La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 27 ottobre 2016

Geocidio: cambiamento climatico e Corporate Capture

di Susan George
Mi colpisce come tutte le religioni abbiano i loro pellegrinaggi, che siano alla Mecca, a Santiago de Compostela, il luogo in India dell’Illuminazione del Buddha, le città sante Indù o i luoghi sacri di Gerusalemme. Le persone che partono per questi pellegrinaggi di fede di solito cercano perdono o salvezza, illuminazione, guarigione o forse la concessione di un desiderio speciale. Il nostro pellegrinaggio comune è di tipo diverso. Noi non cerchiamo una benedizione personale, ma salvezza e speranza per tutti i popoli e per la nostra casa, la terra. Entrambi sono sotto una minaccia tremenda. Ci siamo imbarcati in questo viaggio mossi dalla consapevolezza che l’umanità non è mai stata così in pericolo come in questo momento.
Cerco di non parlare di “salvare il pianeta”. Qualunque cosa gli esseri umani possano fare, il pianeta continuerà a ruotare sul suo asse e ad orbitare intorno al sole come ha fatto per circa quattro miliardi e mezzo di anni. Il pianeta terra, che noi pensiamo come “nostro”, non è realmente “nostro” per niente. Potrebbe perfettamente continuare, profondamente cambiato, a muoversi sulla sua traiettoria predefinita senza di noi. Anzi, alcuni potrebbero persino sostenere, così come fanno gli “ecologisti radicali”, che il pianeta starebbe molto meglio senza di noi, dal momento che noi umani siamo la specie più predatrice e distruttrice che abbia mai vissuto sul pianeta in questi quattro miliardi e mezzo di anni. Io non sono qui per promuovere l’ecologia radicale. Sono qui per introdurre e definire quello che vedo come un nuovo fenomeno nella storia dell’umanità, che definisco come geocidio. Geocidio è l’azione collettiva di una sola specie, tra i milioni di altre specie, che sta cambiando il pianeta terra al punto tale che questo può diventare irriconoscibile e non adatto alla vita. Questa specie sta commettendo un geocidio contro tutti i componenti della natura, che siano organismi microscopici, piante, animali, o anche contro se stessa, homo sapiens, l’umanità.
Homo sapiens è esistito solo per circa 200.000 anni. Il tempo che abbiamo passato su questo pianeta, in confronto alla sua etá totale, è infinitamente corto, solo un piccolissimo lasso nel tempo geologico. Rappresenta un mero 0.00004 per cento dell’esistenza della terra. E anche se ogni data specie vegetale o animale – vertebrati o invertebrati, tende a durare in media circa dieci milioni di anni, la nostra specie sembra determinata a causare la sua propria estinzione, assieme al resto della creazione, molto prima di questo tempo stabilito. L’estinzione di una intera specie, parlando in termini geologici, è un fenomeno comune. Alcune estinzioni sono spettacolari – pensate ai dinosauri – la maggior parte sono delle sparizioni tranquille che lasciano poche tracce. Molte specie si saranno estinte per sempre tra il momento in cui siamo arrivati e il momento in cui finiremo questo seminario. Gli scienziati ci dicono che il “tasso di base” di estinzione è approssimativamente mille volte più grande della media e alcuni di loro hanno cominciato a chiamare la nostra era la “sesta estinzione di massa”. La precedente estinzione di massa, quella del Permiano, è avvenuta circa 250 milioni di anni fa. Circa il 95 percento di tutte le specie che esistevano all’epoca sulla terra sono state cancellate, probabilmente a causa di attività vulcanica e di riscaldamento causato da enormi rilasci di metano dagli oceani. Le specie si estinguono in massa perché non possono adattarsi abbastanza velocemente alle condizioni che cambiano. Alcune, tra cui gli umani, possono adattarsi ad un ampio spettro di situazioni ambientali e ad un’ampia scala di temperature, dalla Siberia o Groenlandia fino al Pakistan o al Sahel, ma nessuna specie è infinitamente adattabile e tutte hanno i loro limiti. La nostra è la sola specie tra milioni che ha avuto il dono del linguaggio, della capacità di creare utensili, e soprattutto della coscienza, la capacità di immaginazione, pensiero e linguaggio. E tuttavia, la fine della nostra propria esistenza sembra essere al di là della nostra comprensione collettiva: troppo terribile e troppo definitiva da contemplare. L’estinzione non puó accadere a noi: noi umani siamo troppo intelligenti tecnologicamente, possiamo trovare soluzioni ad ogni problema, siamo i signori della creazione e non possiamo fallire, ancor meno scomparire. Siamo stati spettatori di episodi terribili di assassini di massa durante le nostre stesse vite e, siccome abbiamo riconosciuto questo orrore, siamo in grado di dargli un nome. Tutte le lingue sono state obbligate ad aggiungere questa parola terribile, genocidio, al loro vocabolario.
