La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 1 aprile 2016

Il terrorismo e l’Europa senza bussola

di Antonio Lettieri
Dopo i tragici attentati di Bruxelles si è discusso dell’incompetenza dei servizi belgi. La cosa non sorprende se si considera che il paese esalta la sua divisione nazionale e linguistica favorendo la divisione delle comunità, vivendo senza governo per mesi e anni, o con governi inefficienti. E’ indubbio che si debba combattere il terrorismo con strumenti adeguati al livello della sfida. L’Italia al tempo delle Brigate rosse e la Germania con la Rote Armee ne hanno avuta esperienza. Ma nel caso dei tragici eventi che colpiscono al cuore l’Europa, nemmeno la riorganizzazione del fronte della sicurezza interna può essere considerata risolutiva.
Il caso francese che, con un più lungo corteo di vittime, ha preceduto l’attacco di Bruxelles dice che non si tratta solo di “intelligence”, di servizi, di capacità di prevenzione e contrasto. O, se si vuole, tutto questo è indispensabile.
Ma non basta. Il terrorismo, a differenza del passato, affonda le radici e ha i centri di coordinamento in aree lontane. In breve, le radici sono nelle guerre e nella dissoluzione degli equilibri mediorientali.
La novità è nel fatto che il terrorismo internazionale ha oggi alle spalle uno Stato, per quanto spurio, dotato di capacità di guida, di attrazione e di proselitismo soprattutto nelle nuove generazioni che vivono nelle periferie o nel mezzo di conflitti intestini, dalla Francia alla Libia all’Africa sub sahariana, fino alle province del nord della Nigeria. Uno stato per così dire liquido, formato da territori appartenenti a due stati falliti: l’Iraq e la Siria di cui l’Isis ha cancellato i confini.
Quanti propongono di muovere guerra a questo stato sui generis dimenticano o ignorano che esso nasce proprio da due guerre fallite che hanno disintegrato i due Stati sulle cui macerie, dopo una lunga marcia ignorata dall’occidente e dal corrotto governo di Bagdad, le vecchie élite militari e politiche irachene hanno gettato le fondamenta di quello che non a caso hanno denominato Stato islamico dell’Iraq e della Siria.
Analizzarne l’origine può aiutarci a meglio inquadrare la situazione presente e le incognite del futuro. La domanda è: come siamo giunti a questo punto? 
Nel 2003 George Bush con l’adesione entusiasta di Tony Blair, utilizzando la falsa teoria dell’Iraq dotato di armi di distruzione di massa, inaugurò l’interminabile guerra irachena con lo scopo di eliminare Saddam e impiantare in Iraq la democrazia. O almeno, questo è sempre stato il pretesto: sappiamo che l'invasione dell'Iraq era stata da tempo programmata in base alle strategie geopolitiche messe a punto dai think-tank neocon che hanno guidato le mosse della presidenza Bush.
L’esito, come sappiamo, non è stata la democrazia ma la disintegrazione dello Stato e il caos. 
La parte sunnita che aveva in mano l’esercito, l’amministrazione e i servizi segreti, scacciata da Bagdad e dalle città distrutte come Falluja, ha costruito a metà del decennio lo Stato islamico dell’Iraq, primo embrione dell’Isis attuale che comprende i territori strappati alla Siria dilaniata dalla guerra. Nel 2013 è matura la nascita del nuovo Stato islamico dell’Iraq e della Siria che fa di Raccah, siriana, la sua capitale di fatto, occupando uno spazio che si calcola esteso quanto la Gran Bretagna con dieci milioni di abitanti, con grandi centri urbani come Mosul dal lato iracheno e Raccah dal lato siriano.
