La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 8 luglio 2016

Dal Leave al populismo

di Girolamo De Michele
Alla fine, i commenti pro-Brexit politicamente sinistri sembrano essersi basati sulla – se non fermati alla – lettura di titoli e prime righe dei giornali: tanta, troppa fretta di dichiarare col Leave il ritorno della rude razza pagana neiworking poor inglesi, di ritrovare nell’east London la piazza Statuto del terzo millennio, e nei portuali di Sunderland i nuovi camalli. Soprattutto, tanta, troppa fretta di approdare a una rassicurante descrizione della società britannica divisa fra una minoranza giovane, colta e agiata (City + Erasmus generation + white collars) e una maggioranza di anziani, precari, ex-lavoratori e imprenditori, poco scolarizzati e inclini a rozzi costumi.
Non ha forse titolato il “Guardian”: If you’ve got money, you vote in… if you haven’t got money, you vote out? Non ha forse scritto il “Financial Times” che «This has been Britain’s most class-based vote of recent decades» (aggiungendo peraltro: «with the normal cross-class alliances dissolving into an early-21st-century “peasants” revolt»)? E lo scrittore Ian McEwan, con un tono che è parso venato di disprezzo snob, non aveva già dichiarato al “Corriere” che «i più anziani, i meno istruiti e la working class vogliono lasciare l’Ue, i giovani e le élite restare»?
Eppure, qualche campanello d’allarme dovrebbe suonare, a voler analizzare davvero il voto britannico, piuttosto che andare alla ricerca di analisi nelle quali si leggono i propri desiderata, sulla falsariga delle profezie che si autoavverano. Proviamo invece, da bastian contrari (in un’epoca nella quale avere una qualche istruzione e aver letto qualche libro sembra essere uno stigma d’infamia), a dare ascolto a questi campanelli.
I cieli della democrazia referendaria
Dall’oggi al domani alcuni compagni e studiosi, dirigenti politici e sindacalisti di classe hanno dismesso per un giorno o due la giacca sdrucita del marxismo per indossare l’abito della festa della democrazia liberale. Si inneggia all’equazione “democrazia = referendum” (altri aggiungono, e come dar loro torto?, “popolo”). Quel lavoratore precarizzato, segmentato, sottoposto all’estorsione del valore del lavoro vivo e del welfare, interno ai processi di sfruttamento, soggettivazione e disciplinamento, improvvisamente sembra essere asceso dall’inferno in terra dello sfruttamento al cielo ideale della cittadinanza formale, quella nella quale, per dirla con una formula oggi di moda, “uno vale uno”.
Eppure un ebreo tedesco, sulla falsa universalità della cittadinanza formale, in un libretto sulla Questione ebraicaqualcosa aveva pur detto. Senza bisogno di risfogliare quelle pagine, chiedo: la democrazia è solo il conteggio delle mani alzate, nel giorno in cui ci si mette il grembiulino e si va a votare? La possibilità di avere accesso critico alle informazioni che determinano il dibattito e la pubblica opinione non sono più rilevanti della mera conta delle schede? In un emblematico manifesto, Nigel Farage ha identificato e indicato – sfruttando un linguaggio improntato all’odio razziale che da tempo pervade lo spazio pubblico britannico – l’Unione Europea con le orde di migranti che assedierebbero le isole britanniche, cui si aggiungerebbero quelle generate da un’adesione della Turchia all’UE spacciata per certa. Dopo il taglio selvaggio del welfare operato dalla politica di austerity di George Osborne, gli immigrati vengono indicati come coloro che sottraggono welfare alla working class e alla lower-middle class che “pick up the bill”. Naturalmente non è vero: in Gran Bretagna (come in Italia) il contributo al welfare dei migranti è superiore a quanto ricevono. Ma è altrettanto vero che la fiducia, o la capacità di interpretazione, dei dati ufficiali è, anche in Gran Bretagna, pesantemente condizionata dall’estrazione sociale e dai conseguenti livelli di apprendimento: «more than 75 per cent of those earning more than £3,700 a month say they do, while only 27 per cent of those earning less than £1,200 a month agree»1.
Beninteso, a fronte di una menzogna che identificava l’Europa – ipostatizzando in un’entità astratta il capitale finanziario globale, di cui la stessa finanza britannica è parte – nella sentina di ogni male, immigrazione compresa, si ergeva una speculare, ma meno retoricamente potente, menzogna si segno labourista che prometteva una riformabilità dall’interno delle istituzioni comunitarie.