Siamo anche solo capaci di immaginare, o addirittura di riconoscere che siamo anche capaci di commettere un geocidio? Per me, questo termine va al di là di quello di “ecocidio” che per il momento sembra essere limitato ad ambienti specifici o luoghi geografici limitati, come ad esempio la deforestazione o l’inquinamento del Golfo del Messico. Geocidio è più generale: è un attacco massiccio contro la natura della quale noi siamo solo una parte, contro tutta la vita e contro la Creazione così come la negazione completa dei diritti umani. Io sostengo che questo atto fatale di distruzione è in corso e che abbiamo bisogno di un nome per definirlo. Senza un nome non abbiamo un concetto e senza un concetto non possiamo combatterlo. È per questo che ho cercato una parola nuova. Forse mi troverete allarmista. Lasciatemi condividere con voi alcune delle scoperte più recenti degli scienziati sulla velocità e sull’avanzamento del cambiamento climatico. La maggior parte viene dal recente rapporto sullo Stato del Clima diretto dalla NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) degli Stati Uniti. Il rapporto raccoglie i contributi di scienziati da 62 paesi. Nel 2015, sono stati registrati nuovi record di temperature, aumento del livello del mare e eventi estremi. Così come nel 2014, il 2015 è stato l’anno più caldo e il 2016 probabilmente lo sarà ancora di più. Gli oceani non possono assorbire tutti i gas ad effetto serra che stiamo producendo e si stanno riscaldando rapidamente. L’anno scorso l’oceano Pacifico Orientale era due gradi più caldo e l’oceano Artico ha raggiunto un picco di ben otto gradi più alto delle medie storiche. La copertura di ghiaccio del mare Artico è stata la più bassa da 37 anni a questa parte, da quando si è cominciato a misurarla con i satelliti. Il riscaldamento dell’oceano ha determinato delle enormi fioriture di alghe tossiche che si sono diffuse nel Pacifico nord-occidentale e lungo la costa dell’Australia, uccidendo coralli, pesci, uccelli e mammiferi. Gli scienziati e i giornalisti hanno inventato il termine “onde di calore marine”. Le specie marine dell’Artico stanno lottando per adattarsi alle massicce migrazioni di competitori che sono attratti dalle acque più calde e che stanno mangiando le limitate risorse di cibo. Se la calotta di ghiaccio della Groenlandia si sciogliesse completamente, la sua scomparsa farebbe aumentare il livello dei mari di ben sette metri. L’anno scorso ha mostrato segni di scioglimento su oltre la metà della sua superficie.
