattismo».10 Quello italiano o almeno prevalente nel Pci sarebbe stato questo dunque un marxismo non particolare attento alla modernizzazione capitalistica e ai problemi che quest’ultima poneva, e quindi portato a sottovalutare la «capacità della struttura di costruire di per sé storia e società».11 È questa significativamente la principale accusa fatta a Gramsci e al gramsciamo, a cui pure si riconosce la «profondissima innovazione dei concetti diprassi ed ideologia», funzionale alla «conduzione all’egemonia di una soggettività politica».12 Pur cogliendo indubbiamente le riflessioni di Finelli un nodo centrale, più che Gramsci e il gramscismo, la questione segnala il tema della frattura tra l’analisi delle trasformazioni del mondo del lavoro e l’incapacità di costruire a partire da quelle un soggetto politico in grado di ricongiungere i differenti e diversi soggetti sociali, nati sia nel mondo della produzione materiali ma anche, come abbiamo visto, in ambito potremmo dire, sovrastrutturale e quindi collegati all’“ideologia” in senso marxiano, in una nuova soggettività politica in grado di trasformare e guidare in senso socialista la società dei consumi di massa che si stava affermando. È da sottolineare come la riflessione sulla centralità della “prassi” e della “ideologia” avvenga in Gramsci sempre a partire dal terreno, pensato come ineludibile ed incancellabile, della sfera dell’organizzazione materiale della produzione economica e dei soggetti che ne scaturiscono. È sempre la struttura detto altrimenti che crea le condizioni oggettivi per una la “filosofia della prassi” ma tali condizioni sono indispensabili ma non sufficienti a creare una soggettività politica. Il marxismo è inteso da Gramsci quindi come straordinario metodo di analisi del sociale in vista dell’“arrovesciamento” politico, rifiutando sia il rigido determinismo economicistico che un astratto volontarismo di natura idealistica. L’ideologia è quindi luogo di riconoscimento del ruolo che i soggetti subalterni occupano nella produzione, ma tale assunzione di consapevolezza non può che partire dall’analisi dell’organizzazione concreta e reale della produzione. È questo il presupposto da cui realizzare, dentro il campo delle possibilità che un data sistemazione economica offre, l’azione politica della “scissione” del mondo dei produttori consapevoli del loro ruolo al fine di realizzare il loro autogoverno all’interno di una società razionalmente organizzata. In questo visione il ruolo della relazione tra partito e masse che diventano consapevole gioca un ruolo centrale ma in direzione di un continuo interscambio tra le due dimensioni.
È recuperando questo specifico lascito del gramscismo che i “baresi” ripropongono al Pci la sfida di un socialismo «senza statalismo ed autoritarismo, al di del piano e del mercato».13 Questo tema, cruciale nella loro riflessione, era ovviamente frutto della consapevolezza storica del limite “statolatrico del socialismo sovietico, dove la classe operaia si era incarnata nella forma-Stato senza generare una nuova società civile”. Tornava dunque, per portate avanti in nesso tra democrazia e socialismo in Occidente, il tema della relazione tra soggetti sociali e soggettività politica rivoluzionaria in termini nuovi da quelli della tradizione. Per i “baresi” l’obiettivo doveva essere l’alleanza tra le differenti soggettività critiche che emergevano anche dai mutamenti produttivi dei sistemi capitalistici avanzati. Rispetto a queste questioni, l’iniziale apertura del Pci si è mutò progressivamente in chiusura e nella riproposizione dei primato del partito nei tradizionali termini della cultura comunista rispetto ai movimenti sociali.
È forse possibile collocare riflessione teorica e pratica politica dentro quello che nel suo saggio Cospito chiama, collocandolo proprio nella metà degli anni Settanta «il venir meno della centralità del pensiero di Gramsci, quando non un suo esplicito ripudio»,14 nel senso del rapporto assai complesso che ebbero con il lascito gramsciano le varie, e molte diverse tra di loro, tradizioni culturali che cercarono di «rifondare il marxismo recuperandone il senso originario o “aggiornandolo” mediante l’ibridazione con l’uno o l’altro filone del pensiero contemporaneo».15 Senza entrare nello specifico dell’analisi molto puntuale di Cospito sul difficile rapporto con Gramsci di molti filoni teorici che si richiamavano comunque al marxismo è però da sottolineare che i pur rilevanti contributi che furono realizzati nella seconda metà degli anni Settanta, in particolare in campo storico e di teoria politico dopo l’uscita della nuova edizione dei Quaderni del carcere curata da Valentino Gerratana, non riuscirono ad incidere politicamente, nonostante proprio l’attenzione sul concetto di egemonia ma anche le sottolineature sull’importanza del Quaderno 22 dedicato ad Americanismo e fordismo, curato da Franco De Felice, avessero un evidente significato politico.16 Paradossalmente mentre si metteva a fuoco il ruolo fondamentale della dimensione ideologica come deposito simbolico costruito dalla classi dominanti ed in quanto tale da distruggere e trasformare in coscienza autonoma e critica del ruolo collettivamente svolto nel processo produttivo come base su cui costruire una progettualità storico-politico alternativa, consapevolmente autonoma e capace di essere “totalitaria” nel senso di informare di sé la società tutta, si perdeva di vista la riflessione cruciale sul partito come intellettuale collettivo, pensando possibile affidare alla sola sfera della dimensione politico il progetto di cambiamento della società. Da qui una rottura tra riflessione teorica e prassi politica destinata a segnare negativamente l’evoluzione della sinistra italiana.

