La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

lunedì 28 marzo 2016

Sullo spirito gregario dei corpi sociali

di Alberto Giovanni Biuso
La recente vicenda della Valutazione della Qualità della Ricerca nelle Università italiane ha confermato la capacità di condizionamento che l’autorità -in qualunque modo la si eserciti- possiede nei confronti dei corpi collettivi. La palese inadeguatezza tecnica di tale valutazione e la sua strumentalità funzionale al ridimensionamento dell’Università pubblica in Italia, si sono unite all’incomprensibile e grave discriminazione verso i docenti universitari. Essi sono infatti gli unici, all’interno delle categorie non contrattualizzate in regime di diritto pubblico, ad aver subito il blocco degli scatti stipendiali sino al 31 dicembre 2015 e il mancato riconoscimento ai fini giuridici del quadriennio 2011-2014. Il risultato è stata una mobilitazione molto ampia, inconsueta per la categoria, che ha coinvolto varie migliaia di docenti italiani. A tale mobilitazione il Ministero dell’Università e della Ricerca ha risposto con un silenzio totale e offensivo, come se nulla stesse accadendo.
Tutto questo avrebbe dovuto e potuto estendere la protesta e renderla vincente, se il corpo sociale accademico fosse stato vivo. E invece è bastato che i Rettori -secondo il diverso stile di ciascuno- imponessero, consigliassero, raccomandassero, chiedessero, minacciassero, implorassero, per indurre la più parte dei docenti a rinunciare alla mobilitazione. Evento triste ma comprensibile, proprio in relazione alla forza che l’autorità esercita sullo spirito gregario presente in ogni membro di un corpo sociale.
Si è visto dunque lo spettacolo, affascinante e drammatico, di una struttura collettiva pronta ad aiutare il boia nell’esecuzione della propria condanna a morte. Non mi riferisco ai numerosi soggetti indifferenti o disinformati ma a coloro che sapevano, che avevano espresso il proprio disagio in forma esplicita e pubblica -anche sottoscrivendo vari documenti- e che però alla fine hanno ceduto. Una simile dinamica è la conferma della giustezza e della necessità del dispositivo libertario, il quale non si fonda sull’illusione di uno spirito di autonomia presente in ogni membro della società ma sulla consapevolezza che di potere ce n’è sempre troppo e che esso va limitato quanto più possibile e in tutti i modi.
Di fronte a quanto accaduto nelle Università italiane in questi mesi e nella ultime settimane, credo sia doveroso rivalutare la memoria di quei 1200 docenti che nel 1931 obbedirono alla richiesta di giuramento di fedeltà al regime fascista: «I professori di ruolo e i professori incaricati nei Regi istituti d’istruzione superiore sono tenuti a prestare giuramento secondo la formula seguente: Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di esercitare l’ufficio di insegnante e adempire tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria e al Regime Fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti, la cui attività non si concilii coi doveri del mio ufficio» (Articolo 18 del Regio Decreto n. 1227 del 28 agosto 1931, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia n. 233, 8.10.1931).
La conseguenza per i renitenti al giuramento sarebbe stata la perdita delle cattedra e dunque del sostentamento, del pane. Nulla di tutto questo, naturalmente, per i renitenti alla Valutazione della Qualità della Ricerca. E tuttavia migliaia di docenti hanno obbedito. Una forma particolarmente significativa di tale obbedienza è consistita nel ribadire formalmente l’adesione alla protesta ma contemporaneamente autorizzare le strutture d’Ateneo a scegliere e prelevare le pubblicazioni da sottoporre a valutazione. Un ‘conferimento’ senza condizioni e attuato in prima persona sarebbe stato più sensato e più dignitoso rispetto a questa forma ipocrita e un poco gesuitica che vorrebbe garantire la coerenza di chi l’ha scelta e che invece ha come risultato la sconfitta di tutta l’Università.
Ci sarà modo e tempo per un’analisi approfondita dei risultati della VQR 2011-2014, del suo fallimento scientifico e politico prima che numerico [http://www.roars.it/online/la-protesta-e-fallita-la-vqr-e-morta/ ], degli altissimi rischi di contenzioso impliciti nella pratica del ‘conferimento forzoso’. Per quanto mi riguarda, intanto, credo di aver preso -non sottoponendo a questa valutazione nessuna delle mie pubblicazioni uscite nel quadriennio 2011/2014- la decisione più coerente con l’amore che nutro per l’Istituzione universitaria. Attendo ora di vedere -come è stato promesso dagli Organi Dirigenti degli Atenei- le modalità ‘alternative’ con le quali si affermeranno le ragioni, i diritti, la dignità dei docenti italiani. Attendo l’azione dei Rettori a favore dell’Università tutta intera e non delle sole consorterie. Attendo i provvedimenti di sostegno ai nostri studenti, alla loro passione, alla loro ingenuità nello sperare in un’Italia diversa. Attendo primavere che non verranno mai, temo.
Adesso ognuno si culli nelle proprie delusioni, nelle proprie speranze, nelle proprie sconfitte, nelle proprie illusioni. Io non nutro nessuno di questi sentimenti e cercherò di continuare a operare in favore della scienza e degli studenti che vedono sempre più cancellato il loro diritto allo studio, le loro prospettive di ricerca, il loro bisogno di giustizia e di futuro.

Fonte: Roars.it

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