La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 10 dicembre 2016

Contro le donne: violenza e pregiudizio

di Giancarlo Galeazzi
Vocazione e responsabilità della filosofia
Nella Giornata Mondiale della Filosofia indetta dall’UNESCO – che a Falconara Marittima si celebra da cinque anni, tenendo anche presente la Giornata internazionale indetta dall’ONU per la eliminazione della violenza sulle donne – torna utile riflettere non solo sulla “vocazione” ma anche sulla “responsabilità” della filosofia, perché, mentre il primo tema (la vocazione) è tra quelli più frequentati, il secondo (la responsabilità) appare piuttosto trascurato, eppure costituisce il banco di prova della stessa vocazione.
Infatti, se sganciata dalla responsabilità, la vocazione filosofica finisce in genere per essere oggetto di una trattazione più o meno retorica, incentrata soprattutto sulle potenzialità positive della filosofia, la quale invece, come tutte le attività umane, presenta anche dimensioni negative, su cui occorre riflettere, per avere consapevolezza che ci possono essere, per così dire, peccati: e non solo di pensiero, ma anche di opere e omissioni. La questione delle donne, per esempio, lo evidenzia chiaramente sia per la considerazione in cui la donna è stata tenuta dai filosofi, sia per la esclusione della donna dall’esercizio filosofico: su entrambi i fronti è da rilevare una precisa responsabilità della filosofia nell’aver contribuito alla emarginazione e alla marginalità della donna, legittimando certi pregiudizi con argomentazioni che hanno poi rivelato la loro inconsistenza, e trascurando le argomentazioni che pure alcune pensatrici adducevano per contestare quei pregiudizi, tra cui in primo luogo quello della misoginia.
Infatti, non sono mancate donne che anche filosoficamente hanno criticato quella considerazione e che si sono opposte a quella esclusione; donne che meritano il titolo di filosofe non fosse altro che per la loro capacità di mettere in discussione certi pregiudizi, rispondendo così alla vocazione propria della filosofia di essere esercizio critico, che porta a diffidare dei luoghi comuni e a sospettare di concezioni pur consolidate. Non sono mancate filosofe nei secoli, ma soprattutto nel secolo XX, che può essere definito “il secolo delle filosofe” per il numero e la qualità delle pensatrici. Prima ancora che questa presenza si facesse così consistente e autorevole non erano mancate voci femminili che si erano levate contro la misoginia diffusa in ogni tempo, contestandola sul piano razionale con efficaci argomenti.
Bisogna allora riconoscere che in certi casi, nell’arco di quasi 2500 anni, la filosofia ha contribuito non a sradicare certi pregiudizi, ma addirittura a consolidarli, nella fattispecie presentando una concezione riduttivistica ed escludente della donna. Il fatto è che anche la filosofia nasce e si sviluppa come riflessione sull’uomo esercitata dall’uomo: una attività maschile e al maschile pur se presentata in chiave universale. Si badi: non che i filosofi (almeno alcuni) non abbiano riflettuto anche sulle donne o che (almeno alcuni) non abbiano accolto donne nelle loro comunità filosofiche: il fatto da denunciare è che il loro filosofare era prevalentemente dell’uomo e per l’uomo, certo senza dimenticare che ciò avveniva in un contesto che era patriarcale e maschilista .
2. Un duplice paradosso
Bisogna riconoscere che una tale impostazione - presentata come “antropologica” ma in realtà “andrologica”- ha comportato una responsabilità che si è rivelata in contrasto con la vocazione filosofica alla criticità e razionalità. Si deve al movimento femminista e alle filosofe contemporanee aver denunciato questa contraddizione latente, averla portata alla luce, averla messa in discussione; in tal modo la contestazione della filosofia “al maschile” o “cripto-maschilista” ha richiamato la filosofia alla sua vocazione di esercizio della diffidenza o del sospetto nei confronti di impostazioni date per scontate, magari caratterizzate in senso universale. Rigettando la misoginia come pregiudizio insostenibile e rivendicando il diritto alla filosofia anche per le donne, la filosofia ha rinnovato e sta rinnovando il senso della sua responsabilità, rispondendo più adeguatamente alla sua vocazione logica e dialogica.
Pertanto occorre riconoscere a chiare lettere il debito che la filosofia ha nei confronti del “movimento delle donne” (femminista e femminile): le ha permesso di collegare il senso della universalità con le individualità, per cui si è avuta la rivendicazione prima della “eguaglianza”, poi della “differenza”, infine delle “differenze”. Così la filosofia si è aperta all’imperativo di coniugarsi sull’universale in ottica plurale, ed è questa a dare significato a quella, in quanto sottrae l’universalità alla astrattezza. Tuttavia, insieme con il merito di aver messo in discussione l’impostazione antropologica tradizionale della filosofia (con tutte le conseguenze che questo comporta oltre l’antropologia), è da rilevare il limite della nuova impostazione, che si è confinata spesso nella mera rivendicazione (del pensiero femminista) o nella sostanziale ininfluenza (del pensiero femminile).
Infatti, il femminismo con il superamento della “subordinazione” e del “silenzio” delle donne sembra concludere (almeno in certe tendenze radicali) nella “scomparsa” della donna in nome di un “transumanesimo” che va oltre il maschile e il femminile. In altre parole, configurando quella femminile come questione di genere, il femminismo rischia di dissolvere il genere stesso, per cui si assiste a un paradosso: che le donne passano dalla “assenza” del passato alla “scomparsa” del presente (il futuro è già cominciato). Quando non si batte questa strada, l’altra - quella del pensiero femminile - non sembra sortire effetto migliore, nel senso che il pensiero femminile che si occupa dei classici problemi della filosofia (a prescindere da questioni di genere) non risulta a ben vedere influente più di tanto nel dibattito culturale, in quanto quello delle filosofe appare un contributo che, privo di una sua specificità, non si distingue da quello maschile, che continua a essere dominante e predominante. Così, la condizione femminile passa (e ancora una volta siamo di fronte a un paradosso) dalla “afasia” (del passato) alla “ininfluenza” (del presente).
Ecco, dunque, il limite di un movimento e di un pensiero che pure sono meritori per aver rivoluzionato l’esercizio filosofico e il diritto alla filosofia ma che, nel contempo, hanno finito per creare una situazione caratterizzata da nuovi problemi. Proprio questo mi pare che porti a mettere in discussione le vecchie e le nuove impostazioni, e a reclamare di fuoriuscire da una “logica di genere” per aprirsi a una “logica di specie”, nel senso che la riflessione deve muovere dalla specie umana per poi specificarsi nel genere maschile e femminile, perché è a partire dalla “unità” della specie umana che si può correttamente porre la questione della “diversità” di genere sessuale. Si tratta, insomma, di affrontare la questione antropologica superando l’”androcentrismo” non meno che il “ginecocentrismo”, ovvero superando la gerarchizzazione uomo-donna (primo e secondo sesso) non meno che la condizione asessuata (il ciborg). A tal fine si può riconoscere oggi un ruolo importante alla filosofia; anzi, secondo Michela Marzano, “la filosofia è un'arma efficace e potente, l'unico strumento capace di aiutare le donne a riappropriarsi della propria vita e non permettere più a nessuno di umiliarle o zittirle".