Note
1 Il 20 aprile 2016 si tenne all’Istituto Gramsci siciliano un dibattito sul libro La crisi el soggetto a cura di Giuseppe Vacca. Intervennero, discutendone con il curatore , Tommaso Baris, Michele Figurelli e Piero Violante. Pubblichiamo gli interventi dei relatori .
2 G. Vacca, Prefazione in Id. (a cura di), La crisi del soggetto. Marxismo e filosofia in Italia negli anni Settanta ed Ottanta, Roma, Carocci 2015, p. 9.
3 Tra le altre: Storia del marxismo, a cura di S. Petrucciani, , 3° volumi, Carocci, Roma 2015. Anche G. Vacca, Quel che resta di Marx? Rileggendo il “manifesto” dei comunisti, Salerno Editrice, Roma 2016
4 Lo stesso Vacca, agli inizia degli anni Settanta, aveva provato a fare il punto del dibattito italiano sul marxismo: G. Vacca, Politica e teoria nel marxismo italiano, 1959-1969. Una antologia critica, De Donato, Bari 1972.
5 G. Cospito, Gramsci nella crisi del marxismo italiano. Tra gramscismo ed antigramscismo (2968-1983), in La crisi del soggetto, cit., pp. 193-206
6 O. Romano, L’ambigua potenza del marxismo all’alba del neo-orizzontalismo. Il caso dell’école barisienne, inLa crisi del soggetto cit., pp. 445-61.
7 Ivi, p. 453.
8 Ivi, p. 457.
9 R. Finelli, Il disagio della “totalità” e i marxismi italiani degli anni Settanta in La crisi del soggetto, cit., p. 16.
10 Ivi, p. 19.
11 Ibidem.
12 Ivi, p. 20.
13 O. Romano, L’ambigua potenza del marxismo all’alba del neo-orizzontalismo, cit., p. 459.
14 G. Cospito, Gramsci nella crisi del marxismo italiano cit., p. 196.
15 Ivi, p. 198,
16 A. Gramsci, Quaderno 22. Americanismo e fordismo, a cura di F. De Felice, Einaudi, Torino 1978.
Articolo pubblicato su InTrasformazione, rivista di storia delle idee presso l'Università di Palermo

Fonte: sinistrainrete.info 

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