La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 22 settembre 2016

La rivoluzione spagnola, le collettivizzazioni in Catalogna

di Richard Neuville
«Per chi veniva direttamente dall'Inghilterra l'aspetto toccante di Barcellona superava ogni aspettativa. Era la prima volta nella mia vita che mi trovavo in una città dove la classe operaia aveva preso il sopravvento. [...] Tutto questo era strano e commovente. Molto mi rimase incomprensibile; ma c'era uno stato di cose che mi appariva di colpo come qualcosa per cui valesse la pena combattere». George Orwell[1] Nella notte del 18 luglio 1936 i generali "ribelli" danno il via all'adesione al pronunciamento e dichiarano lo stato di guerra in tutta la Spagna.
Dopo la vittoria del Fronte Popolare alle elezioni parlamentari, nel mese di febbraio, la tensione tra i sostenitori della Spagna "eterna" e quelli della Spagna repubblicana è al suo apice. Lareconquista intrapresa dai militari insorti segna l'inizio della guerra civile e della rivoluzione spagnola. Molto rapidamente la resistenza antifascista si organizza. A Barcellona, Gijon, Madrid, Malaga, Bilbao e Valencia l'insurrezione militare è schiacciata dal movimento popolare. Nonostante Il paese sia tagliato in due il governo repubblicano resta al suo posto. In queste città, di fronte al rifiuto del potere legittimo di armare il popolo, gli operai assaltano le armerie e le caserme e infliggono una sconfitta agli insorti. La Repubblica si trova screditata per aver rifiutato di dare le armi al popolo. Nelle zone in cui i militari sono sconfitti si verificano cambiamenti significativi. Ha inizio una profonda trasformazione economica e sociale. Ma la sua intensità varia a seconda dei diversi territori della Spagna repubblicana. In Catalogna l'influenza ideologica libertaria all'interno della classe operaia, la struttura economica distinta rispetto al resto dello stato e l’indipendenza politica nei confronti del potere centrale (fino alla fine del 1937) sono fattori chiave per lo sviluppo di un'alternativa autonoma alle forze di mercato e al ruolo preponderante dello stato. Da qui l’interesse dell'esperienza delle collettivizzazioni sviluppatasi in Catalogna dal 19 luglio 1936 che si caratterizzano per l'attuazione dei principi del socialismo antiautoritario e che tuttora costituiscono «un'esperienza unica al mondo».[2]
La collettivizzazione dell'industria e dei servizi
Il 20 luglio a Barcellona e in Catalogna la reazione è stata sconfitta. I libertari regnano sovrani. Il governo della Generalitat esiste solo formalmente. Il potere vero è nelle strade. La Confederazione Nazionale del Lavoro (Cnt) e la Federazione Anarchica Iberica (Fai) rifiutano però di assumere il potere che Lluís Companys, presidente della Generalitat, offre loro. Di fronte agli imperativi della guerra fanno appello alla creazione di un fronte antifascista, il Comitato Centrale delle Milizie Antifasciste, che è incaricato di svolgere le funzioni della polizia e dell’esercito e di organizzare la produzione e l’approvvigionamento. Malgrado la Cnt abbia lanciato la parola d'ordine dello sciopero generale il 18 luglio senza dare l’indicazione della collettivizzazione, i lavoratori requisiscono spontaneamente le loro imprese. Influenzati dalle idee libertarie, non intendono socializzare le imprese per consegnarle poi alla Generalitat per la nazionalizzazione. Piuttosto il processo di socializzazione passa attraverso la collettivizzazione e la gestione diretta delle imprese da parte dei lavoratori stessi. Si applicano in sostanza i principi della risoluzione adottata a Saragozza al IV Congresso della Cnt, svoltosi dall'1 all'11 maggio 1936, che delinea le strategie in un «contesto di fallimento della democrazia spagnola, una situazione francamente rivoluzionaria, col rischio di una dittatura e la vicinanza di una nuova guerra mondiale».
Così dal 19 luglio a Barcellona la compagnia dei tram viene occupata. Tre giorni dopo i tram, dipinti con i colori della Cnt, circolano di nuovo in città. Il 21 luglio i ferrovieri occupano le Ferrovie del Nord e la Mza (Madrid-Saragozza-Alicante) e formano comitati rivoluzionari per difendere le stazioni e organizzarne il servizio. Creano vari "comitati di servizio": consigli di officina, di deposito e di trazione, di personale viaggiante, delle opere ai binari, degli operativi e dei macchinisti. Il 24 luglio a Manresa (sobborgo di Barcellona) i sindacati Cnt e Ugt (Unione Generale dei Lavoratori, socialista) decidono di occupare tutti i servizi e le dipendenze della Società Generale Ferroviaria di Catalogna. Il 31 luglio la Generalitat della Catalogna riconosce il diritto dei sindacati di organizzare tutte le attività tecniche, produttive e amministrative della Società Generale Ferroviaria di Catalogna e nomina un delegato la cui unica missione è quella di monitorare l'operazione. Il 25 luglio i dipendenti delle agenzie marittime (tra cui la famosa società Transatlantico) occupano gli uffici portuali e fanno riconoscere la collettivizzazione dalla Generalitat. Tra il 25 e il 31 luglio i servizi idrico, delle telecomunicazioni, dell'energia e dell'illuminazione sono collettivizzati in tutta la Catalogna.