Il tema della violenza
Quanto abbiamo sommariamente detto è tutt’altro che estraneo al tema della violenza contro le donne, perché tale violenza ha trovato il suo radicamento nel disprezzo per la donna (misoginia) su cui si esercitava la violenza maschilista, e trova nuova espressione nel risentimento nei confronti della donna con forme di violenza (femminicidio) conseguenti al maschilismo declinante: cambia la motivazione, ma non cambia l’esito, quando la donna non è riconosciuta nella sua dignità di persona.
La violenza dell’uomo - che sia legata alla sua “prepotenza” di ieri o alla sua “impotenza” di oggi - è pur sempre conseguente alla concezione “svalutativa” e “proprietaria” che l’uomo ha della donna, per cui è da tale concezione che bisogna liberarsi, tanto che si accompagni alla alterigia del maschilismo, quanto che si accompagni alla insicurezza della “fine del maschio” (Hanna Rosi), cioè quando la pretesa sua superiorità è rigettata teoreticamente e rifiutata praticamente: la inedita situazione - in cui non è l’uomo a decidere di lasciare la compagna, ma è questa che si vuole separare da lui - provoca una crisi che si traduce in quell’omicidio particolare che va sotto il nome di “femminicidio”, cui a volte (non senza significato) si accompagna il suicidio, a conferma della situazione (per così dire) “irrisolta” che l’uomo sta vivendo.
Il che, lungi dal giustificare la violenza (omicida e suicida), dice tuttavia della “alterazione” in cui l’uomo si trova oggi. Si badi: non si tratta di psichiatrizzarlo, quasi a trovare attenuanti per il gesto che si condanna “senza se e senza ma”; si tratta, però, di prendere atto di una situazione inedita che richiede che si intervenga sull’uomo, in modo che sia in grado di rinnovare la propria immagine di “uomo”, di riprogettare il proprio stare al mondo nella consapevolezza che sta attraversando un cambiamento epocale, che lo coinvolge direttamente, per cui, non solo deve prendere le distanze dalle tradizionali concezioni maschiliste, ma deve anche inventarsi un nuovo modo di rapportarsi alla donna all’insegna di un atteggiamento fondamentale: il rispetto; l’uomo è chiamato a rispettare la donna e se stesso in nome della comune dignità di persona; ed è, questa, una conquista da operare insieme (uomini e donne): solo così è il modo più deciso per dire no alla violenza di genere.
Per rispondere alla nuova situazione due appaiono essere le strade percorribili: quella che dissolve il maschile e il femminile (transumanesimo) e quella che invece conserva il maschile e il femminile e li considera aspetti coessenziali dell’essere umano (personalismo), per cui l’uomo e la donna sono chiamati a elaborare insieme una antropologia integrale (non dimidiata). Lasciato da solo, l’uomo prima ha preteso di essere superiore, poi ha rivelato di essere disagiato, prima è stato all’insegna della certezza identitaria, poi immerso nella incertezza identitaria. Lasciata da sola, la donna prima è stata in una condizione di dipendenza, poi di separatezza, prima in una condizione di subordinazione, poi di antagonismo. In ogni caso non ci si è liberati dalla violenza maschile sulle donne.
Da più parti, oggi, si riconosce la necessità di elaborare una antropologia con il concorso del pensiero teoretico e dell’impegno pratico esercitati da uomini e donne, tenendo ovviamente conto di quanto è storicamente accaduto. In questo senso si potrebbe parlare della necessità di un “postfemminismo” che porti non a rinunciare alle conquiste del femminismo, ma a ripensarle nel contesto unitario della persona umana. Si tratta allora di rinunciare sia al “modello virile” (contestato da Umberto Galimberti), sia alla “ipotesi del transumanesimo” (sostenuto da Rosi Braidotti), sia al “narcisismo di genere” (denunciato da Paolo Ercolani), per muovere in direzione di una “impostazione personocentrica”, che risponda alla duplice esigenza: del rispetto di tutti e di ciascuno; allora il riconoscimento delle “differenze” (diversità di generi e di generazioni, diversità, etniche ed etiche, cultuali e culturali) è la condizione per guadagnare una unità articolata.
Infatti, lungo il ‘900, si è scardinata una situazione decisamente ingiusta nei confronti delle donne, ma non si è nel contempo operato (né da parte degli uomini né da parte delle donne) in modo che tali modificazioni fossero collocate in un quadro d’insieme da affrontare in modo sistemico, in modo tale da tenere conto di entrambi i soggetti chiamati a rivedere la loro identità e la loro relazione. Invece è stata seguita una logica, per così dire, “insulare” da ciascuna delle due parti, per cui ci si è limitati per un verso alla rivendicazione per abbattere l’ancien régime maschilista, e per altro verso al contenimento delle varie “ondate” per salvaguardare (pur con qualche modificazione) lo status quo.
Tra natura e cultura
In ogni caso si è ben lontani dall’ipotizzare un nouvel regime personalista, ossia incentrato sulla persona per elaborare insieme un umanesimo non androcentrico né ginococentrico, bensì personocentrico, cioè secondo una logica che ponga al centro la “persona” e, guardando a questa, s’impegni a costruire una “casa comune” che uomini e donne possono abitare in modo inedito con soddisfazione di entrambi. Così non è stato: è prevalsa una impostazione di opposizione: con le donne impegnate a cambiare la situazione, e con gli uomini impegnati a conservare l’impianto tradizionale: la possibilità di intendersi non c’è stata, in quanto - tra l’altro - i paradigmi di riferimento erano posti come alternativi, appellandosi il femminismo alla “cultura”, e il maschilismo alla “natura”.
In realtà, la consapevolezza che si deve fare strada è che i due termini non vanno disgiunti, bensì tenuti insieme; infatti, la persona umana risente tanto della natura quanto della cultura, per cui né questa né quella possono essere liquidate come inessenziali. Dunque, la separazione tra natura e cultura (anzi, la loro opposizione, il carattere alternativo loro attribuito) ha finito per produrre equivoci e fraintendimenti, radicalizzando la posizione “pro natura” o quella “pro cultura”, e magari leggendo la prima in termini fissisti e la seconda in termini relativistici, laddove entrambe, invece, vanno intese in senso dinamico evolutivo e reciprocamente influente. E’ con questo spirito che occorre ripensare la condizione di uomini e di donne, ma non in termini astratti, più o meno metafisici o essenzialistici, bensì in modo concreto, funzionale.
