La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 22 settembre 2016

Messico, due anni senza giustizia per gli studenti di Ayotzinapa

Intervista a John Gibler di Luca Martinelli
“Voglio fare il maestro e voglio uscire diplomato dalla Normale. Mi sento orgoglioso di poter dire, ‘sono alunno di Ayotzinapa'”. Jorge Hernández Espinosa è un giovane messicano di vent’anni, e un sopravvissuto: nella notte tra il 26 e il 27 settembre del 2014, esattamente due anni fa, era ad Iguala, nello Stato di Guerrero, e dopo aver tentato di requisire alcuni autobus insieme ai suoi compagni di studio -tutti iscritti alla Escuela Normal Rural “Isidro Burgos” di Ayotzinapa- subì l’attacco spropositato da parte delle forze dell’ordine. 
Quella notte restarono uccise sei persone, mentre 43 studenti della sono -da allora- desaparecidos, scomparsi.
La testimonianza di Jorge Hernández Espinosa è una delle venticinque raccolte tra gli studenti della Normale da John Gibler, un giornalista nato negli Stati Uniti che vive in Messico, e che alla vicenda di Ayotzinapa ha dedicato un libro, “Una historia oral de la infamia” (Grijalbo, Sur+, 2016). L’infamia è la ricostruzione ufficiale di ciò che accadde nella notte di Iguala, e cioè -racconta Gibler- “che un gruppo legato al narcotraffico ‘confuse’ gli studenti per un gruppo rivale; una ricostruzione che oltre a mancare di ogni fondamento sulla base dei fatti e delle prove raccolte, è ridicola, assurda e molto offensiva”.
Nel libro “parlano” solo i testimoni oculari, e l’autore interviene solo montando le interviste in modo da rendere al lettore quella lunghissima notte. Perché questa scelta narrativa?
“Ho voluto scrivere un documento che mostrasse i fatti di Iguala, frutto di una rigorosa inchiesta giornalistica, ma allo stesso tempo capace di comunicare almeno in parte ciò che ha provato chi era in strada quella notte. E questo significa spiegare in modo chiaro i fatti, con le sensazioni di paura, terrore ma anche valore e resistenza che vissero coloro che parteciparono. Io, tanto quando ho iniziato a lavorare al libro, ma ancora oggi, a due anni dai fatti, ritengo imprescindibile ascoltare profondamente i sopravviventi e i familiari dei desaparecidos. Questo libro offre al lettore una ricostruzione dei fatti che non stravolge il pensiero e il linguaggio dei sopravviventi, perché il modo in cui mi hanno raccontato ciò che hanno vissuto l’ho voluto condividere e rispettare nella struttura del libro”.
Milioni di persone sono scese in piazza in tutto il mondo per chiedere “giustizia per Ayotzinapa”, e il ritorno a casa dei 43 studenti desaparecidos. C’è qualche passo avanti?
“Nessuno. Da quando a fine aprile 2016 il governo messicano ha cacciato dal Paese il Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (GIEI) che fino a quel momento aveva lavorato alla ricostruzione dei fatti, e reso pubblici due rapporti di quasi mille pagine, è silenzio assoluto sul lavoro d’inchiesta. Dobbiamo ricordare che quella notte ad Iguala non solo sono scomparsi 43 studenti, ma vennero assassinate 6 persone, una delle quali brutalmente torturata e mutilata. C’è poi un altro studente che, a quasi due anni da quel 26 settembre, è ancora in coma. Un altro, a cui hanno sparato in pieno volto, sta ancora subendo interventi di chirurgia ricostruttiva. E ci furono oltre 40 feriti. Nessuna di queste persone ha avuto giustizia. Il governo messicano continua a nascondere la verità dei fatti, insistendo con una versione falsa, insostenibile e già decostruita da numerose analisi indipendenti”.
Oltre ai 25 studenti, nel libro ci sono altre voci. Chi sono? 
“Altri sei sopravvissuti, giornalisti che quella notte vennero inviati per ‘coprire’ la notizia, e poi rappresentanti di una squadra di calcio, il cui autobus, di ritorno da una trasferta, venne attaccato quella notte”.
Tra i sei morti, oltre a 3 studenti della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa figurano i nomi di David Josué Garcia Evangelista, che aveva 15 anni e giocava a calcio nella squadra de Los Avispones di Chilpancingo, che quella sera aveva giocato in trasferta ad Iguala, e Victor Manuel Lugo Ortiz, 50 anni, autista del bus della squadra.
Il loro mezzo, che viaggiava sull’autostrada, venne preso a fucilate. Era stato evidentemente confuso con uno di quelli che tentavano di “requisire” i giovani di Ayotzinapa, che lo avrebbero utilizzato pochi giorni dopo per raggiungere Città del Messico, in occasione della commemorazione del 2 ottobre 1968, data del massacro di Piazza Tlatelolco, quando gli studenti vennero attaccati, uccisi, incarcerati alla vigilia delle Olimpiadi.
La ricostruzione di ciò che accadde per le strade di Iguala, ed anche durante l’attacco alla squadra di calcio, secondo i testimoni oculari, evidenzia la presenza di più corpi armati. Quanti erano, e questo che cosa mostra, a tuo avviso. 
“Gli studenti che ho intervistato hanno identificato, oltre a uomini armati che indossavano abiti civili, membri della polizia municipale di Iguala, della polizia ministeriale dello Stato del Guerrero, elementi della Protezione civile e federali. Questi hanno preso parte agli attacchi che sono stati portati in diversi luoghi e momenti nella notte tra il 26 e il 27 settembre 2014. Le indagini del Gruppo di esperti indipendenti hanno potuto documentare la partecipazione di tutte queste articolazioni e anche delle polizie municipali di Cocula e Huitzuco. Ci sono anche testimonianza dirette dei comportamenti della Polizia stradale federale e di soldati del 27° battagliano dell’esercito, che raggiungono diversi dei luoghi in cui si svolgono gli attacchi senza dare l’appoggio necessario agli studenti, ai membri della squadra di calcio de Los Avispones e ad altre persone gravamente ferite. Le inchieste degli esperti indipendenti hanno potuto documentare, basandosi su dichiarazioni ufficiali e sugli atti giudiziaria, la presenza di elementi dell’intelligence militare, che passavano ai proprio superiori informazioni in tempo reale. È chiaro, tanto nella mia ricostruzione fatta a partire dalle interviste ai sopravvissuti che nei due rapporto del Gruppo di esperti indipendenti, che ci fu un coordinamento intenso tra tutte questi articolazioni poliziesche, e ciò implica una catena di comando strutturata, e molto probabilmente guidata da ufficiali dell’esercito o membri del governo. qualcuno, o un gruppo di persone, dava gli ordini e controllava che venissero eseguite durante le otto ore di attacchi”.

Fonte: Altreconomia.it 

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