La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 27 ottobre 2016

La ri-appropriazione del comune

di Antonio Manconi 
Il comune contro le privatizzazioni e la mercificazione, dunque contro la dismissione del pubblico, ma anche contro la sua burocratizzazione, contro la ragione tecnocratica che imperversa nel governo dell’austerity, nella vecchia Europa come nel resto del pianeta. Il comune è di tutti e di nessuno, e così da Gezi park alle rivolte di Rio de Janeiro, passando per le acampadas spagnole, si fa comune urbano, mentre nelle lotte indigene contro la deforestazione, fino alla Val Wusa e a Notre-dame-des Landes si definisce a partire dalla difesa di un comune ecologico, nella tecnopolitica del tweet-storm diviene comune digitale. In tutte queste lotte e in altre ancora, definitivamente tramontata ogni ipotesi di statalizzazione socializzante del progresso sociale, è il comune a emergere in primo piano.
Evidentemente questa emersione ha influenzato non poco il pensiero critico, che si sta ristrutturando sotto il segno del primato del comune. Sono comparse nuove enunciazioni radicali in urbanistica e in sociologia della comunicazione, fioriscono gli studi post-coloniali e contro-antropologici che valorizzano la vita comunitaria non euro-centrata; molto spazio è stato conquistato soprattutto dalle teorie politiche del comune[1] nelle loro varie declinazioni, eppure nessuno sembra voler andare fino in fondo nel porre la questione nel suo radicale risvolto filosofico.
È questo il tentativo cui si dedica Paolo Godani, in un bel saggio intitolato La vita comune, per una filosofia e una politica oltre l’individuo, per la collana Operaviva di DeriveApprodi. La questione del comune viene qui traslata, riportata su un piano che non è più segnato dalla politica dei soggetti sociali, quella del conflitto di classe, ma dalla politica dell’individuo, politica psichica e affettiva, che mette al centro il comune nel suo rapporto immediato con la vita.
Godani usa una formula efficace per presentare questa esigenza: quella di cui il suo pamphlet va in cerca non è una vita in-comune – quella già abbiamo iniziato a conoscerla, a studiarla collettivamente – ma una vita comune in sé. La formula può apparire di primo acchito oscura. Ora, ciò che l’autore mostrerà nel corso del testo, è che le condizioni del capitalismo contemporaneo – che presentano l’atomizzazione e l’isolamento come dati non aggirabili – implicano che la resistenza passi (anche) sul piano dell’individuo stesso. La domanda potrebbe essere formulata in questo modo: è possibile porre la questione del comune, proprio dal punto di vista della vita dell’individuo isolato?
L’individualizzazione si presenta come il dispositivo fondamentale della riproduzione della società capitalistica, e per ricostruirne la logica di funzionamento – che passa attraverso le forme della colpevolizzazione e dell’indebitamento – Godani si appoggerà su un frammento di Walter Benjamin dal titolo Il capitalismo come religione, rileggendolo in modo assolutamente originale, in un dialogo ininterrotto che percorrerà tutto il testo. La cosa interessante è che la descrizione del dispositivo individualizzante non passa per niente per una qualche critica dell’ideologia, e nemmeno del discorso. Se per Benjamin il capitalismo si definisce, assunta la morte di Dio, come «una religione di mero culto e senza dogma»[2] Godani cercherà di cogliere il culto in sé stesso, facendolo coincidere con la logica dell’isolamento e dell’appropriazione.
Così, la questione non si pone tanto al livello dei contenuti significativi, vale a dire che il problema non è quello dell’indottrinamento ideologico costruito dal capitale, quanto del suo culto come pratica pervasiva. Qualunque sia il contenuto mentale cui ci possiamo identificare, fosse anche un contenuto sovversivo, è proprio il fatto stesso dell’identificazione formale che ci inchioda alla logica approvativa dell’individuo.
Come si resiste all’individualizzazione? La risposta non può esaurirsi nella pur giusta, già ne parlavamo, invocazione alla messa in comune della vita. Gli esperimenti comunitari e i collettivi militanti di base sono importanti bacini di messa in discussione dell’individualismo, ma non risolvono la questione complessiva, laddove è proprio agli individui isolati, quelli che non hanno scelta, che non possono sottrarsi da un certo livello di isolamento e atomizzazione, che si rivolge questo libro.
Il capitalismo contemporaneo produce attraverso simboli, relazioni, affetti, ed è dunque a partire dalla sua capacità di rendere produttivi i singoli individui, di farli cooperare con la sua logica simbolica, naturalizzandola, che l’economia bio-politica si mette in gioco. Tutta questa operazione ha un preciso senso filosofico, anzi si potrebbe dire che coincide interamente con la stessa instaurazione della metafisica della sostanza, con la sua incorporazione nell’individuo atomistico. Tutto ciò di cui il capitale vuole convincerci, è che nel nostro isolamento siamo degli individui unici e irriducibili, che le idee e le affezioni che ci passano per la testa sono le nostre idee e affezioni: in ultima analisi vuole convincerci che siamo delle sostanze auto-sussistenti.
La proposta di Godani, che si rivolge a tutti coloro che soffrono del dispositivo di atomizzazione contemporaneo, passerà dunque per una sorta di “politica percettiva”, per uno sguardo alternativo sulla stessa realtà che ci troviamo davanti ogni giorno, come in una pratica zen finalizzata alla dis-identificazione. Occorrerà ricostruire la trama impersonale che muove le fluide traiettorie delle nostre vite, «la natura del reale non ha la solidità che ci immaginiamo»[3], laddove la nostra percezione ordinaria non vede che fili unidirezionali che si formano dal nulla a partire dalle intenzionalità volontarie e soggettive degli individui.
Si tratta del problema fondamentale dell’Etica di Spinoza. In fondo, ciò a cui teneva l’eretico di Amsterdam era convincersi, e convincere gli altri, di non essere una sostanza, ma altresì un corpo relazionale,[4] un modo dell’unica sostanza infinita – un concetto che sembra creato per arrivare, come per inflazione, a distruggere la categoria di sostanza stessa, e che coincide interamente con il concetto di comune che Godani maneggia – radicalmente inappropriabile. Un corpo relazionale, cioè che riconosce interamente la sua natura di immersione in una trama impersonale di qualità comuni, è potente, perché si muove a partire dall’infinito che contiene, mentre un corpo che si illuda di appropriarsi privatamente di alcune determinazioni comuni, pensandosi come una sostanza auto-sussistente, è un corpo assoggettato e impotente.
Il punto di originalità più radicale nella visione presentata da Godani è da ricercare negli intercessori che sono supposti incarnare questa politica della vita comune e questo sguardo alternativo. Se l’individuo si costituisce a partire da un’appropriazione indebita dei propri caratteri e tratti comuni, una politica comune consisterà nel rovesciare i termini della questione, sperimentando le forme adeguate al fine di far valere i caratteri e i tratti comuni per se stessi, relegando l’individuo semmai a loro epifenomeno residuale.
«L’essere senza proprietà, il fatto che nessuna delle qualità che mi costituiscono siano propriamente mie, è la condizione necessaria per l’affermarsi delle qualità come tali, nel loro essere comune».[5]
Questa decisione dis-individuante, che mette insieme istanze di Benjamin e Musil,[6] viene incarnata nel libro di Godani dai personaggi della commedia dell’arte, vere e proprie maschere portatrici di tratti comuni. Questi ultimi, anziché appropriarsi delle qualità e caratteri comuni, come di qualcosa che esprime una personalità, sviluppano il gioco dell’identificazione dis-individuante e in divenire con i tratti stessi – si pensi ad esempio all’avaro di Molière.
C’è sempre un Pulcinella, anonimo e multiplo, che si affaccia con le sue mille maschere comuni tra le pagine di questo libro.[7] Laddove la pratica del comune diviene commedia napoletana, popolata di personaggi caratteristici anziché di soggetti sovrani, allora sono i tratti per sé stessi che producono effetti di liberazione. Quella proposta, che già vive in molti ambiti carnevaleschi della vita alternativa contemporanea, è una pratica della liberazione involontaria, anche oltre la tragica solennità di una ri-appropriazione del comune agita nella sfera pubblica. La sola politica volontaria che Godani invoca, non è altro che quella che si occupa della difesa della vita comune, la quale, semmai, si presenta come condizione di possibilità di ogni eventuale ri-appropriazione reale.
Conseguentemente, non si tratterà di immaginare una qualche insurrezione a venire, ma di destituire qui e ora ogni pretesa appropriativa, attraverso la sola affermazione della potenza di un tempo comune.[8]
Se il carnevale è il dispositivo che da sempre e in tutto il pianeta trasforma la tragedia in commedia, invertendo le polarità della dominazione e rompendone la temporalità, è innegabile che lo faccia liberando i tratti per sé stessi, laddove il gioco delle maschere è per definizione disindividuante e comune. La serissima proposta di Godani, potrebbe trovare dunque un’eco nel tropicalismo brasiliano, con la sua invocazione al carnevalizzare la vita[9] – certo, non una soluzione alla questione del comune, ma almeno un buon punto di partenza. Se vogliamo, invece, parlare in deleuziano, come spesso piace all’autore, diremo che Pulcinella, con il suo teatro carnevalesco e irriverente, è il personaggio della messa-in-transe [10] del nostro stesso mondo, e che gli amanti del comune dovrebbero dedicargli una certa attenzione.

