La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 31 marzo 2016

Hillary e l’ostacolo Sanders

di Mario Lombardo
Dopo la recente serie di vittorie ottenute da Bernie Sanders nelle primarie Democratiche, lo staff e i sostenitori della sua rivale, Hillary Clinton, hanno intensificato gli sforzi per convincere il senatore del Vermont a ritirare la propria candidatura, viste le ormai quasi nulle possibilità di prevalere nella corsa alla nomination per la presidenza degli Stati Uniti.
Con le pesanti e, a tratti, inaspettate sconfitte in Ohio, Illinois e Missouri lo scorso 15 marzo, Sanders sembrava essere tagliato fuori dalla competizione in maniera definitiva, consentendo presumibilmente a Hillary di percorrere una sorta di marcia trionfale verso la convention dell’estate e le elezioni di novembre.
Tra il 22 e il 26 di marzo, Sanders è riuscito invece a riprendersi e a prevalere in sei delle sette sfide che erano in calendario, spesso con margini molto ampi. Il senatore indipendente diventato Democratico ha ottenuto successi in Idaho, Utah, Alaska, Hawaii, nello stato di Washington e tra gli americani residenti all’estero, mentre Hillary si è dovuta accontentare della sola Arizona.
I risultati della scorsa settimana hanno comunque modificato solo in minima parte i numeri dei due candidati, dal momento che Sanders ha ridotto di appena una cinquantina il divario nel numero di delegati conquistati dall’ex segretario di Stato. Secondo il conteggio tenuto dalla Associated Press, quest’ultima ha oggi 1.243 delegati contro i 975 di Sanders. Per assicurarsi la nomination Democratica di delegati ne servono 2.383.
Considerando anche il fatto che i cosiddetti “superdelegati” Democratici - coloro cioè che alla convention potranno votare senza vincoli per il candidato preferito - sembrano schierati a larghissima maggioranza per Hillary Clinton e che primarie e caucuses di questo partito assegnano delegati con il metodo proporzionale, le speranze di Sanders di ribaltare la situazione rimangono minime se non inesistenti.
Tuttavia, la sua capacità di continuare a mettere a segno successi in numerosi stati, grazie al sostegno soprattutto di giovani e lavoratori affascinati dalla sua agenda progressista, non solo legittima la permanenza nella competizione per la nomination ma solleva enormi dubbi sull’adeguatezza della candidatura di Hillary, anche valutandola secondo gli standard della politica “mainstream” americana.
Forse proprio per questa ragione, parte della strategia Clinton sembra consistere nello spegnere le ambizioni di Sanders e convincere lui e i suoi sostenitori dell’inevitabilità della vittoria della ex first lady, al di là dei risultati altalenanti nei vari stati. Hillary, ad esempio, ha fatto sapere questa settimana che non intende partecipare ai rimanenti dibattiti pubblici in programma con il suo sfidante se quest’ultimo e il suo team non cesseranno di condurre una campagna dai toni negativi nei suoi confronti.
La presa di posizione serve in realtà a ridurre la visibilità di Sanders, privandolo di un palcoscenico televisivo che attrae potenzialmente decine di milioni di possibili elettori. Sul fronte dei dibattiti, inoltre, Sanders era già stato penalizzato dal Partito Democratico con la decisione presa mesi fa di organizzare un numero minore di questi eventi rispetto agli anni scorsi.
Le accuse a Sanders si riferiscono agli attacchi del senatore contro Hillary per i suoi legami - innegabili e ben documentati - con Wall Street, al cui servizio la famiglia Clinton ha conquistato potere e ricchezza. Soprattutto alla vigilia delle primarie del 19 aprile nello stato di New York, per il quale è stata senatrice, Hillary intenderebbe evitare di essere additata in diretta televisiva come la candidata dell’industria finanziaria americana.
Le accuse relative alla presunta campagna negativa di Sanders nei suoi confronti sono comunque ridicole. La sfida in casa Democratica si sta svolgendo su toni infinitamente più moderati rispetto a quella Repubblicana e, ad ogni modo, attacchi, colpi bassi e insulti tra compagni di partito non sono certo una rarità nelle primarie americane, come dimostrò anche la campagna della stessa Clinton nel 2008 contro Obama.
