La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 22 settembre 2016

La tragedia di Abdelsalam e il lavoro al tempo del Jobs Act

di Domenico Tambasco
La tragedia di Abdelsalam, professore egiziano passato dalla trasmissione della cultura a quella dei pacchi per la cruda necessità di mantenere la propria famiglia e la cui vita, in una notte di settembre, è stata stritolata dalle impietose ruote di un Tir, è innanzitutto la plastica rappresentazione del lavoro contemporaneo.  Un lavoratore in solitaria lotta contro l'altro, allo stesso modo di un duello medioevale (oggi definito “contest”): ma l'unico premio, in questo tetro presente, è un Job ovvero un “pezzo” di lavoro povero e senza futuro. Ecco servito l'affresco del lavoro 3.0, così beffardamente diverso dal Quarto Stato di Pelizza da Volpedo. 
Osserviamone i particolari. Da un lato un “padroncino”, piccolo padrone di sé formalmente autonomo ed indipendente, dall'altro un lavoratore di cooperativa all'apparenza “socio” nella forma più nobile di attività economica privata, per cui la “Repubblica riconosce la funzione sociale.....a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l'incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità” (art. 45 comma primo Cost.). 
Sopra le loro teste, tuttavia, incombe opprimente il “tallone di ferro” del “committente”, termine con cui la lingua dell'evo neoliberista ha imbellettato l'ottocentesco “padrone”. 
Siamo al trionfo della manipolazione linguistica; il “committente”, il “padroncino”, il “socio di cooperativa” altro non sono se non i paraventi di una indegna realtà. Dinanzi a noi, se solo avessimo la volontà di aprire gli occhi e di abbandonare la nostra indotta inconsapevolezza, abbiamo milioni di lavoratori, autonomi soltanto gli uni rispetto agli altri e reciprocamente dissociati: in una parola, soggetti definitivamente “individualizzati”[1]. Ed il padrone-committente, finalmente liberatosi di qualunque responsabilità ormai totalmente “esternalizzata”, trae compiaciuto profitto da una lotta tra impersonali figure in cui l'effimera vittoria arride ora al “padroncino” ora al “socio” ora al “lavoratore temporaneo” ora al lavoratore “a tutele crescenti” ora al “somministrato” ora al “lavoratore con voucher” ora al “collaboratore coordinato e continuativo” più spietato. 
È l'essenza di un darwinismo sociale che, trasposto al mondo del lavoro, ha generato l'incubo di una crudele selezione naturale, sinonimo di una schiavitù[2]mai tramontata. 
La seconda considerazione ci viene offerta direttamente dalle parole delle Autorità intervenute a distanza di pochissime ore dalla tragedia, le quali si sono affrettate a smentire pubblicamente la tesi dell'omicidio del povero Abdelsalam, derubricandola a mero “incidente stradale”: dichiarazioni che non possono non ingenerare serie perplessità, tanto da parere inopportune sia nei modi che nei contenuti. 
Nei modi, poiché dinanzi a versioni dei fatti diametralmente opposte, con diverse testimonianze oculari di colleghi del lavoratore deceduto che affermerebbero il contrario, prudenza avrebbe voluto che si procedesse con cautela, senza prendere posizione sin da subito ed al contrario attendendo l'esito delle indagini. Rilievo tanto più significativo quanto più si pensi che le dichiarazioni provengono proprio da coloro che le indagini dovranno condurle. 
Nei contenuti, poiché nel loro pubblico intervento le Autorità hanno senza remore sposato la versione dell' “incidente stradale” in cui la vittima parrebbe non esente da responsabilità a fronte di un incolpevole autista che, invece, non si sarebbe accorto di nulla a causa proprio dell'imprevedibile condotta della vittima. 
Dichiarazioni, queste, che nella loro immediatezza paiono quasi inconsapevole frutto di un “riflesso condizionato”, che ci riporta al diffuso atteggiamento recentemente manifestato anche da una parte della magistratura sulle tematiche del lavoro, espresso nell'affermazione della Scuola Superiore della Magistratura[3] secondo cui “la cultura del novecento concepiva il diritto del lavoro come un ordinamento giuridico volto a soddisfare il bisogno di tutela del lavoratore ed a riequilibrare i rapporti di forza tra capitale e lavoro.........ha mostrato, nel tempo, di non essere in grado di rappresentare la complessità del mondo del lavoro..........in particolare, l'esigenza di attrarre investimenti stranieri e, al contempo, convincere le aziende a non delocalizzare verso mercati del lavoro più convenienti richiede, certamente, forti dosi di flessibilità”. 