Dal 22 luglio la maggior parte delle aziende metallurgiche e tessili, abbandonate dai loro proprietari, passa sotto il controllo dei lavoratori e dei loro sindacati. Ben presto una parte dell’industria metallurgica è riconvertita per la fabbricazione di veicoli blindati per equipaggiare le milizie che partono per il fronte aragonese. È il caso delle officine Hispano-Suiza, dove millequattrocento lavoratori si mettono immediatamente al lavoro per produrre in una settimana i primi quindici camion blindati. L'industria tessile, che impiega 230mila lavoratori, e che si concentra soprattutto a Sabadell e a Terrassa (vicino Barcellona) contribuisce anch’essa allo sforzo bellico. In questo settore i salari dei lavoratori aumentano del quindici per cento mentre l’orario di lavoro settimanale passa da sessanta a quaranta ore. Nel mese di agosto del 1936 Combat Syndicaliste pubblica la testimonianza del leader della Cgt-Sr francese, Pierre Besnard, sulla realtà della conceria Mollet, nella periferia di Barcellona, autogestita dai lavoratori:
«La fabbrica occupa settecento operai e operaie. I salari sono stati aumentati come in tutti i settori. Il salario unico non esiste ancora ma la prossima riunione dovrebbe discuterne. Quando un lavoratore è ferito o malato recepisce il settantacinque per cento del suo salario, mentre prima non riceveva niente perché in Spagna non esiste la sicurezza sociale. La settimana lavorativa è di trentasei ore senza perdita di salario. [...] Ogni officina designa i propri delegati che insieme formano il comitato di fabbrica incaricato dell'organizzazione del lavoro. Un consiglio di fabbrica e il direttore sono nominati dall'assemblea generale dei lavoratori. Questi due organismi si riuniscono ogni volta che ce n’è bisogno. Ognuno dei membri di questi organismi è revocabile».[3]
L'appropriazione sociale da parte dei lavoratori catalani non si limita all'industria dal momento in cui anche imprese del commercio e dei servizi – come ad esempio pub, parrucchieri, l'industria ottica, i grandi magazzini, laboratori cinematografici, gli spettacoli – sono a loro volta collettivizzate a Barcellona, così come molte delle imprese di costruzione della regione. In pochi giorni il settanta per cento delle imprese industriali e commerciali è occupato dai lavoratori. La Catalogna all'epoca concentrava da sola due terzi dell’industria del paese e il cinquantaquattro per cento della popolazione attiva lavorava nel settore industriale.[4] Soltanto le banche sfuggono alla collettivizzazione non essendo occupate dai dipendenti, principalmente affiliati alla Ugt, che godevano di uno status privilegiato rispetto ai lavoratori della produzione e dei servizi, ma ben presto passano sotto il controllo del governo autonomo della Generalitat. La nazionalizzazione del settore bancario non è tanto motivata da ragioni ideologiche quanto dalle circostanze eccezionali.
In tutte le entità collettivizzate l’assemblea dei lavoratori elegge comitati d’impresa o di controllo che sono generalmente composti da cinque a dieci delegati e rappresentativi dei vari servizi. Sotto l’impulso dei sindacati si creano raggruppamenti per industria a livello locale e poi regionale. Il rifornimento è assicurato dal sindacato dell’alimentazione, affiliato alla Cnt, e sono create enormi mense comunali, talvolta installate a Barcellona in antichi palazzi. I servizi pubblici collettivizzati sono riorganizzati, il prezzo dell'acqua viene presto diviso per tre. A Barcellona e nelle principali città gli alloggi sono municipalizzati. Tra il luglio del 1936 e il luglio del 1937 il numero di cooperative di produzione passa da sessantacinque a trecento, e arrivano ad includere dodicimilaottocento associati in Catalogna.
Per Victor Alba[5], allora giovane militante del Poum (Partito Operaio di Unificazione Marxista), la collettivizzazione era «il frutto dell’azione spontanea dei lavoratori che non aspettarono le istruzioni delle organizzazioni dei lavoratori». Frank Mintz[6] tende a relativizzare questa «spontaneità a causa di una diffusa autogestione e della cronologia delle occupazioni». Per lui se l’azione dei comitati di base era innegabile, ci furono comunque probabilmente delle istruzioni dall’alto.
Le collettivizzazioni agrarie
Nelle campagne dove il collettivismo agrario è "inciso nel subconscio" si organizzano battute contro i cacicchi e i proprietari terrieri feudali. Si formano comitati rivoluzionari per organizzare le occupazioni delle terre. Le collettivizzazioni riguardano principalmente le grandi proprietà e, a differenza dell'esperienza della rivoluzione russa degli anni Venti, si basano sull’adesione volontaria dei mezzadri e dei piccoli proprietari. La collettivizzazione delle terre si organizza, come mostrato dal film di Ken Loach Terra e libertà, di pari passo col procedere sul fronte aragonese delle milizie antifasciste della colonna Durruti o della divisione 29 affiliata al Poum. In alcune comunità il denaro è sostituito dal libretto di famiglia dove sono iscritti gli alimenti e altri prodotti di prima necessità. Il Comitato del Popolo è eletto dall'assemblea generale della popolazione riunita al centro del paese e sostituisce il Consiglio Municipale.