L’Occidente intanto chiudeva gli occhi, avendo come unica mira la liquidazione del regime di Assad. Mentre il mondo arabo-sunnita, con al centro l'Arabia saudita e gli emirati del Golfo (e con l'appoggio di Usa e Turchia) finanziava e armava l’eterogenea coalizione anti-Assad, che nei fatti comprendeva anche l’Isis. Il caos sotto il cielo mediorientale, all’insegna della motivazione ipocrita dell’esportazione di quella rara e delicata merce che è la democrazia, non avrebbe potuto essere più grande e più distruttivo. In realtà il tentativo di destituire il leader siriano era stato scatenato dal suo rifiuto di un accordo con l'Oman su un gasdotto che avrebbe facilitato le vendite di emirati e sauditi a scapito della Russia, seguito da un accordo con l'Iran per una diversa pipeline in contrasto con quegli interessi.
Non può stupire se al centro del terremoto che scuote il Medio Oriente è ormai la Siria, dove la guerra produce un’immane catastrofe umanitaria. In cinque anni, a partire dal 2011, si calcolano, benché non esistano cifre ufficiai, 500.000 morti.* Intanto, cinque milioni di siriani sono sparsi nel paese come sfollati, essendo state distrutte le loro case. Altri cinque milioni hanno cercato rifugio nei paesi più vicini: più di cinquecentomila in Giordania, oltre un milione in Libano, due milioni e mezzo in Turchia. Le città che ci mostrano (raramente, per ragioni di pudore) i reportage televisivi somigliano tragicamente agli scheletri in frantumi delle città tedesche alla fine della seconda guerra mondiale.
Nel mese di marzo, mentre il Medio Oriente è in fiamme, l’Unione europea divisa quasi su tutto, trova l’unità nel dichiarare una guerra di fatto ai migranti e ai profughi che fuggono dalla guerra, dalle distruzioni e dalla miseria che da cinque anni attanagliano la Siria. L’UE -28 s’impegna a versare sei miliardi di euro alla Turchia di Erdogan, che massacra i curdi e chiude i giornali dell’opposizione, in cambio dell’impegno a riprendersi indietro i siriani (e anche, se capita, gli afghani e gli iracheni) che, attraversando lo stretto braccio di mare dell’Egeo che li separa dalle isole greche, cercano rifugio in Europa.
In breve, la civilissima Unione europea delega alla Turchia il compito di allestire nuovi campi di detenzione nei quali segregare centinaia di migliaia di migranti e profughi. In altri termini, l’UE assolda uno stato mercenario per bloccare i “barbari” che ne minacciano le frontiere.
Un accordo, per un verso, giudicato illegale sotto il profilo dei trattati internazionali che stabiliscono i diritti dei migranti e dei profughi; per l’altro giudicato indegno di paesi civili da parte delle organizzazioni umanitarie. Ma, a parte tutto, un disegno inefficace al cospetto di masse di uomini donne e bambini che fuggono dalla guerra e dalla miseria, destinati a cercare e trovare altre strade attraverso i Balcani e altre rotte ancora più complicate nel Mediterraneo, sempre più disseminato di tombe.
L’unica novità positiva, questa volta, proviene dagli Stati Uniti, dove Barack Obama prova a chiudere il suo secondo mandato assumendo alcune iniziative – dall’Iran a Cuba – che rivoluzionano gli assetti politici e diplomatici internazionali così come li abbiamo conosciuti in questo primo scorcio di secolo.
Obama giunse alla Casa Bianca con l’impegno di porre fine alle guerre di Bush, senza riuscirvi, e ora rischiava di concludere la presidenza finendo nella trappola di nuovi fronti di guerra in Medio Oriente e nel Nord Africa. Obama vede nella Siria la possibile riedizione del disastro iracheno, della sciagurata decisione di Bush di aggredire l’Iraq – scelta che aveva duramente criticato quando era ancora un senatore dell’Illinois. 