Questo diffuso orientamento, peraltro, sembra espressione non solo di scarsa sensibilità verso il lavoro così come delineato nella Carta Costituzionale ma anche di prossimità ai dettami della dominante ideologia neoliberista; tema che richiederebbe, all'interno della stessa magistratura, un vigoroso dibattito oltre ad una espressa presa di coscienza. La peculiarità e la forza della magistratura italiana, del resto, è sempre stata la sua autonomia ed indipendenza, anche rispetto ai pluridecennali assetti dei poteri costituiti (l'esperienza dell'indagine “Mani Pulite” e dei relativi processi sono lì a ricordarcelo). 
C'è un terzo messaggio che la vicenda del professore egiziano veicola fino a noi: è la progressiva ed incessante corruzione del linguaggio. 
Un drammatico infortunio sul lavoro si trasforma nel dibattito pubblico in mero “incidente stradale”, ascrivibile alla disattenzione del conducente ed all'imprudenza della vittima; non è tuttavia una mera disquisizione di lana caprina, ma involge la sostanza delle cose. Come sempre, alla forma della parola corrisponde la realtà delle “cose”. Se di infortunio si tratta, sarà allora possibile invocare la responsabilità solidale anche del committente, ai sensi dell'art. 26 comma 4 del Testo Unico sulla Sicurezza; se si limiterà al mero incidente stradale, l'eventuale accertamento di responsabilità sarà ristretto al solo “padroncino” conducente: una guerra tra poveri. 
Ecco la forza corruttiva del linguaggio, capace di manipolare il pensiero ed al contempo di plasmare la realtà. Innumerevoli esempi, tratti proprio dal mondo del lavoro, sono qui a testimoniarcelo: le “tutele crescenti” che celano la decrescita dei diritti, la “moderazione salariale” che nasconde il lavoro povero, la flessibilità paravento della precarietà, il “mutamento di mansioni” che occulta laderegulation dei demansionamenti. 
L'ipocrita neolingua del Jobs Act, apparente simbolo di modernità linguistica, cela un mondo vecchio come “i padroni delle ferriere”. 
Ed infine ci siamo noi, chiamati in correità dalla splendida descrizione[4] delle ore immediatamente successive alla morte di Abdelsalam: “Un papà cammina lungo la strada e tiene il figlio per la mano. E' venuto a controllare di persona perché non ha ancora ricevuto il pacco tanto atteso: Cos'è successo qui? Un operaio è morto schiacciato da un camion, durante una protesta sindacale. “Ma quindi oggi l'azienda è chiusa”. Quando i facchini si fermano se ne accorgono tutti”. 
E' il nostro io di utenti-consumatori ad essere chiamato direttamente in causa, con i nostri reclami sempre più astiosi a rivendicare il diritto di ricevere quasi istantaneamente, in modalità “Prime now”, le più inutili chincaglierie. 
L'ego ipertrofico del consumatore che è presente in ciascuno di noi, che si sente in diritto di segnalare i minimi ritardi o i più infantili capricci, si affianca al “tallone di ferro” del committente: è la “dittatura del cliente” che, dall'altro lato della barricata, dove scorre il sudore ed il sangue di chi lavora, corrisponde ad una vera e propria “ossessione”, da cui ha inizio la folle corsa dei pacchi online. 
Non c'è tempo per piangere l'ultima delle tante vittime triturate tra gli ingranaggi di questo assurdo sistema. C'è solo un apprensivo click alla sezione “i miei ordini” per controllare la finestra “traccia il mio pacco”. 
Per dirla con Giorgio Cremaschi: pietà l'è morta. 

NOTE

[1]Sull'individualizzazione quale uno dei quattro motori della diseguaglianza, si veda M. Franzini e M. Pianta, Disuguaglianze - Quante sono come combatterle,Roma-Bari, Laterza, 2016. 

[2]Si veda l'interessante saggio di Giovanni Arduino e Loredana Lipperini, Schiavi di un dio minore, Novara, Utet, 2016. 

[3]Si tratta del manifesto di presentazione al convegno “Licenziamento collettivo e diritto dell'unione europea” tenutosi a Milano il 18 maggio 2016, di cui si è parlato piu' diffusamente nel contributo “In nome del popolo o dei mercati internazionali”, in Micromega, 19 maggio 2016. 

[4]Si far riferimento all'articolo a firma di Rosario Di Raimondo su La Repubblica di Venerdì 16 settembre 2016, pag. 20.

Fonte: Micromega online

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.