Per andare in questa direzione, occorre tenere presente tutta una serie di fenomeni, a partire dalla presenza sempre più diffusa delle donne nei vari campi della conoscenza e della società, pur in condizione che risulta svantaggiatarispetto agli uomini, e la difficoltà delle donne di oggi di vivere una identità molto composita, che si potrebbe sintetizzare con la metafora delle borse, per dire che le donne portano contemporaneamente la “borsa da passeggio”, la “borsa dell’ufficio” e la “borsa della spesa”.
Il problema pertanto sembra essere quello di andare oltre il femminismo, dopo averlo attraversato, riconoscendone il valore storico, ma rilevando nel contempo il rischio di una sua chiusura. Da qui la necessità di fuoriuscire da un femminismo all’insegna della separazione e della separatezza, cioè come “cosa di donne” e “per le donne” che, nell’impegnarsi a favore delle donne, non ha tenuto conto che certe conquiste avrebbero determinato modificazioni non solo sulle donne, ma anche sugli uomini e sui loro rapporti con le donne: proprio su questo versante è mancata una specifica riflessione.
Il fatto è che il femminismo - nei suoi diversi momenti di rivendicazione e di protesta, di attacco e contrattacco, di denuncia e di orgoglio - è stato pur sempre all’insegna di una lotta quasi esclusivamente femminile e all’insegna del separatismo nei confronti dell’uomo (del maschio), e ciò non ha permesso confronti, ma solo scontri, per cui le donne legittimamente puntavano a cambiare la loro condizione contrassegnata da ineguaglianza e ingiustizia, da illibertà e inequità, e gli uomini puntavano a conservare privilegicontrabbandati come diritti, magari ammantandoli pure come doveri, cui non potevano sottrarsi.
5. Un’alleanza antropologica
Per tutto questo Umberto Galimberti ha affermato che “non è sufficiente che le donne entrino nella storia spinte solo dall’ostinata rivendicazione di ciò di cui finora la storia le ha private. E’ necessario un passo in più. E a compierlo devono essere insieme uomini e donne. Il loro cammino deve prendere le mosse da una rinuncia, la rinuncia ad assumere l’identità virile come specchio e modello di ogni altra identità. Si tratta infatti di una identità che gli uomini devono smettere di rivendicare e le donne di imitare. Nel gioco della ”impotenza”, soprattutto se la “potenza” è più storico-ideologica che reale, c’è maggior possibilità di dialogo, più traccia di verità”.
Da qui una auspicabile alleanza tra donne e uomini; a questo è necessario arrivare, se si vuole mettere a frutto i “guadagni storici” del femminismo, evitandone le “verità impazzite”, e soprattutto se si vuole avviare una inedita opera di revisione delle identità, funzioni e peculiarità femminili e maschili. Si tratta di un’opera che può essere gestita proficuamente solo se uomini e donne realizzano una alleanza etica che li impegni in un progetto tale da far superare il monismo del modello antropologico (identificato con quello maschile) ovvero il dualismo dei modelli antropologici (femminile vs maschile).
Il problema infatti non è semplicemente “essere uomo” e “essere donna” (l’uno contro l’altra armati), ma - vi ha richiamato Nadia Fusini - su “come essere donne” e “come essere uomini”, e su “come essere quella donna che si è” e “come essere quell’uomo che si è”: hic et nunc. Da qui la necessità di partire da una categoria - quella di fratellanza - che ha trovato applicazione in senso universale e particolare, in senso patriottico e religioso, ma non (ed è paradossale) tra uomini e donne: proprio la categoria di fratellanza reclama di coniugare insieme uguaglianza e diversità, parità e specificità.
Dunque, per superare la chiusura degli uomini e la separatezza delle donne, appare necessaria una inedita alleanza antropologica tra uomini e donne, finalizzata a far fronte a due crisi di identità che sono in corso e che sono diversamente connotate: la “complessificazione” di quella femminile (l’immagine della triplice borsa) e la “fragilizzazione” di quella maschile (nelle diverse situazioni: maritali e paterne). Infatti, l’odierna identità complessa delle donne rischia di creare loro problemi di gestione individuale e relazionale, e l’odierna identità confusa degli uomini rischia di creare inedite forme di violenza nei confronti delle donne e di se stessi. Insomma, negli uomini e nelle donne la loro identità ha un carattere tutt’altro che lineare, quando non è addirittura contraddittorio, conseguente al fatto che le modificazioni avvenute si sono “aggiunte” alla precedente condizione senza tenere conto della necessità di ripensarla alla luce delle sopraggiunte innovazioni.
Forse la categoria, che permetterebbe di impostare correttamente il rapporto uomo-donna, potrebbe essere quella di “somiglianza”, per dire identità diverse e tuttavia paritarie. Il richiamo alla Bibbia è scontato: Dio creò la donna, per dare a Adamo un aiuto simile a lui. In Genesi, cioè, troviamo le categorie di “somiglianza”, che non dice semplicemente “eguaglianza” ma salvaguarda la “differenza”, e di “aiuto”, che dice la non autosufficienza dell’uomo e il suo bisogno di completarsi con la donna per cui uomo e donna sono esseri “simili” (diversità nella eguaglianza), chiamati proprio per questo ad aiutarsi vicendevolmente (riconoscimento nella reciprocità).
Dunque, andare oltre l’uguaglianza e oltre la differenza, nel senso che queste due categorie (che dal punto di vista storico hanno segnato rispettivamente il primo e il secondo femminismo) non devono essere abbandonate, ma devono essere assunte come istanze indisgiungibili, che vanno integrate in un nuovo stile relazionale di tipo solidale fra uomo e donna. C’è dunque bisogno di un nuovo stile paritetico e simpatetico, che permetta di superare la odierna crisi identitaria dei maschi che produce in loro un disagio, che non sanno affrontare, per cui le loro compagne sono spesso fatte oggetto di violenza per l’autonomia comportamentale che esse legittimamente intendono esercitare e alla quale l’uomo deve essere educato, in modo che alla “identità maschilista” si sostituisca una “identità maschile” che con la “identità femminile” si riconosca nella comune “identità umana”, cioè di persone.
Ci sembra, questa, la condizione necessaria, seppure non sufficiente, per superare il fenomeno denominato con una serie di neologismi: femminicidio (Barbara Spinelli), femmicidio (Cristina Karadole), ginocidio (Daniela Danna),ecc., ma quello entrato nell’uso è “femminicidio”, per cui alla violenza maschile di ieri esercitata per un eccesso di identità maschile (maschilismo o machismo) si è passati alla violenza maschile di oggi esercitata per difetto di identità maschile.