La trappola aveva minacciato di scattare già nel 2013, quando Assad era stato accusato di aver usato gas nervini contro gli insorti. Il Pentagono e una parte importante dei servizi di sicurezza americani chiedevano un intervento armato immediato. Come al tempo dell’Iraq era accaduto con Blair, il premier inglese Cameron insisteva per un attacco immediato contro il governo di Damasco. E François Hollande – scrive Jeffrey Goldberg, autore dell'ormai famosa intervista a Obama su Atlantic –era colui che “fra i leder europei più entusiasticamente spingeva per un intervento armato”. La posizione bellicista degli eredi dei vecchi imperi coloniali è dura morire. 
Nel momento in cui l’America deve decidere l’apertura di un nuovo fronte mediorientale, Barack Obama è preso in mezzo alle pressioni interne e a quelle esplicite europee. Obama, memore della recente avventura libica, sceglie il non intervento. Nella sua recente intervista ricorda, con un velo di autocritica, l’errore compiuto con la scelta di attaccare la Libia nel 2011. 
Una scelta che aveva avuto in Sarkozy e Cameron (e anche in Hillary Clinton, all’epoca segretaria di Stato) i più convinti fautori. Dalle mail desecretate della Clinton si è appreso che l'intervento era stato fortissimamente voluto dal presidente francese per evitare che Gheddafi portasse a termine il suo piano di creare una moneta nordafricana che sostituisse il franco coloniale, e anche per avere più spazio nei giacimenti petroliferi libici (a scapito, tra l'altro, proprio del nostro paese). Era stata una scelta di cui Obama si sentiva corresponsabile, diretta a eliminare Gheddafi, ma priva di un disegno strategico sul dopo, col risultato di fare della Libia un nuovo stato fallito nelle mani di fazioni inconciliabili, di comunità tribali, e, infine, preda dei militanti dell’Isis. Per Obama un errore assolutamente da non ripetere, non ostante le pressioni interne e l’insensatezza dei più bellicosi tra gli stati europei.
La svolta di Obama diventa chiara col cambiamento di politica verso l’Iran, nei fatti chiamata a far parte di una coalizione anti-Isis. Una decisione che l’Arabia saudita, gli emirati del Golfo e più ancora Israele, giudicano un tradimento. Ma per Obama l’America non può rimanere imprigionata nella trappola del conflitto fra Arabia Saudita e Iran: “La priorità è sconfiggere l’Isis, non rovesciare Assad”.*
La seconda mossa di Obama sull’ingarbugliata scacchiera mediorientale è un’intesa di fatto con la Russia di Putin. E’ un rivoluzionamento radicale nei rapporti internazionali degli Stati Uniti, l’Europa oscilla fra l’incredulità e la frustrazione. 
Nella storia, ancora breve ma intensa del nuovo secolo, l’Europa, con combinazioni diverse, si è schierata di volta in volta a favore di tutte le guerre nella polveriera mediorientale, e più recentemente, nordafricana. Sempre con l’intento, più insensato che ambizioso, di portare la democrazia nell’Iraq di Saddam, come nella Siria di Assad e nella Libia di Gheddafi. Col risultato di affondare l’Europa nelle sabbie mobili di tre stati falliti.
Non ostante le novità della politica estera americana, l’Unione europea si muove senza bussola nel ginepraio che dal Medio Oriente minacciosamente si estende alle coste del Mediterraneo a diretto contatto con l’Europa. Se l’Afghanistan e l’Iraq sono il lascito velenoso dell’avventuristica politica di George Bush, l’apertura del vaso di Pandora della Siria e della Libia coinvolge direttamente la responsabilità di due stati – Gran Bretagna e Francia – che trovano nell’Unione europea un sostegno, anche quando si possono avvertire sotto traccia labili segni di dissenso come in Germania e confusamente in Italia. 
In contrasto con lo stereotipo che evoca la necessità di “più Europa”, si può ragionevolmente affermare che l’Unione europea compie scelte autolesioniste in tutti i campi nei quali è chiamata a operare collettivamente: dai fallimenti della risposta alla crisi economica nell’eurozona alle sfide di politica internazionale che si succedono ai confini dell’Unione.
