La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 15 giugno 2016

Referendum Brexit, per l’Europa è già un insuccesso

di Luigi Pandolfi
Al di là della scelta che faranno gli inglesi il prossimo 23 giugno, il referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nella Ue ha già prodotto un primo risultato: ha reso maggiormente percepibile il grado di debolezza, e di inadeguatezza, dell’edificio comunitario. In fondo, che l’Europa di Maastricht fosse un’incompiuta, ovvero, che forse èpiù realistico, un impasto di retorica e di regole asfissianti per i Paesi membri, si sapeva, giàda tempo. A dispetto dell’ottimismo sullo sviluppo democratico e “politico” del processo di integrazione, profuso anche negli atti e nei trattati sottoscritti dal 1950 ad oggi, l’Europa èrimasta in questi anni, sostanzialmente, un’area di libero scambio, un “mercato unico”, all’interno del quale, come si legge nei documenti ufficiali, persone, merci, servizi e denaro possono circolare «con la stessa facilità con cui si muovono all’interno di un singolo Paese».
Con clausola di esclusione a danno dei migranti, aggiungeremo adesso. A tale realtà, è stata fatta corrispondere un’area monetaria con un’unica moneta, l’euro, che attualmente coinvolge diciannove paesi su ventotto, presidiata da un insieme di regole cogenti in materia di finanza pubblica, nel complesso ispirate ad una logica di deleveraging process (riduzione del debito) e di contenimento della spesa, anche per investimenti.
Poi, con lo scoppio della crisi, e dopo la gestione che n’è stata, i limiti di questa costruzione si sono rivelati in tutta la loro insopportabile gravità. Su tutti il caso greco, storia di un accanimento apparentemente privo di senso, nei confronti – è bene ricordarlo – di un Paese che, nonostante il flagello dell’austerità, continua a “regalare” percentuali di adesione al progetto di integrazione impensabili altrove. C’entra la storia, ovviamente. Nel caso greco, la storia di un Paese-culla della civiltà europea, che celebra la sua indipendenza dai turchi ottomani da meno di duecento anni; in quello britannico, la storia di una potenza coloniale, la più grande di sempre, i cui fasti rivivono ormai soltanto nei libri, nei film, nella memorialistica. Riguardo al presente, parliamo di due Paesi che, non a caso, hanno scelto di stare “diversamente” in Europa: il primo nella moneta unica ed il secondo fuori, con quello che ciò comporta in termini fiscali, di politiche monetarie e valutarie. Che non è poco. Da un lato un forte spirito europeista, dall’altro un’adesione problematica al progetto di integrazione, dunque. Circostanza, la prima, che, a rigor di logica, avrebbe richiesto un diverso atteggiamento da parte di Bruxelles di fronte al rischio di un’uscita della Grecia dalla zona euro, un anno fa. E invece no. Sappiamo com’è andata: Schäuble, il Ministro delle finanze del governo Merkel, spalleggiato da una serie di Paesi che gravitano nell’orbita tedesca e da alcuni Stati della periferia commissariati dalla Troika, ha perfino perorato la causa di una Grexit al culmine delle trattative tra il governo di Atene ed i suoi creditori.
Un chiaro atteggiamento di sfida, che non si è visto nel braccio di ferro tra Londra ed il Consiglio europeo lo scorso mese di febbraio. Pur di spuntare le armi della propaganda pro-Brexit, i capi di stato e di governo dell’Unione sono arrivati a riconoscere alla Gran Bretagna uno “status speciale” nell’ambito dell’Unione, con meno vincoli da rispettare (e responsabilità da condividere), al netto dei benefici di cui il Paese continuerà a godere per la sua permanenza nel mercato unico. C’è una logica in tutto ciò? Apparentemente no. Poi si dirà: ma vuoi mettere le conseguenze che una fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Unione avrebbe sulla stabilità finanziaria dei Paesi membri e sulla tenuta del sistema bancario? Oppure: non si vorranno mettere sullo stesso piano un Paese debole e periferico come la Grecia, che contribuisce solo per il 2% al Pil europeo, con le banche alla canna del gas, impossibilitato ad approvvigionarsi sul mercato, con la seconda economia dell’Unione? Ecco, forse una logica c’è. Ma va cercata al di fuori della retorica ufficiale, quella che ancora ci ricorda come alla base del processo di integrazione europea ci sia l’obiettivo di ridurre le distanze – economiche, sociali – tra centro e periferia, tra Paesi in surplus e Paesi in deficit, tra nord e sud.
Ma tant’è. Il 23 giugno è alle porte ed un ultimo sondaggio condotto per The Times rivela il 46% dei sudditi di Sua Maestà sarebbe favorevole alla fuoriuscita del Paese dall’Unione, contro un 39% per la permanenza, un 11% di incerti e un 4% che non intenderebbe recarsialle urne. Evidentemente, non sono bastate le concessioni di febbraio a convincere la maggioranza della popolazione che restare in Europa, in fondo, non sarebbe cosìsconveniente. Addirittura, l’ex sindaco di Londra, Boris Johnson, tra i più accesi sostenitori del SI, ha dichiarato che «l’Ue è un tentativo di fare ciò che volevano fare Hitler e Napoleone con metodi diversi». Poi si sa, i sondaggi vanno sempre presi con le molle. Ma, intanto, ci si prepara anche al peggio. La Bce è «pronta a ogni evenienza», ha dichiarato, per esempio, Mario Draghi, certo, insieme a molti analisti economici, che una Brexit sarebbe foriera di gravi turbolenze sui mercati finanziari europei.
Ma cosa ci si dovrebbe aspettare realisticamente da una Brexit, per l’Europa e per la stessa Gran Bretagna? Inutile dire che le valutazioni, a tal riguardo, non sono affatto convergenti. Oltre ad una ondata di vendite di titoli, soprattutto bancari, è facile prevedere una perdita di valore della Sterlina (le prime avvisaglie si sono avute già in questi giorni) ed un aumento dell’inflazione. L’aumento dei tassi di interesse, a sua volta, potrebbe determinare un deflusso di capitali dal resto d’Europa verso la Gran Bretagna. Circostanza, quest’ultima, che imporrebbe alla Bce un cambiamento di rotta, rispetto alla politica dei tassi negativi. Nel complesso, i Paesi Ue che più risentirebbero degli effetti di una Brexit sarebbero quelli il cui sistema bancario è maggiormente collegato a quello britannico. Tra questi, in ogni caso, non ci sarebbe l’Italia.
Ovviamente, i sostenitori del SI insistono molto sui vantaggi derivanti dal controllo delle frontiere e dall’assenza di regole come quelle che oggi l’Ue impone ai Paesi membri. Tacciono, però, sul fatto che il ritorno dei dazi penalizzerebbe molto il loro accesso al mercato unico, senza alcuna garanzia che ciò verrebbe ad essere compensato, almeno nell’immediato, da una maggiore penetrazione delle loro merci nei mercati extra-europei.
Comunque andrà a finire, per l’Europa è già un insuccesso.

Fonte: ilpopoloveneto.it

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