Si tratta di una situazione aggravata da tutta una serie di res novae, tra cui due giocano un ruolo fondamentale. Anzitutto, la novità delle tipologie familiari, nelle quali l’uomo sempre meno comprende quale sia il suo ruolo, per cui le nuove figure maritali (il marito sempre “ragazzo”) e paterne (il padre diventato “mammo”) incidono ulteriormente sulla crisi dei maschi. Inoltre, la dibattuta questione relativa a genere e sesso e alle preferenze sessuali, che il “politicamente corretto” chiede di non sindacare, aggiunge ulteriori motivi di difficoltà nella definizione delle identità personali e della loro traduzione in modalità relazionali.
E’ in questo quadro che vanno collocate le nuove forme di violenza degli uomini (contro le donne e contro se stessi), e bisognerà intervenire perché non si ripetano, e farlo contestualizzandole al nuovo quadro socio-culturale, in quanto è su questo che bisogna operare in termini culturali e educazionali, non meno che politici e religiosi, etici e giuridici. Forse allora si può ipotizzare che, se il femminismo ha permesso di superare (con nuove legislazioni e nuova mentalità) le tradizionali forme di violenza del maschio (“padre, padrone e padreterno”), il postfemminismo potrà permettere (impegnando uomini e donne insieme) a superare le nuove forme di violenza del maschio in crisi di identitaria come uomo, come compagno, come marito, come padre, perché una tale debolezza identitaria può tradursi nella violenza nei confronti delle donne e di se stessi.
Valori e virtù
Di fronte alla odierna situazione, c’è chi, perpetuando un certo femminismo di rivalsa adotta la logica del tanto peggio tanto meglio, per dire che gli uomini hanno oggi quello che si meritano, e se oggi soffrono, soffrano pure: sempre poco in confronto a quanto per millenni hanno fatto soffrire le donne. Il fatto è che una tale posizione non è valida in sé, giacché la rivalsa non paga, e non è valida per le conseguenze che sovente porta con sé, cioè il femminicidio. Questo in particolare è un fenomeno la cui consistenza quantitativa è elevata, tanto che (come è stato rilevato) ne uccide più della mafia. La tragicità di recenti fatti di violenza contro le donne acuisce la necessità di intervenire in modo culturale e istituzionale, sul piano individuale e sociale, da un punto di vista legislativo ed etico, educativo e rieducativo.
Tutto ciò richiede che libertà ed eguaglianza siano percepite come valori che valgono per tutti: tanto per gli uomini, quanto per le donne, e in modo paritetico; uomini e donne sono chiamati a operare concordemente per la realizzazione di questi valori, superando la logica che chiude la donna e l’uomo in se stessi: questa concezione “atomistica” o “monadica” della donna e dell’uomo finisce per isolare il senso di certe conquiste femminili e per produrre delle vere e proprie patologie maschili che si traducono in comportamenti abnormi. Occorre pertanto che la donna e l’uomo si aprano a una nuova mentalità che permetta soprattutto all’uomo di pensare e di agire in modo adulto, “aiutato” in questo dalla società in generale e dalla donna in particolare secondo inedite modalità relazionali.
Si può allora dire che il primo obiettivo è quello di “ripensare” il quadro nel suo insieme: in riferimento tanto alla donna quanto all’uomo, e in riferimento al loro rapporto, che va posto all’insegna della paritaria appartenenza alla specie umana e al paritario esercizio della valenza umana. Quando si giunge al femminicidio, c’è nell’uomo adulto una regressione “atavica” o “infantile”, nel senso che si reagisce negando autonomia alla donna, considerata “cosa” di cui l’uomo può liberamente disporre, “giocattolo” da rompere se non si riesce a disporne a proprio piacimento.
Si tratta di un lavoro terapeutico e rieducativo da operare nei confronti dei maschi adulti e di un lavoro educativo e culturale da operare nei confronti dei maschi in età evolutiva. Sotto entrambi i profili la famiglia e la scuola possono svolgere un ruolo rilevante attraverso un modus vivendi e un modus cogitandiispirati alla consapevolezza sociale e sentimentale, tale da abituare a rispettaretutti e a non discriminare alcuno, e ad affrontare le situazioni della vita, distinguendo tra fortezza d’animo e forza della violenza. C’è pertanto bisogno di una educazione morale incentrata (come è stato suggerito da una filosofa quale Laura Boella) sul coraggio e sulla immaginazione, e questa non è meno importante di quello, anzi lo rende possibile.
Possono aiutare a andare in questa direzione l’esercizio di alcune virtù come la fiducia (nel senso di fidarsi reciprocamente), l’umiltà (nel senso di essere disponibili a rivedere le proprie posizioni faticosamente conquistate o tradizionalmente ricevute), la mitezza (nel senso di affrontare le questioni con spirito di intesa). Sono, queste, alcune “virtù deboli, ma che non sono dei deboli”, direbbe papa Francesco. E con lui si potrebbero richiamare categorie come quelle di prossimità e misericordia, a cui solo recentemente si va prestando crescente attenzione: sono categorie che non hanno solo un valore religioso ma anche laico, e possono favorire un ethos all’insegna della operosità patica ed empatica, donativa e collaborativa.
Quelle e altre virtù simili potrebbero innovare il rapporto tra donne e uomini impegnandoli a superare da parte dei maschi i loro pregiudizi contro le donne, e ad esercitare da parte delle donne la loro nuova condizione in termini di condivisione. Ciò significa che la emancipazione, liberazione o promozione (che dir si voglia) delle donne deve proseguire, ma non più contro il maschio, bensì insieme con lui, avendo chiaro che le novità della condizione femminile portano con sé inevitabilmente novità nella condizione maschile: impegnarsi nelle prime non deve portare a ignorare le seconde.
Un pregiudizio da sradicare
Siamo d’accordo con Paolo Ercolani, il quale (nel suo recente volume Contro le donne: storia e critica del più antico pregiudizio) ritiene che il primo passo da compiere sia quello di combattere la misoginia, “il più antico pregiudizio della storia umana”. La lotta al pregiudizio contro le donne “significa in qualche modo impegnarsi anche per debellare la secolare vergogna della violenza psicologica, fisica e sessuale contro le donne”. Tanto più che esso si è insinuato in una parte del femminismo, quella impegnata a “lavorare per la costruzione di un soggetto umano asessuato, al di là delle categorie di maschile e femminile”. Invece, secondo Ercolani, “una soluzione post o anti umana, per una questione radicalmente umana qual è il pregiudizio” contro le donne “non può rappresentare una via da percorrere”.
Dunque, non è “tramite il superamento delle stesse identità sessuali, quindi attraverso la negazione e l’annullamento di quella differenza e specificità”, ma con la “riconosciuta piena dignità e possibilità di esprimere un valore ‘altro’ e indispensabile alla completezza del genere umano”. Pertanto questo Autore non esita ad affermare che “il superamento del pregiudizio contro le donne rappresenta il compito fondamentale che oggi si pone di fronte al genere umano”; e l’eliminazione di (tale) fardello che grava fin dalle origini su più della metà del genere umano, si presenta a noi come la vera sfida del XXI secolo” (insieme con la “individuazione di un nuovo modello di economa politica” e con “il ripensamento di uno sviluppo ecosostenibile”).