Dobbiamo anche attenderci un’alta perdita di vite umane dovuta a più inondazioni, più siccità, più incendi nelle foreste e temporali più violenti, così come anche più persone sfollate e rifugiati climatici che cercano una casa vivibile. Saranno più comuni anche i problemi legati alla scarsità di cibo e di acqua, specialmente per le decine di milioni di persone che dipendono dai ghiacciai per il loro approvvigionamento di acqua. Meno discusse ma potenzialmente molto presenti nel pensiero degli strateghi militari come quelli del Pentagono, sono gli incrementi attesi della instabilità politica, delle ostilitá, i cosiddetti “stati falliti” e vere e proprie guerre. Gli esperti ora concordano che la guerra in Siria è stata causata in parte dalla lunga siccità nelle regioni dove viene coltivato il grano. Il cambiamento climatico non è aritmetico, in altre parole 1+1+1 non disegna necessariamente una bella linea diritta sopra un grafico. Il cambiamento è esponenziale, il che significa che ogni incremento di calore può determinare un ulteriore incremento. Questo processo è detto “feedback positivo” e puó continuare fino a quando un cambiamento climatico climatico “fuori controllo” si impone e diviene inarrestabile. Tra gli esempi più spaventosi c’è adesso lo scioglimento del permafrost in Siberia e in Alaska. Si stima che in questo permafrost siano imprigionati 1400 miliardi di tonnellate di metano, un gas con un effetto serra 20 volte più potente della CO2. In funzione della velocità di scioglimento del permafrost, questa enorme riserva di gas a effetto serra potrebbe provocare un cambiamento climatico irreversibile, il genocidio prenderebbe il sopravvento e ci sarebbe un geocidio. Anche i ricchi, che tendono a pensarsi completamente al di fuori delle leggi della natura, non sarebbero immuni dalle conseguenze.
Forse siamo già andati oltre il punto di non ritorno. Ma dal momento che nessuno lo sa con certezza, dobbiamo agire come se avessimo ancora una possibilità di fermare e mandare indietro il cambiamento climatico. Le persone presenti a questo seminario sono estremamente diverse le une dalle altre, ma siamo tutti convinti e ben informati, profondamente preoccupati per il cambiamento climatico, i diritti umani e spesso per la dimensione spirituale della vita. Quindi abbiamo deciso di scommettere contro la fortuna e di fare del nostro meglio per far sì che l’avventura umana possa continuare.
Ma mi colpisce che proprio perché persone serie, riflessive e etiche hanno fatto questa scelta, esse possano avere difficoltà ad accettare che altri non condividano la loro etica o il loro attivismo. Fatevi questa domanda: tendete a credere che i rischi legati al cambiamento climatico siano così limpidamente ovvii e universali che tutte le persone normali debbano necessariamente condividere i vostri stessi obiettivi?
Pensate, per esempio che, poiché abbiamo la tecnologia la conoscenza e il denaro per compiere la grande transizione verso un mondo senza combustibili fossili e basato sull’energia rinnovabile, quelli che non condividono il nostro senso di urgenza siano semplicemente male informati? Che tutto ciò di cui hanno bisogno siano più informazioni e migliori spiegazioni?
Se la pensate così allora devo correre il rischio di offendervi. A esser franca, temo che un simile atteggiamento sia rovinosamente sbagliato. Senza dubbio esistono ancora persone che non sono consapevoli dei pericoli del cambiamento climatico, ma sicuramente non si tratta delle persone al potere nel mondo.
No. Il vero problema è che abbiamo di fronte avversari determinati e ben organizzati, che se ne infischiano dei diritti umani o del cambiamento climatico, e che probabilmente si farebbero una bella risata al solo sentir parlare di geocidio. Vogliono solo una cosa: “business as usual” e un mondo in cui poter far soldi all’infinito, usando ogni e qualsiasi risorsa disponibile, non importa a quale costo per la natura e per la vita umana. Finché non accettiamo questa realtà e non affrontiamo questi avversari, nonché le organizzazioni pubbliche e private al loro servizio, temo che non abbiamo speranza di prevenire il geocidio.
I nemici esistono, e sono reali. Non cambieranno idea grazie ad argomenti razionali, esortazioni, preghiere o buoni esempi. Affrontarli è tanto più difficile in quanto essi occupano posizioni di prestigio e di potere, e possono minacciare coloro che cercano di fermarli. Vale la pena di citare in proposito le parole memorabili dello storico ottocentesco inglese Lord Acton, che disse: “il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente”, e aggiunse: “i grandi uomini sono quasi sempre uomini malvagi …”. Il potere corrompe perché consente alle persone, alle istituzioni o ai governi di imporre la loro volontà e di trasformare il mondo per adattarlo ai loro interessi. Nel passato questo si faceva spesso con la guerra, e un altro grande pensatore dell’Ottocento, lo stratega militare Karl von Clausewitz, definisce la guerra come “un atto di violenza per costringere l’avversario a compiere il nostro volere”.