Resta che chi esalta l’”esercizio di democrazia” del “popolo” finisce, per aver dimenticato la questione ebraica, per ritrovarsi seduto allo stesso tavolo di più moderni razzismi. Magari equiparando le schede elettorali agli Spitfire in mano al popolo: una metafora che sarebbe piaciuta a Italo Balbo – ma che te lo dico a fare?
Garantiti e non (the Asor-walking dead)

Un secondo campanello d’allarme: nella semplificazione fra gliagainst-all-odd del Leave e i colletti bianchi del Remain, che ne è degli immigrati? L’analisi del voto mostra che non c’è correlazione fra il voto pro-Leave e le aree urbane che hanno risentito in modo prevalente dell’ondata migratoria successiva al 2002 [vedi grafico a destra]. Con le parole di Torsten Bell, «there is no relationship between how an area’s prosperity changed in recent years and how they voted. That is to say some areas with big pay boosts voted to leave (such as Christchurch in Dorset) and some that have done very badly out of the last decade and a half still voted to stay in the EU (such as Rushcliffe in Nottinghamshire)».
Ad esempio, nei peggio quartieri di Londra, quelli che le guide turistiche sconsigliano di visitare, quelli dove nel 2011, fra Totthenam e Southwark, ci sono stati quei riots che a giusta ragione fecero parlare di una nuova economia morale della rivolta, quelli dove vivono i migranti (sia afrocaraibici che turchi e magrebini), quelli della precarizzazione come condizione di vita senza uscita, il Remain ha vinto con percentuali notevoli: Haringey 75.59%, Hackney 78.5%, Brent 59.75%, Southwark 72.8%, Tower Hamlets 67.5%, Lambeth 78.6%. Ma forse i cantori della rivolta di classe contro la globalizzazione, a Tottenham Hale, Finsbury Park, Harlesden, Elephant & Castle, Brixton non vanno (e come potrebbero, impegnati come sono a venire a capo del Trilemma di Rodrik?). D’altronde, quei distretti della east London nei quali il Brexit ha vinto – Havering, Davenham, Bexley –, sono in parte già da tempo roccaforti conservatrici (Hornchurch & Upminster, Bexleyheath & Crayford, Old Bexley and Sidcup), in ogni caso aree nelle quali il partito di Farage nel 2015 ha riscosso consensi tra il 20 e il 30% (primo partito a Dagenham & Rainham col 29.8%), inglobando (giusto per capire di quale programma politico si tratta) il British National Party – persino dove, tra Erith & Thamesmead e Barking, il Labour aveva tenuto.2
Stesso discorso – una forte crescita dell’UKIP attorno al 20% che antecede il referendum – nelle aree del Merseyside, del Sunderland e del Tyneside. Si tratta quindi non di un occasionale e strumentale posizionamento elettorale, ma di una adesione di fatto alla destra powellista nella quale Farage sta contendendo l’egemonia a Cameron: detto altrimenti, il problema dei quartieri proletari dell’estuario del Tamigi non è che hanno votato come Farage, ma chevotano da tempo per Farage, sostituendo la lotta di classe con la scheda elettorale e il rancore verso gli immigrati che vengono accusati di sottrarre welfare e futuro a chi ne ha sempre meno.
(ma non si diceva un tempo che non c’è classe senza lotta di classe?)x
Sarà allora il caso di spacchettare i non-garantiti working poor, svegliarsi dal sogno di una (working) “classe” i cui omogenei comportamenti “di classe” sono ottenuti per sottrazione e rimozione, e uscire dalla notte in cui tutti i gatti sono bigi e tutte le rabbie sono popolari.
E di fare lo stesso con gli altri segmenti sociali. Perché se è vero che al vertice della piramide la City, un po’ blaireana e un po’ Tory (o forse osborneana) ha sostenuto il Remain, è altrettanto vero che una parte dell’alta finanza britannica ha votato Leave, cullando il sogno di un ritorno al ruolo imperiale giocato non più con le cannoniere e le truppe coloniali, ma col capitale finanziario libero dai vincoli e dai controlli dell’UE: in questo caso, una fiction come The Last Panthers (per non parlare delle più visionarie Utopia e Black Mirror) diceva già tutto. Sarà il caso di ricordare che Nigel Farage viene da una famiglia di agenti di cambio e brokers, e che per vent’anni, prima di dedicarsi alla carriera politica, ha lavorato nel mercato dei metal exchange?