Si tratta, allora, “prima ancora di dividerci in uomini e donne”, di “riconoscerci tutti, in quanto esseri umani (universali) e individui (irriducibili)” come esseri che condividono “una condizione esistenziale di incertezza e tormento, tali da suggerire la comunione delle menti e delle forze, laddove possibile, piuttosto che il conflitto sterile e autodistruttivo”. Dunque, occorre “fare i conti fino in fondo con il pregiudizio contro la donna, per provare finalmente a lasciarselo alle spalle, significa non soltanto liberare metà del genere umano da un fardello vergognoso e miserabile, ma permettere anche all’altra metà di acquisire una maggiore consapevolezza di cosa vuol dire abitare questo mondo e questa nostra umana esistenza”.
Tutto ciò (ecco il punto che con Ercolani riteniamo fondamentale) comporta filosoficamente la necessità di elaborare “una nuova teoria della soggettività umana che possa agevolare il superamento di contrapposizioni e pregiudizi sessuali”. Per questo riteniamo che la misoginia per un verso, e il femminismo per l’altro vadano visti come aspetti della questione antropologica. Solo nell’orizzonte dell’antropologia l’essere contro la donna rivela tutta la sua negatività, così come l’essere a favore della donna rivela tutta la sua positività, diversamente si cade nel folcloristico della misoginia ovvero nel rivendicazionismo del femminismo.
La posta in gioco è ben più alta: occorre puntare a “una teoria dell’umano: oltre il narcisismo di genere”, per usare la efficace espressione che Ercolani mette a titolo dell’ultimo capitolo del suo libro, finalizzato a “comprendere la differenza tra l’identità maschile e quella femminile, per poi elaborare una teoria della soggettività umana che le contenga entrambe in termini di assoluta parità e dignità”.
Così, “tenere fermo e valorizzare il contributo irriducibile che le donne, con le loro caratteristiche differenti rispetto all’uomo, possono fornire al consesso umano, si rivela come un obiettivo primario che dobbiamo inserire all’interno di un più ampio progetto di neo-umanesimo, cioè di resistenza rispetto alla spinta fortissima di istanze (il mercato, la tecnica, certi assolutismi religiosi, un determinato femminismo post-modernista) che lavorano di fatto per la costruzione di un mondo post-umano”.
Nell’ottica di questo neo-umanesimo appaiono inadeguate e incomplete tanto la teoria della “uguaglianza formale” fra uomo e donna, quanto la teoria della “differenza esclusiva” della donna; da qui l’ipotesi di Ercolani di una logica fondata sulla “in-differenza inclusiva”, per dire il fondamento comune che lega uomini e donne e la differenza che li specifica nel modo di sentire, pensare e agire.
8. Un’ambivalenza da considerare
Da quanto detto dovrebbe risultare evidente che il superamento della misoginiareclama certamente la denuncia di questo pregiudizio, della sua insostenibilità, ed è operazione che Ercolani fa in modo accattivante e documentato nel citato libro che meritatamente sta avendo un notevole successo editoriale. E, tuttavia, si vorrebbe osservare che la storia delle donne non è contrassegnata solo dal disprezzo nei loro confronti ma anche da apprezzamento, non solo da derisione ma anche da valorizzazione, non solo da misconoscimento ma anche da riconoscimento, e delle due linee è importante che la seconda (seppur minoritaria) sia ricordata, non per dimenticare la prima (indubbiamente più diffusa), ma per evidenziare che c’è una ambivalenza di atteggiamento nei riguardi della donna.
Si può acconsentire che la misoginia sia stata prevalente, ma questo non consente che non si faccia riferimento anche alla considerazione positiva delle donne che pure c’è stata sotto forme diverse in ogni epoca. E’ bene ricordarlo, perché se si vuole superare la misoginia, può tornare utile muovere proprio da impostazioni che si sono sottratte alla misoginia o che l’hanno combattuta: sono impostazioni che, pur minoritarie, ci sono state, e hanno anticipato, pur con toni diversi e magari senza successo, il pensiero femminista e femminile, i movimenti femministi e femminili, per cui si può evidenziare la necessità di scegliere se andare in una direzione (femminista) piuttosto che in un’altra (antifemminista); una responsabilità che le persone e le istituzioni sono chiamate ad assumersi.
Occorre, quindi, prendere coscienza che il giudizio monoliticamente negativo come anche quello all’insegna dell’ambivalenza hanno fatto il loro tempo: e, per prendere le distanze da essi, torna necessario conoscerli come fenomeni storici e teoretici. E se la valutazione negativa sembra ormai appartenere ad altri tempi, la posizione in cui il positivo e il negativo convivono è a tutt’oggi presente, e bisognerà con questa misurarsi per non continuare a ferire la dignità della donna e l’unità del genere umano, come ebbe a dire Giovanni Paolo II nel Giubileo del Duemila.
Emblematico della “ambivalenza” verso la donna è stato proprio l’atteggiamento della Chiesa cattolica: ricordarlo può servire a immunizzare da questa impostazione, che si muove su un duplice binario: basti pensare a due figure come Eva e Maria; un’ambivalenza che nel tempo si è sviluppata, per un verso, attraverso la misoginia fino alla caccia alle streghe e, per altro verso, mediante il culto mariano fino alla credenza in ripetute apparizioni della Madonna. Dunque, ambivalente la posizione nei confronti della donna: madre peccatrice dell’umanità (“maledetta Eva”) e madre immacolata del Redentore (“benedetta Maria”). L’ambivalenza può essere semplificata ulteriormente attraverso i quattro Vangeli canonici, in cui Gesù rivoluziona l’atteggiamento nei confronti delle donne, e attraverso il Vangelo di Tommaso (considerato apocrifo) dove è scritto che Simone Pietro, rivolgendosi ai discepoli che chiedevano informazioni sulla venuta del Regno di Dio, diceva: “Maria si allontani di mezzo a noi, perché le donne non sono degne della Vita”.
Tale ambivalenza è presente anche in san Paolo, il quale nella Lettera ai Galati(3, 28) afferma perentoriamente: “non c’è Giudeo né Greco, né uomo né donna, né schiavo né libero, ma tutti siete Uno in Cristo Gesù”, ma lo stesso Paolo (nella 1 Lettera ai Corinzi 14, 35) con altrettanta decisione sostiene: “come in tutte le comunità dei fedeli, le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la Legge” (14, 34) e aggiunge: “se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea”. Nella stessa lettera aveva precisato che “l'uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell'uomo. E infatti non l'uomo deriva dalla donna, ma la donna dall'uomo; né l'uomo fu creato per la donna, ma la donna per l'uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza” (11,7).
L’atteggiamento di san Paolo - che si può sintetizzare con le parole della I Lettera a Timoteo (2, 12), in cui sostiene: “la donna impari in silenzio, in piena sottomissione” - torna nei Padri della Chiesa: da Clemente Alessandrino a Tertulliano, da Origene a sant’Ambrogio, da sant’Agostino a san Gerolamo, da Oddone da Cluny a san Tommaso d’Aquino.