Mettiamo insieme Clausewitz e Acton, collochiamoli nel XXI secolo, e possiamo definire il potere come la capacità di imporre la volontà del sistema, qualunque esso sia, che serve la persona di potere. Oggi la persona di potere, nella sfera pubblica come in quella privata, e in particolare nei paesi occidentali ancora dominanti, serve gli interessi di un sistema capitalistico avanzato nel quale gli attori principali sono gigantesche compagnie transnazionali. Spesso queste immense compagnie petrolifere, del gas e del carbone, così come le loro banche, sono più ricche e più potenti di molte dozzine di Stati. Il loro scopo, come dice Clausewitz, è di costringere tutti gli altri a “compiere la loro volontà”.
Le multinazionali non hanno né voglia né bisogno di fare guerra aperta o di usare metodi brutali. Hanno nei loro staff persone estremamente ben pagate e ben remunerate per servire ai loro scopi. Chiunque rifiuti di sacrificare i propri principi per raggiungere lo scopo di accrescere i loro profitti e la loro influenza non vi rimane impiegato a lungo. Questi executives sono contenti di vivere in un mondo a breve termine, e oggi anche tutti noi siamo costretti a viverci, anche se noi sappiamo che la prospettiva a lungo termine è vitale per cogliere concetti come “cambiamento climatico fuori controllo” o “geocidio”. I leader delle grandi compagnie dei combustibili fossili e delle banche sono scelti perché sono preparati a sacrificare qualsiasi valore necessario, pur di raggiungere lo scopo di maggiori profitti. Sanno tutti molto bene che le loro posizioni individuali dipendono dal seguire le regole; sono al servizio delle loro istituzioni, quelle che i nostri governi nazionali fin troppo spesso tutelano, foraggiano e a cui spesso obbediscono.
Il problema non è rimuovere e rimpiazzare singoli individui. E per loro, purtroppo, non sono un problema il futuro dell’umanità e il destino della terra. Dovremo lottare, se vogliamo lasciare sottoterra i combustibili fossili, e l’unica forza che può trattenere le multinazionali è la forza della legge. Ma la legge cambia soltanto sotto l’influenza di un’opinione pubblica forte e ben organizzata. Abbiamo bisogno dell’impegno di gente come voi, leader che possono influenzare grossi segmenti dell’opinione pubblica per creare pressione. Abbiamo un bisogno disperato di pressione sui governi per obbligarli ad agire con forza e contrastare il potere delle multinazionali.
Forse pensate che stia facendo delle accuse generiche. Per concludere questo discorso, lasciate che vi parli brevemente di qualcuna delle strategie delle multinazionali per essere ancora più libere e fare più profitti. L’effetto di queste strategie è di accelerare il cambiamento climatico. Visto che ci rimane poco tempo, tralascio i particolari del potere delle più grandi e ricche compagnie nel mondo. Lascio anche da parte il settore dei trasporti aerei e su strada, così come le compagnie, localizzate soprattutto nel sud del mondo, implicate in deforestazioni su grande scala. Le compagnie coinvolte possono essere pubbliche o private. Ecco una mia piccola selezione di forme meno note in cui le compagnie influenzano il cambiamento climatico:
lobby
sovvenzioni
trattati commerciali bilaterali e multilaterali
LOBBY:
L’attività lobbistica delle grandi compagnie è cresciuta esponenzialmente negli ultimi decenni. Le lobbies sono oggi un’industria di servizi di prima grandezza, e del valore di molti miliardi di dollari. Se ne possono distinguere tre tipi. Il primo è il più semplice e diretto: singole compagnie assumono in proprio pubblicitari ed esperti di comunicazione e pubbliche relazioni allo scopo di presentare se stesse e il proprio punto di vista sotto l’aspetto migliore, non solo per migliorare le vendite, ma anche per influenzare la pubblica opinione, gli opinion leaders, i media e il governo. Esempio: una grande compagnia petrolifera come la BP decide di cambiare il proprio nome in “impresa energetica” anche se il 98% delle sue attività rimane nel campo dei combustibili fossili e le energie rinnovabili ne rappresentano solo una piccolissima percentuale.