Last but not least, la middle class. Composta, in buona parte del suo segmento lower, da quel 60% di inglesi che nell’arco della propria vita non supera l’ideale confine di 20 miglia dal luogo di nascita: una soggettività ascribedpiuttosto che achieved, per usare le categorie di Talcott Parsons – un tratto identitario che condivide con i ricchi conservatori della campagna. L’uomo della lower-middle class vive prevalentemente in provincia, piuttosto che nelle grandi città; non conosce direttamente l’immigrazione, ma proprio per questo la teme ancor più di chi ne è a contatto e non ha uno status generazionale da difendere; ha un medio-basso titolo di studio, e un lavoro in genere impiegatizio; non è culturalmente e socialmente attrezzato a far fronte alle trasformazioni sociali portate dalla globalizzazione, a differenza di coloro che si spostano per studiare nelle università, e si trasferiscono poi nelle maggiori città.
In questo quadro, la coppia giovane-vecchio, che di per sé non spiega nulla, acquista una precisa connotazione sociale; e, per inciso, quelle parole di Ian McEwan, che all’orecchio italiano erano parse irridenti e altezzose, si rivelano addirittura ovvie – e tutt’altro che classiste – per chi parla dall’interno del contesto sociale britannico. Fuori dalle chiavi di lettura alla moda, dal giovanilismo che non spiega nulla ma ammicca assai, dalla coppia chav (rozzo)vs educated (istruito), le coppie giovane-anziano, blue-white collars, ecc. si rivelano manifestazioni empiriche della gramsciana contrapposizione fra città e campagna, centro e periferia, aggiornata sul ritmo delle nuove composizioni di classe. Con buona pace di chi, scivolato in un ritorno del rimosso manicheismo asorrosaniano fra le due società, una garantita e una against-all-odd, come in un pessimo film con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson, si scopre, dopo essersi creduto a lungo nipotino di Tronti, figlio bastardo di un palindromo berlingueriano revenant.
A volte ritornano: è l’inconscio, bellezza!
L’egemonia powelliana e il divenire-plebe del working poor
Il fronte del Leave manifesta la saldatura di un blocco storico reazionario, che tiene insieme l’alta finanza, la parte medio-bassa del ceto medio impiegatizio, anziani e precari welfarizzati – la cui dipendenza da pensioni, sanità e social security si configura come un caso esemplare di assoggettamento – e un significativo segmento di working class che ha abbandonato la coscienza di classe in favore di più persuasive sirene.
(di nuovo: non si diceva, anche, che non c’è classe senza coscienza di classe?)
Si è molto parlato, durante la campagna referendaria, di “powellism”, per alludere alla saldatura fra individualismo, mercatismo, competitività e nazionalismo con la xenofobica reazione all’ingresso dei migranti nel Regno Unito. Il riferimento è a quell’esponente della destra tory degli anni Sessanta, Enoch Powell, che tanto la coppia etoniana Cameron-Johnson quanto Farage hanno assunto come stella polare, giocandosi fra loro la partita per l’egemonia della nuova destra. Per comprendere cosa Powell aggiungeva alla tradizionale ideologia che univa il nazionalismo imperiale al libero mercato, basta ricordare il famoso ‘Rivers of Blood’ speech, col suo appello a «the growth of positive forces acting against integration, of vested interests in the preservation and sharpening of racial and religious differences, with a view to the exercise of actual domination, first over fellow-immigrants and then over the rest of the population»:3
"Here is the means of showing that the immigrant communities can organise to consolidate their members, to agitate and campaign against their fellow citizens, and to overawe and dominate the rest with the legal weapons which the ignorant and the ill-informed have provided. As I look ahead, I am filled with foreboding; like the Roman, I seem to see “the River Tiber foaming with much blood”. [...] Only resolute and urgent action will avert it even now. Whether there will be the public will to demand and obtain that action, I do not know. All I know is that to see, and not to speak, would be the great betrayal."