Un’altra strategia per cercare di scoraggiare Sanders e i suoi sostenitori è poi quella di rafforzare l’impressione di una nomination già nelle mani di Hillary Clinton. La stessa favorita nelle sue uscite pubbliche tende a evitare riferimenti al suo sfidante o alle primarie ancora in corso, mentre si concentra negli attacchi contro i Repubblicani e, in particolare, contro Donald Trump.
I membri dello staff di Hillary e i principali giornali americani sostanzialmente allineati al Partito Democratico continuano inoltre a produrre dichiarazioni e analisi che evidenziano il percorso estremamente arduo che attende Sanders per recuperare terreno nel numero di delegati.
Lo stratega capo del team Clinton, Joel Benenson, ha delineato così i prossimi scenari da qui alla fine di aprile, quando i giochi dovrebbero essere ormai fatti. Secondo le sue previsioni, Hillary vincerà le primarie di New York, per poi incassare un numero di delegati sufficiente a chiudere matematicamente il discorso nomination negli appuntamenti del 26 aprile in alcuni stati del nord-est, tra cui Pennsylvania, Maryland e Connecticut.
Questi stessi calcoli avevano iniziato a farli molti deputati e senatori Democratici già una decina di giorni fa. Un articolo del sito Politico.com aveva citato svariati membri del Congresso, impegnati a chiedere a Sanders di trarre le dovute conclusioni dai risultati delle primarie.
Pur senza parlare apertamente di abbandono della corsa, e manifestando rispetto per la sua capacità di attrarre un numero consistente di elettori, i leader Democratici invitavano il senatore a rivolgere le armi contro i Repubblicani invece di continuare a mettere in risalto le debolezze di Hillary, a loro dire già certa della nomination.
Se Hillary resta la super-favorita, Sanders continua a intravedere più di una possibilità almeno per restare in corsa. Ad esempio, buone appaiono per lui le possibilità di fare suo il Wisconsin martedì prossimo e, ancor più, di aggiudicarsi i caucuses del Wyoming quattro giorni più tardi. Anche con queste vittorie, la strada per il senatore del Vermont resterebbe però tutta in salita, ma la precarietà che sembra avvolgere la candidatura della Clinton e il clima di crescente ostilità nei confronti di tutti i politici legati all’establishment di Washington rendono quanto meno legittime le residue speranze di Bernie Sanders.
Al di là della sicurezza mostrata a livello pubblico, i vertici Democratici e i media che gravitano in maniera non ufficiale attorno al partito nutrono parecchi timori per la loro candidata, proprio perché ne conoscono le debolezze e il meritato discredito agli occhi di moltissimi americani. Le preoccupazioni riguardano probabilmente non tanto l’esito delle primarie quanto la sua vulnerabilità a novembre contro qualsiasi pretendente Repubblicano alla Casa Bianca.
A questo proposito, il Wall Street Journal ha rivelato qualche giorno fa come il partito stia valutando l’impiego del vice-presidente Joe Biden per aiutare Hillary a raccogliere consensi tra quella fetta di elettorato che le è stata finora più ostile, cioè i lavoratori bianchi. Biden, secondo i cliché perpetuati dagli ambienti di Washington e dalla stampa ufficiale, manterrebbe infatti un certo appeal tra la “working-class” americana.
I più recenti sondaggi di opinione mostrano poi una realtà preoccupante per la Clinton, la quale, secondo un’indagine commissionata dalla CNN, avrebbe il livello di gradimento più basso tra i rimanenti candidati alla nomination di entrambi i partiti, ad eccezione di Trump. Su base nazionale il vantaggio su Sanders è virtualmente svanito, mentre il senatore del Vermont sembra avere maggiori probabilità di battere il favorito Repubblicano rispetto a Hillary.
Ad agitare i sonni di Hillary continua a esserci infine anche la vicenda legale collegata al suo utilizzo di un account di posta elettronica privato negli anni in cui ha ricoperto la carica di segretario di Stato. Questa pratica è vietata dalla legge americana per quanto riguarda la corrispondenza ufficiale, la quale deve essere gestita da un server governativo.
Proprio martedì, un secondo giudice federale ha accolto l’istanza di un’organizzazione no-profit di destra per chiedere la deposizione giurata di alcuni membri dell’entourage della ex numero uno della diplomazia USA e per rendere pubbliche ulteriori informazioni sulle sue e-mail gestite privatamente.

Fonte: Altrenotizie

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