2. In secondo luogo, le grandi compagnie promuovono il negazionismo nei confronti del cambiamento climatico. Per esempio La Exxon-Mobil seppe almeno 40 anni fa dai suoi stessi scienziati che il cambiamento climatico è una pericolosa realtà, e tuttavia ha speso miliardi per finanziare cosiddetti “think tank” e corrompere scienziati il cui unico lavoro è fornire argomenti propagandistici che pretendono di dimostrare che il cambiamento climatico non esiste, o non è una cosa di cui preoccuparsi. Più negazionisti riescono a formare in questo modo, più a lungo riusciranno a ostacolare la legislazione che potrebbe controllare le loro azioni. I lobbisti sanno che normalmente è sufficiente seminare dei dubbi e in questo sono riusciti brillantemente negli Stati Uniti. Qui, secondo i recenti sondaggi, una persona su quattro dubita del cambiamento climatico, oppure lo nega. Nessun candidato politico repubblicano, incluso Donald Trump, si arrischierebbe a dire in pubblico che il cambiamento climatico esiste, e stiamo parlando del paese che, come sapete, è di gran lunga quello in cui si produce la maggior quantità pro capite di gas serra nel mondo.
Infine, queste compagnie appartengono invariabilmente anche ad organizzazioni di lobbying che coprono interi settori industriali, il cui ruolo è di difendere gli interessi del settore nel suo insieme, per esempio combattendo qualsiasi decisione dell’Agenzia di protezione ambientale statunitense, oppure i regolamenti europei. I paesi dove l’industria del petrolio ha un ruolo fondamentale nel governo stesso come la Cina o l’Arabia Saudita presentano problemi specifici che i cittadini solitamente hanno pochi strumenti per affrontare.
In casi simili l’unica strategia è ridurre la domanda globale di combustibili fossili.
2. SOVVENZIONI.
L’informazione che segue è tratta dal rapporto 2013 del Fondo monetario internazionale – segno che abbiamo fatto passi avanti, visto che finora il FMI non si era mai occupato di cambiamento climatico. Le sovvenzioni ai combustibili fossili sono un fenomeno diffuso in tutto il mondo. In alcuni casi si permette ai consumatori di pagarli sottocosto; in altri si consente alle compagnie petrolifere di scaricare il costo dei danni ambientali che producono. Gli economisti chiamano questi danni “esternalità”, come inquinamento, contaminazione di risorse idriche, oppure pulizia dei siti di estrazione: si tratta di costi che devono essere sostenuti dai governi, – oppure non vengono sostenuti affatto, il che determina costi ancora più alti per la salute pubblica, eccetera. Secondo il FMI, il totale dei costi delle sovvenzioni per i combustibili fossili ammonta a un incredibile 1.900.000.000.000, (millenovecento miliardi di dollari). Se tutta questa beneficenza ingiustificata venisse eliminata e le compagnie fossero obbligate a pagare per le proprie esternalità, l’FMI calcola che ne deriverebbe un calo del 13% di tutte le emissioni globali di CO2. Non soltanto le sovvenzioni rendono irrealisticamente poco cari i combustibili fossili, e più difficile competere con le energie rinnovabili, esse riducono anche la capacità di spesa dei governi per scopi più importanti. I governi dell’Africa subsahariana spendono in media il 3% del loro budget in sovvenzioni – pari a quello che spendono per la salute pubblica. Per lo più queste sovvenzioni beneficiano gente che sta già bene – gli africani poveri non hanno automobili e non sono neppure collegati alla rete elettrica. Comunque le si guardi, le sovvenzioni ai combustibili fossili sono inutili, costose e dannose.