Il powellismo solletica quel liberalismo conservatore, avverso ai cambiamenti sociali, sospettoso nei confronti dell’autorità (non certo per una più avanzata coscienza sociale), ferocemente nemico dei diritti altrui – soprattutto di quelli delle minoranze, percepiti come inaccettabili doveri, cioè illiberali catene, attorno al quale si agglutina questo nuovo blocco storico. Quando a un ceto medio precarizzato e in crisi sociale si congiungono segmenti provenienti dalla classe operaia e dal sottoproletariato, sotto il segno politico di un siffatti liberalismo nazionale, si ha ben diritto di parlare di un divenire-plebe che vanamente si cercherebbe di ammantare di nobiltà politica sotto forma di concetti come “populismo di sinistra”.
Una se-dicente sinistra di classe che si rivela incapace di imporre un proprio linguaggio, perché incapace di prassi che rompano l’egemonia costituente della destra, non può in alcun modo sperare di colmare quei “significanti vuoti” – per dirla alla Laclau – che il linguaggio dell’odio populistico ha già provveduto a saturare: un hate speech che si configura oggi non solo come “etichetta denigratoria”, ovvero «singole parole che veicolano un atteggiamento negativo nei confronti della persona o del gruppo a cui si riferiscono e che, negando aspetti relativi alla persona e alla cultura del gruppo di appartenenza, esprimono una forma di deumanizzazione molto grave»4, ma come un discorso performativo in grado di sostenere processi di soggettivazione al tempo stesso nei confronti del soggetto del discorso, e del suo enunciatore.
Il discorso dell’odio e le sue agenzie
L’hate speech opera un vero e proprio rovesciamento della definizione spinoziana di indignazione come “odio che proviamo verso colui che fa del male a un nostro simile”, accresciuta dall’amore che proviamo per la vittima: a una verace passione politica fondata sul sentimento di amore verso l’altro, in grado di rovesciare una passione triste come l’odio in una passione politicamente produttiva che dà motivo di coalizzarsi contro la tirannide. Nell’hate speech, per contro, l’odio è fondato sull’indignazione causata dal mero fatto di esistere dell’altro, e al tempo stesso è ipostatizzazione di quell’astrazione che sempre è la soggettività individuale in un’ancor più astratta forma, nella quale l’altro è identificato e compreso solo come rappresentante di un gruppo, un’idea, una religione, un’attitudine – e in quanto astratta forma, eliminabile – o quantomeno suscettibile di desiderio di eliminazione – senza alcuna perdita o costo in termini di economia morale.
Lo si comprende bene ripensando alla strage omofoba di Orlando, e al quasi contemporaneo assassinio della deputata labourista Jo Cox.
Su Omar Mateen, autore del massacro del Pulse, ha detto tuttola sua prima moglie. Una personalità probabilmente disturbata o borderline ha focalizzato la propria condizione di disagio patologico lungo le direttrici degli hate speech che costituivano un oggetto su cui scaricare il proprio mal-essere – la comunità LGBT a Orlando, oggetto di una violenta propaganda omofoba che non si è arrestata neanche il giorno dei funerali delle vittime. Omar Mateen si inserisce nella lunga lista di casi di assassini di massa analizzata da Bifo inHeroes. Suicidio e omicidio di massa; per ciascuno di essi può valere quanto scritto a proposito della strage di Columbine del 2002 (p. 58):
"In una simile sequenza di atti c’è qualcosa che va al di là di ogni possibile spiegazione. Ma questa forma di psicopatia non può vedersi come un fenomeno isolato, ma va vista come un sintomo di una forma di sofferenza largamente diffusa."
Non è necessario condividere per intero i recenti lavori di Bifo, improntati a un cupo pessimismo psico-cosmico, per sottoscriverne il concetto chiave: la depressione, il disagio, il panico sociale sono ormai un problema politico, nella misura in cui sono la conseguenza soggettiva di processi generalizzati di cattura, segmentazione, frammentazione ricombinante delle sequenze temporali di esistenze immerse nel flusso continuo di produzione di soggettività delle quali la stessa anima – qualunque cosa possa significare questa parole – è messa al lavoro. «Un’epidemia di infelicità si sta espandendo per il pianeta, mentre l’assolutismo capitalista asserisce il diritto a controllare senza restrizioni le nostre vite» (p. 175).