Da secoli la questione agraria in Spagna è la principale causa di sfruttamento. E ha continuato a fornire i motivi della rivolta contro il dominio dell'oligarchia. Nel 1936 quasi il cinquantadue per cento della popolazione attiva spagnola è impiegata in agricoltura. La stragrande maggioranza dei lavoratori a giornata e dei mezzadri intende porre fine una volta per tutte al feudalesimo. Data la struttura agraria della Catalogna, piuttosto frammentata e composta da piccoli proprietari e rabassaires, la collettivizzazione qui è più limitata che in altre regioni della Spagna ove predominano le grandi proprietà terriere, come in Andalusia, Aragona, Castiglia e nel levante. L’occupazione delle terre è concentrata principalmente nelle province di Lleida, dove domina l’Unione Provinciale Agraria (legata al Poum), e di Tarragona, dove sono molto radicati gli anarcosindacalisti.[7] Frantz Mintz[8] conta tra trecento e quattrocento comunità agrarie in Catalogna che coinvolgono settantamila persone su una popolazione totale di settecentocinquantamila persone in tutto il paese.
Dal giugno del 1931 la Cnt aveva adottato una risoluzione in cui si affermava che: «Tutti i pascoli, le grandi proprietà, i terreni di caccia e altre proprietà fondiarie devono essere espropriate senza indennizzo e dichiarate proprietà pubblica». Il Congresso dichiara che «la socializzazione della terra e di tutti i mezzi e gli strumenti per la produzione agricola e la messa a valore delle terre e il loro utilizzo da parte dei sindacati agricoli che uniscono i produttori è una condizione primaria per l'organizzazione di un'economia che assicuri alla collettività operaia il prodotto integrale ed i benefici del suo lavoro».[9]
Come ricordato da Rafael Sardà[10] la posizione del Poum era più sfumata: «È necessario socializzare la terra ed eliminare gli intermediari attraverso le cooperative. Socializzare la terra non significa necessariamente lavorarla collettivamente, ma assegnare un pezzo di terra ad ogni agricoltore in modo che egli possa coltivarla, senza che possa tuttavia affittarla, venderla o ipotecarla. Il contadino ha interesse alla collettivizzazione perché gli permette uno sforzo minore e gli conferisce una migliore resa. [...] Può così adottare la coltivazione estensiva impiegando mezzi meccanici e usufruire di consulenza tecnica. Le collettivizzazioni devono iniziare con le proprietà che vengono lavorati da lavoratori alle dipendenze di un’impresa».
Direttamente coinvolto come agronomo nella collettivizzazione di Raimat, proprietà di tremila ettari situati a quindici chilometri da Lleida, racconta questa esperienza:
«In questa proprietà si producevano in particolare vino ed erba medica grazie al lavoro di centotrenta famiglie che ci vivono. Nel mezzo della proprietà, in cima alla collina, c’era il castello in cui viveva il proprietario che dirigeva l’azienda. Le giornate erano di dieci ore a cinque pesetas, con le quali dovevano pagare l'affitto delle baracche in cui vivevano e il legno con cui si scaldavano e cucinavano. Il settanta per cento degli agricoltori era analfabeta, benché nella proprietà vi fosse una scuola gestita da suore. All'interno dell'azienda vi era una cellula del Poum, che il 19 luglio espulse i proprietari e occupò l’azienda».
«Benché titubanti gli agricoltori parteciparono all’assemblea convocata dai militanti del Poum. Elessero un comitato di sei membri che immediatamente aumentò la paga giornaliera da cinque a otto pesetas e abbassò il prezzo dell’affitto. L'assemblea si riunì più volte per approvare le misure di adattamento e i nuovi metodi di utilizzo delle terre. L'unico negozio di paese fu trasformato in una cooperativa di consumo e il pane si fece in un forno comunitario. Una locanda locale fu creata per i braccianti scapoli. Si realizzarono piani per la costruzione di case decenti per sostituire le baracche dove vivevano i contadini. Tutte le riforme previste non poterono essere realizzate perché l'occupazione di Raimat da parte delle forze comuniste del Psuc (Partito Socialista Unificato di Catalogna) nel 1937 le fece abortire. Tuttavia una scuola laica fu creata in un nuovo edificio e la scuola delle suore servì per ospitare un campo per i profughi di Madrid. Fu fondato un club ricreativo nel quale si proiettarono film, si tennero conferenze e si diedero lezioni per adulti analfabeti e in maniera specifica per le donne».
Ricorda anche i principi che li animavano:
«La comunità di Raimat propose la creazione di sindacati agricoli tra le diverse comunità della regione per facilitare la commercializzazione, l'uso delle macchine e la difesa comune dei principi di collettivizzazione agraria; questo significa che ogni comune fu una comunità, una grande fattoria collettiva, con tutti i vantaggi della moderna agricoltura libera da ogni forma di oppressione, in grado di coordinare gli interessi rurali con quelli urbani e le aspirazioni dei contadini con quelli dei lavoratori industriali, il tutto nel contesto della guerra civile».[11]
Dal luglio del 1937 le forze controrivoluzionarie, a volte sostenute dalla Legione rossa, si sforzano con tutti i mezzi per ripristinare la proprietà privata. In alcune province, in particolare quella di Girona, i comunisti costrinsero i piccoli agricoltori ad aderire alla Ugt per contrastare il potere della Cnt e gradualmente distruggere le collettività agricole.[12] Ma se l'occupazione degli stalinisti mise prematuramente fine all'esperienza di Raimat, la situazione fu diversa per la stragrande maggioranza delle comunità agrarie, che continuarono fino alla fine della guerra. In effetti queste azioni brutali non impedirono la ricostituzione delle comunità disciolte, in particolare in Aragona e nella Catalogna occidentale, in cui la volontà di evitare un ritorno del sistema feudale restò intatto.