Ma veniamo a tempi più recenti, e l’ambivalenza si può esemplificare in due papi: Pio IX e Giovanni XXIII, e in due Concili: il Vaticano I e il Vaticano II. Solo a partire da quest’ultimo si è determinata una vera e propria svolta verso una considerazione sempre più positiva nei confronti della donna: infatti si assisterà tanto a una rinnovata attenzione del magistero pontificio per le donne, quanto a un inedito impegno delle donne filosofe e teologhe.
Così Paolo VI firma il Messaggio alle donne dei Padri conciliari (1965); Giovanni Paolo II è autore dei principali documenti del rinnovamento: dalla lettera apostolica Mulieris dignitatem (1988) alla Lettera alle donne (1995), alla preghiera universale della Giornata del perdono: Confessione dei peccati che hanno ferito la dignità della donna e l’unità del genere umano (2000); Benedetto XVI, nel ventennale della Mulieris dignitatem, rivolge un discorso ai partecipanti del Convegno “Uomo e donna” (2008); infine papa Francesco intitola una sua raccolta di scritti, discorsi, omelie La Chiesa è donna (2016).
In parallelo si è sviluppato tutto un filone teologico al femminile, di cui si sono avute diverse ricostruzioni e valutazioni: così Lucetta Scaraffia, in dialogo con Giulia Galeotti, parla de La Chiesa delle donne, e Adriana Valerio in Donne e Chiesa ne fa una storia di genere, e si arriva a chiedere di andare al di là del “genio femminile”, per dirla con Benedetta Selene Zorzi nell’omonimo libro dedicato a Donne e genere nella storia della teologia cristiana; così nel volume collettaneo Donne e teologia, dove si traccia un bilancio di un secolo; o nel volume Teologhe in Europa di Marinella Perroni e Sandra Mazzolini; o nel volume curato da Maria Agnese Fortuna: Donne e teologia in Italia; così infine nel volume Teologhe in Italia, dove a cura di Sergio Tanzarella e Anna Corfora viene presentata una indagine su quella che viene efficacemente definita una tenace minoranza, che ha denunciato vistose omissioni teologiche.
Infatti si è cominciato a parlare non solo di padri della Chiesa ma anche dimadri della Chiesa (anche se non hanno dato luogo a una “matristica”, rileva Adriana Valerio); non solo di padri del Concilio ma anche di madri del Concilio (a proposito delle 23 donne “uditrici” al Vaticano II); non solo di padri del Sinodo (quello recente sulla famiglia) ma anche di madri del Sinodo(quelle poche che sono state invitate a parteciparvi, magari “dall’ultimo banco”). Ma, soprattutto, non ci sono più solo dottori della Chiesa bensì anche donne dottori della Chiesa: a partire da Paolo VI e, nel giro di pochi anni, ne sono state proclamate 4 (Ildegarda di Bingen, Caterina da Siena, Teresa d’Avila e Teresa di Lisieux), che si aggiungono ai 32 dottori uomini.
Dunque, quella delle teologhe è minoranza certo, ma tenace, e addirittura portatrice di un nuovi paradigmi. Ed è impostazione che, prima ancora, sono rinvenibili nelle tante filosofe (femministe e femminili) che caratterizzano il ‘900. Pur nella loro diversità, sono tutte accomunate da una linea di tendenza: il superamento del paradigma androcentrico. In alternativa si configurano paradigmi femministi e femminili, paradigmi laici e religiosi, paradigmi escludenti e includenti, paradigmi della eguaglianza e della differenza, paradigmi dell’assimilazione e delle differenze.
La semplice elencazione di alcuni dei paradigmi che animano il pensiero delle donne tanto filosofe quanto teologhe dà una idea del variegato panorama di tale pensiero: della sua ricchezza e della sua complessità nella sua articolazione diacronica e sincronica, che rende sempre più evidente la insostenibilità della inferiorità della donna e della sua soggezione: concezioni che appaiono oggi del tutto risibili da un punto di vista teorico o teoretico, ma che nascostamente continuano ad alimentare comportamenti e atteggiamenti maschilisti: solo estirpando quel pregiudizio sarà possibile tagliare le unghie al gatto della violenza dell’uomo sulla donna.
9. Senza concludere
Vorrei terminare (ma senza concludere) richiamando la necessità di fuoriuscire da una logica che vede le donne monopolizzare la questione femminile: ciò dà luogo a quella che Paolo Ercolani definisce una “etica della riserva indiana” vale a dire, per usare le parole della filosofa americana Martha Nussbaum, “la tendenza a ritenere che soltanto chi appartiene a un gruppo particolarmente oppresso possa scrivere e forse anche leggere correttamente le esperienze di quel gruppo”.
Siamo invece convinti che la questione femminile è questione antropologica e, quindi non riguarda solo la donna e non coinvolge solo le donne; questo è accaduto in passato ed è servito a porre in termini di rottura la questione della donna. Perpetuare oggi quell’atteggiamento significa sottrarlo alla sua effettiva portata: sia perché le conseguenze del femminismo riguardano non solo la condizione femminile ma pure quella maschile, sia perché è tempo ormai di responsabilizzare alla questione anche gli uomini a partire dai pensatori, sia perché risulta ormai opportuno che la riflessione delle donne sia messa a confronto con il pensiero generale e non solo con quello femminile e femminista.
Con questa finalità, torna utile ricordare le conquiste del movimento femminista e l’apprezzamento riscosso dalle filosofe del ‘900, per avviare una riflessione che permetta di ripensare tanto la condizione femminile quanto la condizione maschile, andando al di là degli stereotipi tradizionali e aprendo a una visione incentrata sulla “persona” e volta alla sua realizzazione attraverso una “alleanza” inedita tra uomo e donna: il che reclama una “cultura della collaborazione” per superare la nuova complessità antropologica, conseguente a inedite forme di fragilità e disagio, nonché reiterate forme di violenza di genere. Per tutto ciò l’antropologia non può non essere chiamata in causa, e da molteplici punti di vista, se si vuole inaugurare un ethos umanistico e umanizzante: tutto ciò richiede una “nuova cultura” (Bianca Gelli).
In tale prospettiva, suona di particolare attualità l’auspicio di Victoria Ocampo, la quale ebbe a sostenere: “nascerà un’unione, tra l’uomo e la donna, molto più vera, molto più forte, molto più degna di rispetto. L’unione magnifica di due esseri uguali che si arricchiscono reciprocamente poiché possiedono ricchezze distinte”. E’, questo, il nuovo traguardo, cui guardare, per cercare di superare vecchie e nuove forme di violenza contro le donne a partire dal pregiudizio sulla loro inferiorità nei confronti dell’uomo. Violenza e pregiudizio vanno combattuti, ponendo fine alle valutazioni negative o ambivalenti che hanno da sempre caratterizzato la storia delle donne: è ormai tempo di assumere nei loro confronti un atteggiamento univoco: di riconoscimento e di rispetto. Non devono esserci alternative a questo imperativo.