Note

[1] Da A.Negri e M.Hardt, Comune, Rizzoli, Milano 2010, fino a P.Dardot C.Laval, Del comune o della rivoluzione nel XXI secolo, DeriveApprodi, Roma 2015.

[2] W.Benjamin Il capitalismo come religione, in Dario Gentili, Mauro Ponzi, Elettra Stimilli (a cura di), Il culto del capitale. Walter Benjamin: Capitalismo e religione, Quodlibet, Macerata 2014.

[3] P.Godani, La vita comune, DeriveApprodi, Roma, 2016, p.54

[4] Per questa lettura di Spinoza vedi G.Deleuze, Cosa può un corpo? Ombrecorte, Verona, 2010. La natura relazionale di ogni corpo si rivela attraverso il concetto di “potere di essere affetto”, che determina la potenza di agire e di patire, costituendo l’etica al di là di ogni possibile volontarismo, così come di ogni sostanzialismo. G.Deleuze, Spinoza Philosophie pratique, Les Editions de minuit, 2003, p.39

[5] P.Godani, La vita comune, p.38

[6] È continuo anche il riferimento a L’uomo senza qualità, in particolare nel capitolo Qualità senza uomo.

[7] E c’è sempre un Pulcinella dietro a un Pulcinella: vedi P.Godani, Il segreto di Pulcinella, in “Alfabeta2), 01/01/2016 Tutto il testo dialoga con il nuovo libro di Giorgio Agamben, Pulcinella, ovvero divertimento per li ragazzi, Nottetempo, 2016.

[8] P.Godani, La vita comune, p.98.

[9] Vedi ad esempio Caetano Veloso, Muitos Carnavais, “Carnavalizar a vida, coraçao…”.

[10] Per il concetto di mis-en-transe, che si caratterizza per la sua potenza anti-coloniale e per gli echi carnevaleschi, vedi G.Deleuze, L’immagine-tempo, p.242.

Fonte: lavoroculturale.org 

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