Note
[1] George Orwell, Hommage à la Catalogne, Champ libre, Paris, 1981, p. 13.

[2] Antoni Castells Duran, Les col-lectivitzacions à Barcelona 1936-1939, Hacer, Barcelona, 1993, p. 15.

[3] In Jérémie Berthuin, De l’espoir à la désillusion, La Cgt-Sr et la Révolution espagnole, Cnt-Rp, Paris, 2000, p. 107.

[4] Carlos Semprun Maura, Révolution et contre-révolution en Catalogne, Marne, Paris, 1974.

[5] Victor Alba, Los colectivizadotes, Laertes, Barcelona, 2001, p. 20.

[6] Frank Mintz, L’autogestion dans l’Espagne révolutionnaire, Bélibaste, Paris, 1970, p. 51.

[7] Marciano Cardaba, Campesinos y revolución en Cataluña, colectividades agrarias en las comarcas de Girona, 1936-1939, Fundación Anselmo Lorenzo, Madrid, 2002, p. 59.

[8] Frank Mintz, Autogestion et anarchosyndicalisme, Cnt-Rp, Paris, 1999, p. 45.

[9] Aa. Vv., Collectivisations, L’œuvre constructive de la Révolution espagnole (1936-1939), Le Coquelicot, Toulouse, 2006. Première édition 1937, p. 21.

[10] In Victor Alba, op. cit., p. 255.

[11] In Victor Alba, op. cit., p. 256.

[12] Marciano Cardaba, op.cit., p. 280.

Fonte: communianet.org 

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