Bibliografia

Sulla misoginia: Paolo Ercolani, Contro le donne. Storia e critica del più antico pregiudizio, Marsilio, Venezia 2016; Eraldo Giulianelli, Maledetta Eva. 30 secoli di misoginia religiosa, Tempesta, Roma 2016; Filippo Maria Battaglia, Stai zitta e va’ in cucina. Breve storia del maschilismo in politica da Togliatti a Grillo, Bollati Boringhieri, Torino 2015; Giovanna Nuvoletti, Piccolo manuale di misoginia, Corriere della sera, Milano 2014; Michela Marzano, Sii bella e stai zitta. Perché l’Italia di oggi offende le donne, Mondadori, Milano 2012; Bianca Gelli, Psicologia della differenza di genere. Soggettività femminili tra vecchi pregiudizi e nuova cultura, Angeli, Milano 2009; Paolo Orvieto, L’inferiorità della donna nel pensiero moderno, Salerno, Roma 2002; Jean-Marie Aubert, La donna. Antifemminismo e cristianesimo, Cittadella, Assisi 1976; Aa. Vv., Crisi dell’antifemminismo, Mondadori, Milano 1973.

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Sul femminismo e postfemminismo: Chinamanda N. Adichie, Dovremmo essere tutti femministi, Einaudi, Torino 2015; Manifesto per un nuovo femminismo, a c. di Maria Grazia Turri, Mumesis, Milano 2013; Hanna Rosi, La fine del maschio e l’ascesa delle donne, Cavallo di Ferro, 2013; Valeria Ottonelli, La libertà delle donne. Contro il femminismo moralista, Il Melangolo, Genova 2012; Brigitte Gresy, Breve trattato sul sessismo ordinario. La discriminazione delle donne oggi, Castelvecchi, Roma 2009; Claudia Mancina, Oltre il femminismo. Le donne nella società pluralista, Il Mulino, Bologna 2002.