Gli hate speech sono strumenti di produzione di queste soggettività che orientano la propria malattia sociale verso vite presentate come indegne di esistere. A raccogliere queste soggettività provvedono delle vere e proprie agenzie dell’odio – il fascio-jihadismo nel caso di Omar Mateen, suprematisti bianchi, formazioni nazi-fasciste in altri casi. In effetti, la sola differenza reale fra Mateen e Gianluca Casseri, il militante di CasaPound che a Firenze uccise due ambulanti senegalesi nel dicembre 2011, è la disponibilità del tipo di arma.
Non sembra avere dinamiche differenti l’assassinio di Jo Cox, la deputata laburista impegnata sul fronte di un’Europa dell’accoglienza che aveva dedicato la sua vita ad aiutare i rifugiati, che si trovava nello Yorkshire tra molti musulmani: nel suo caso, la personalità borderline di Thomas Mair è stata catturata e indirizzata dalla propaganda xenofoba e powelliana. Lo ha detto molto bene Hanif Kureishi:
"Ormai in Inghilterra le persone si sentono libere di dire in pubblico cose che fino a qualche anno fa avrebbero avuto vergogna a pensare. Non si parla che di immigrati, con toni violenti e triviali, e questo fa assumere un tono quasi fascista al dibattito, sempre più angusto."
Dovesse sembrare troppo raffinato il linguaggio del narratore, si ricordi che parole dello stesso segno sono state spese dalla piattaforma #Lexit the Left Leave Campaign
"The atmosphere of racism and Islamophobia, and the scapegoating of migrants and refugees, which have been so much part of political discourse in recent years, is in danger of poisoning all political debate."
Nondimeno è segno di una radicale impotenza il fatto che proprio sull’assassinio di Jo Cox il linguaggio della cosiddetta sinistra del Leave – e soprattutto delle sue mosche cocchiere italiote – sia stato nelle enunciazioni, nelle parole, financo nelle virgole e virgolette, indistinguibile dalla più becera destra nel buttarsi sul complottismo paranoide, bypassando la sostanza stessa di cui era fatto il linguaggio egemone di quella campagna cui si aderiva con l’illusione di rovesciare di segno un “populismo di destra” in “populismo di sinistra”.
Illusione, perché non esiste alcuno spazio vuoto all’interno del blocco egemonico nel quale possa far breccia un “popolo” che si presume immune da questa egemonia: perché i processi di composizione sociale di questo blocco storico sono isomorfi ai processi che costituiscono le soggettività di questo “popolo” all’interno di quel blocco stesso, isomorfi alle rappresentazioni simboliche cui questi processi attingono e che al tempo stesso rilanciano. Così come gli atti linguistici, le retoriche, le relazioni fra cose e parole che questo “popolo” esprime sono isomorfi al magma delle passioni dal quali si generano, condensandosi nel linguaggio di una plebe rancorosa che sostituisce l’indignazione e l’odio di classe con l’odio del diverso su cui scaricare la propria impotenza e il proprio assoggettamento.
Dice qualche aspirante populista di sinistra: ma non sarete così irresponsabili da consegnare alle destre il monopolio della rivolta contro la tecnocrazia europea? Dimenticando (assieme a cospicue pagine dei manuali di storia) che assumere la “rivolta contro i tecnocrati” significa accettare l’agenda delle destre, accettandone l’analisi, la costituzione dei soggetti, le prassi. Come poi, per fare un solo esempio, un tale soggetto animato dalla “rabbia popolare” possa essere condotto sul terreno del diritto a un’abitazione degna per tutti – terreno sul quale, con pratiche di lotta concrete, è maturata la vittoria di Ada Colau a Barcellona e Manuela Carmena a Madrid – invece che al rancore verso gli immigrati che rubano il welfare, e con esso la casa, ai bravi lavoratori nati e battezzati entro i “sacri confini” patrii, resta un mistero.
Non sarà allora che il vero significante vuoto è proprio il sintagma “populismo di sinistra”, che ciascuno cucina con aria saputa e parole proprie, condendolo con l’immancabile spezia della rottura con quell’altrettanto vuoto significante che è la parola “sinistra” – nella quale si annida, sia detto per inciso, proprio quel Gramsci che, scacciato dalla porta della “sinistra storica”, viene poi fatto rientrare dalla finestra di Laclau?
Non basta evocare pietre filosofali perché le parole si tramutino in fatti: e il populismo ne è una. Il premio per il Filippo Corridoni del terzo millennio è l’orizzonte che attende i suoi cercatori.

Fonte: Euronomade.info 

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