La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 8 luglio 2016

In Polonia i messaggi di guerra della Nato

di Giuseppe Sedia
Occhi puntati su Varsavia che si prepara ad ospitare oggi il summit della Nato. Non a caso, la scelta è ricaduta proprio sulla Polonia, paese «virtuoso» che si è impegnato a dirottare più del 2% del proprio Pil per le spese militari. Una soglia «desiderata» dai vertici dell’Alleanza Atlantica che punta a farla raggiungere a breve termine a tutti gli stati membri. L’aumento delle spese militari, incoraggiata da una rete internazionale di think-thank conservatori, facenti capo allo Stockholm Network, è soltanto uno degli obiettivi di fondo del vertice. Sono in molti a chiedere una maggiore flessibilità nell’applicazione dell’articolo 5 del trattato Nato che prevede un intervento militare diretto degli alleati in soccorso di un altro membro aggredito.
Si sta spingendo infatti per estenderne l’ambito di applicazione anche alle situazioni di «guerra ibrida».
Un concetto ambiguo, impiegato per caratterizzare le operazioni di sostegno militare e di destabilizzazione clandestine legate all’ingerenza russa nel Donbass. In linea teorica, qualsiasi episodio di disordine pubblico rischia di essere attribuito ad un’azione di disturbo dall’esterno. Un’interpretazione che sposa la strategia del sospetto alimentata in casa dal paese ospitante, e voluta dai falchi del partito della destra populista Diritto e giustizia (PiS), al governo da ottobre scorso.
Tutto può essere considerato ibrido: poco importa che si tratti dei cosiddetti «zielone ludziki» provenienti dalla Russia («omini verdi» in polacco ndr), sospettati di essere entrati illegalmente in territorio ucraino durante il conflitto nel Donbass, o dei manifestanti che avevano protestato in modo violento contro il piano per la rimozione di un monumento sovietico a Tallin nella primavera del 2007. Così, negli anni a venire, le opportunità per giustificare un intervento della Nato rischiano di aumentare considerevolmente in tutta la regione.
L’unico segnale distensivo lanciato a Mosca dall’Occidente sembra legato al rallentamento del processo di adesione alla Nato di alcuni paesi dell’area post-sovietica che resteranno nella sfera di influenza russa. L’assegnazione del Membership Action Plan è infatti destinata a restare una chimera, non soltanto per Kiev, ma anche per Tbilisi.
Germania e Francia continuano ad opporsi al processo di integrazione euro-atlantica della Georgia per non provocare Putin nel proprio cortile. I vertici della Nato hanno parlato invece di un partenariato all’insegna della formula «28 + 2», che potrebbe cambiare ulteriormente alla luce dell’ingresso del Montenegro nell’Alleanza.
A destare maggiori preoccupazioni, la situazione nell’enclave russa di Kalinigrad ribattezzata dai vertici della Nato «il sasso», che rischia invece di pesare come un macigno sulla sicurezza del continente euroasiatico. I lavori di costruzione della seconda unità militare del sistema di difesa missilistica Aegis a Redzikowo in Polonia, dopo il completamento della prima base in Romania, sono considerati una provocazione inaccettabile per la Russia. Putin ha già confermato che da due anni a questa parte nell’oblast di Kalinigrad verranno dispiegati dei missili Iskander.
Una situazione paradossale quella dell’enclave sul Baltico confinante con la Polonia a sud, e con la Lituania a nord e ad est. Nel 2012, Mosca e Varsavia avevano infatti sottoscritto un accordo storico, tutt’ora in vigore, per agevolare la libertà di movimento dei residenti della zona che possono ancora oggi recarsi oltre il confine senza un visto.
«Siamo a favore di questa misura. Se non altro, è un modo per smontare alcuni stereotipi politici. Ma questo non vuol dire che stiamo disposti ad accettare la presenza di missili al confine con la Polonia», spiega un portavoce del partito polacco dell’Alleanza della Sinistra Democratica (Sld) all’opposizione dal 2005.
L’Alleanza Atlantica punta anche a incrementare la propria presenza in mare estendendo le operazioni di sorveglianza, riconoscimento, raccolta di informazioni su profughi e trafficanti alle coste orientali nel Mediterraneo. Il compito più difficile, legato al salvataggio o respingimento dei migranti, resterà nelle mani delle Guardie Costiere nazionali, come concordato a febbraio scorso con Ankara e Atene.

Fonte: il manifesto 

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