Sulle filosofe del’900: Aa. Vv., Filosofia delle donne, a c. di Nicla Vassallo e Pieranna Garavaso, Laterza, Roma-Bari 2007; Aa. Vv., La sentinella di Seir. Intellettuali nel ‘900, a c. di Paola Ricci Sindona, Studium, Roma 2004; Adriana Cavarero - Franco Restaino, Le filosofie femministe, B. Mondadori, Milano 2002; Maria Camilla Briganti, Amo dunque sono. L’esperienza femminile tra filosofia e testimonianza, Angeli, Milano 2002; Aa. Vv., Filosofia, ritratti. Corrispondenze, a c. di Francesca de Vecchi, Tre Lune, Mantova 2001; Chiara Zamboni, La filosofia donna, Demetra, Verona 1997; Laura Boella, Cuori pensanti, Tre Lune, Mantova 1998; Aa. Vv., Filosofia, donne, filosofie, atti del convegno internazionale (1992), a cura di Marisa Forcina et al., Milella, Lecce 1994.

Sulle teologhe del ‘900: Teologhe in Italia. Indagine su una tenace minoranza, a cura di Sergio Tanzarella e Anna Corfora, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2010; Cettina Militello, Volti e storie. Donne e teologia in Italia, a cura di Maria Agnese Fortuna, Effatà, Cantalupa 2009; Marinella Perroni e Sandra Mazzolini, Teologhe: in quale Europa?, Effatà, Cantalupa 2008; Aa. Vv., Donne e teologia. Bilancio di un secolo, a cura di Cettina Militello, EDB, Bologna 2004.

Su filosofia e violenza si vedano: Aa. Vv., Le potenze del filosofare. Logos, tèchne, polemos, a c. di Laura Sanò, Il Poligrafo, Padova 2007; Giusi Strummiello, Il logos violato. La violenza in filosofia, Dedalo, Bari 2001.

Sulle filosofe e la violenza: Laura Sanò, Donne e violenza. Filosofia e guerra nel pensiero del ‘900, postfaz. di Bruna Giacomini, Mimesis, Milano 2012; Valeria Andò, Non violenza e pensiero femminile. Un dialogo da iniziare, “Senecio”, a c. di Emilio Piccolo e Letizia Lanza, Napoli 2007; Sara Ruddick, Il pensiero materno. Pacifismo, antimilitarismo, nonviolenza: il pensiero della differenza per una nuova politica, Red. Como 1993; Aa. Vv., La nonviolenza delle donne, a c. di Giovanna Providenti, “Quaderni Satyagraha” n. 1.

Sulle donne e il cristianesimo: La donna nel cristianesimo, a cura di Dea Moscarda, Gabrielli, San Pietro in Cariano 2014; Donna e cristianesimo: ai piedi dell’uomo, “Micromega on line”, 16/9/2014.

Sulle donne e la chiesa: Adriana Valerio, Donne e Chiesa. Una storia di genere, Carocci, Roma 2016; Karl E. Bozzesen, Le madri della Chiesa. Il Medioevo. Risposta matristica alla tradizionale cultura patriarcale, D’Auria, Napoli 1993; Lucetta Scaraffia, in dialogo con Giulia Galeotti, La Chiesa delle donne, Città Nuova, Roma 2015; Benedetta Zorzi, Al di là del “genio femminile”. Donne e genere nella storia della teologia cristiana, Carocci, Roma 2014; Armando Matteo, La fuga delle quarantenni. Il difficile rapporto delle donne con la Chiesa, Rubbettino, Soveria Mannelli 2012; Cettina Militello et al., Paolo e le donne, Cittadella, Assisi 2006.

Sul magistero pontificio sulle donne a partire dal Concilio Vaticano II: Paolo VI, Messaggio alle donne, 1965; Paolo Bonetti, Paolo VI e le donne e altri temi montiniani, Vivere in, Roma 2009; Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, lettera enciclica, 1997; La dignità della donna. Scritti di Giovanni Paolo II sulla questione femminile, a cura di Maria Michela Nicolais, postfaz. di Angela Ales Bello, Lavoro, Roma 1998; Lettera alle donne, 1995; Confessione dei peccati che hanno ferito la dignità della donna e l’unità del genere umano, preghiera universale per la Giornata del perdono, 2000; Maria Antonietta Macciocchi, Le donne secondo Wojtyla. Ventinove chiavi di lettura della “Mulieris dignitatem”, Mondadori, Milano 1992; Lidia Menapace, Il papa chiede perdono. Le donne glielo accorderanno?, Il Dito e la Luna, Milano 2000; Femminismo cristiano e cultura della persona. La donna nell’insegnamento di Giovanni Paolo II, Cantagalli, Siena 2012; Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti del convegno “Donna e uomo”,2008; Papa Francesco, La Chiesa è donna. Scritti, discorsi, omelie, EDB, Bologna 2016; Lucetta Scaraffia – Giulia Galeotti, Papa Francesco e le donne, Il sole 24 ore, Milano 2014.

Sulle donne e alcune questioni ecclesiali: Adriana Valerio, Madri del Conciio. Ventitrè donne al Vaticano II, Carocci, Roma 2012; Marinella Perroni e Hervé Lagrand, Avendo qualcosa da dire. Teologhe e teologi rileggono il Vaticano II, Paoline, Milano 2014; Cettina Militello, Il sogno del Concilio, EDB, Bologna 2010; Lucetta Scaraffia, Dall’ultimo banco. La Chiesa, le donne e il Sinodo, prefaz. di Corrado Augias, Marsilio, Venezia 2016; Simona Segoloni Ruta, Tutta colpa del Vangelo. Se i cristiani si scoprono femministi, Cittadella, Assisi; Cloe Taddei Ferretti, Anche i cagnolini. L’ordinazione delle donne nella Chiesa Cattolica, Gabrielli, San Pietro in Cariano 2014.

Sulle donne e il futuro: Aldo Cazzullo, Le donne erediteranno la terra. Il nostro sarà il secolo del sorpasso, Mondadori, Milano 2016; Paola Diana, La salvezza del mondo. Donne: fattore di cambiamento del XXI secolo, Castelvecchi, Roma 2016; Myrta Merlino, Madri. Perché saranno loro a cambiare il nostro Paese, Rizzoli, Milano 2016; Laura Boella, Il coraggio dell’etica. Per una nuova immaginazione morale, R. Cortina, Milano 2012; Martha Nussbaum Coltivare l’umanità, Carocci, Roma 1997.

Fonte: MicroMega online - Il Rasoio di Occam

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