La via d‘uscita dall’attuale ginepraio si annuncia sfortunatamente lunga e densa di rischi. Ma la nuova fase aperta dalla politica americana indica quanto meno la direzione di marcia. I negoziati di pace di Ginevra sono la prima effettiva occasione che si offre per fermare la guerra che da cinque anni insanguina la Siria. Un primo passo significativo, per quanto controverso, rispetto a una possibile e ragionevole soluzione del conflitto siriano, potrebbe essere rappresentato dall’avvenuta costituzione nel mese di marzo di un’entità curda, che comprende le tre province del nord della Siria, con l’obiettivo di diventare una regione semi-autonoma di uno stato federale siriano. I colloqui di Ginevra sono fermi alla proposta di una nuova costituzione nel mantenimento dell’unità nazionale. Prospettiva che nessuna delle parti in causa intende negare con la convinzione difficilmente realizzabile di acquisire una posizione dominante.
Un editoriale del New York Times**, riflettendo con ogni probabilità posizioni ventilate al vertice dell’amministrazione, sostiene che la scelta curda di autonomia condizionata potrebbe essere assunta come “un modello di governo decentralizzato nell’ambito di una Libia federata”, aggiungendo che sostanzialmente ”la Russia ha sposato questa linea” – in questo caso in contrasto con Assad. La rifondazione dello stato siriano è, in ultima analisi, considerato la sponda per fronteggiare la sfida dell’Isis, offrendo alle comunità controllate dallo Stato islamico una prospettiva di autogoverno.
Nessuno può illudersi circa una via d’uscita facile e ravvicinata. La guerra in atto, fondamentalmente condotta sul terreno dai curdi col sostegno diretto russo e indirettamente americano comincia a dare alcuni risultati importanti. Ma lo scontro armato non può risolvere un conflitto che comprende grandi centri urbani, la cui conquista è impossibile senza il dispiegamento di forze che nessuna delle potenze coinvolte intende mettere in campo. Il ginepraio mediorientale impone l’intreccio dell’iniziativa militare con una prospettiva di soluzione politica. L’intesa russo-americana può mutare la geometria infernale delle guerre mediorientali.
Ma ci vorranno grandi capacità d’intelligenza, immaginazione e impegno per curare le ferite profonde causate dalle più lunghe guerre dell’era moderna. Sarà al tempo stesso difficile esorcizzare la minaccia del terrorismo. Da questo punto di vista, tutte le misure possibili, finora irresponsabilmente ignorate o rimaste inapplicate, dovranno essere messe in atto secondo un normale e ragionevole coordinamento in grado di generare le indispensabili sinergie di cui ciascuno Stato e tutti insieme dovrebbero giovarsi. 
Ma non ha senso, ed è stupidamente controproducente, dichiarare guerra ai migranti che fuggono dalla guerra e alle vecchie e nuove generazioni di islamici che dell’estremismo fondamentalista e criminale subiscono le conseguenze in termini di emarginazione e stigmatizzazione. Il tempo necessario per estirpare la mala pianta del terrorismo, che in altre epoche abbiamo conosciuto sotto altre spoglie ma non meno barbariche, potrebbe essere lungo e doloroso. 
Ma la soluzione è nel taglio delle radici. Che hanno trovato terreno fertile per crescere ed espandersi nelle aree lasciate senza controllo col fallimento degli Stati – dall’Afganistan alla Libia – dove si voleva esportare la democrazia. O dove si tendeva a difendere, o accaparrarsi sfere d’influenza politica e d’interessi economici con l’ipocrita e tragica illusione dell'esportazione della democrazia. 
Note

* Jeffrey Goldberg “The Obama Doctrine”, Atllantic , April 2016 issue

** “The Kurds’ Push for Self-Rule”, International New York Times – 23/3/2016 

Fonte: Eguaglianza e Libertà 

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