Perciò sono stata molto contenta di sapere dai nostri amici marocchini qui presenti che in Marocco hanno già cominciato con successo a eliminare tutti i combustibili fossili in modo da investire fortemente nelle rinnovabili. Ancora più importante, hanno fatto questo in soli 18 mesi, dimostrando che si possono fare grandi cambiamenti in poco tempo. Quindi, un applauso al Marocco, che dovrebbe essere un modello per tutti gli altri paesi.
3. TRATTATI COMMERCIALI MULTILATERALI E BILATERALI
Questi trattati contengono invariabilmente una clausola chiamata “Investor-state dispute settlement” (in sigla: ISDS; traducibile in italiano come “Risoluzione delle controversie tra investitore e Stato”), che permette alle compagnie estere, e solo a quelle estere, di perseguire governi sovrani di fronte a una Corte di arbitrato commerciale (ossia un tribunale privato costituito da tre avvocati privati) per ogni nuova norma che la compagnia giudichi potenzialmente dannosa per i suoi profitti presenti, o persino futuri. Per esempio l’eliminazione delle sovvenzioni sarebbe sicuramente vista come una minaccia di questo genere, e le compagnie straniere che le ricevono farebbero senz’altro causa al governo.
Queste sono alcune delle cause in corso. La Occidental Petroleum ha perseguito (vincendo) l’Ecuador per aver rifiutato di permettere trivellazioni in un’area protetta: il tribunale ha riconosciuto alla Occidental Petroleum una compensazione per 1,7 miliardi. La Lone Pine company ha citato in giudizio la provincia del Quebec per 250 milioni, per aver negato il permesso per il fracking nel bacino del fiume Saint Lawrence.
Appena il presidente Obama ha posto il veto all’oleodotto Keystone, destinato a trasportare sabbie bituminose particolarmente inquinanti da Alberta, in Canada, al Golfo del Messico, la compagnia canadese Transcanada ha fatto causa agli Stati Uniti, domandando 15 miliardi di dollari. Spesso è sufficiente minacciare un’azione legale basata sul ISDS per far sì che un paese ci pensi due volte, prima di approvare una legge per proteggere il proprio popolo o l’ambiente.
Un governo può anche “vincere” contro una grande compagnia – come finora è successo nel 35% dei casi – ma non si tratta mai di una vera vittoria, perché, avendo firmato il Trattato, non può rifiutare la causa, e l’arbitrato privato arriva a costare milioni di dollari. Le compagnie produttrici di combustibili fossili e di servizi petroliferi possono anche decidere di perseguire un governo per dissuadere gli altri dal fare qualsiasi cambiamento del genere.
Per concludere in poche parole, lasciatemi dire che la mia più grande speranza è che ogni persona presente lasci questo seminario con le idee chiare sul fatto che è in corso una presa di potere da parte delle grandi compagnie, e che questo darà una spinta fatale al geocidio. Spero anche che a tutti i vostri attuali impegni volontari e professionali accetterete di aggiungere l’ulteriore responsabilità di far conoscere il geocidio e di combatterlo.
Gli sforzi fatti dalle brave persone in tutto il mondo per ridurre la propria impronta ecologica non basteranno, se non riusciamo a obbligare le attuali strutture che promuovono i combustibili fossili a cambiare o sparire.
Spesso mi chiedono se io sia ottimista o pessimista: nessuna delle due. Non conosco il futuro, ma ho speranza. Credo nel fatto che abbiamo ancora una chance, che gli esseri umani possono superare anche minacce terrificanti come il geocidio. Molti possono essere spronati all’azione dagli attivisti dei diritti umani e dai leader religiosi. Assicuriamoci insieme che il nostro comune pellegrinaggio ci conduca a questo risultato.

Questo testo è un estratto dalla conferenza organizzata a Buenos Aires il 1-2 settembre 2016 dal Centro Internazionale per la promozione dei diritti umani e dall’UNESCO

Fonte: diem25.org 

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