La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 10 dicembre 2016

La crisi degli scambi globali

di I Diavoli
Pochi dubitano che la reazione contro la globalizzazione sia entrata nella sua fase più acuta, manifestandosi direttamente nelle urne, dove ormai si confrontano due diverse visioni del mondo. Ai nuovi nazionalisti, che abitano nelle zone laterali della società, si oppongono i teorici della cosiddetta globalizzazione 2.0, ossia di una globalizzazione riveduta e corretta al meglio, che abitano negli organismi internazionali e in un certo ceto intellettuale che vive al centro della società.
La narrazione che oppone i primi, sedicenti espressione del popolo, ai secondi, ritenuti un mero travestimento delle élite, caratterizza il dibattito pubblico a livello globale e si sostanzia nel copione che abbiamo visto declinare in occasione della Brexit, delle elezioni Usa, del referendum italiano e che vedremo in azione per le elezioni francesi dell’aprile prossimo.
Se questo è il quadro narrativo, gli elementi che lo compongono tendono a disseminarsi in una sorta di mosaico che, per essere letto, deve essere pazientemente ricostruito. Le tessere sono sparse qua e là e bisogna raccoglierle per avere la visione d’insieme.
Un esempio molto utile ce lo fornisce l’ultimo Global Outlookdell’Ocse, la cui lettura ci pone di fronte a un evidente paradosso. Da un lato viene rivolto un appello agli stati a usare la fiscalità per fare politiche espansive, meglio se in coordinamento globale. Dall’altro si constata che da anni il commercio internazionale, cartina tornasole dell’autentica volontà che hanno gli stati di collaborare, è visto in costante rallentamento probabilmente a causa dell’incredibile aumento delle restrizioni che gli stati hanno inflitto l’uno all’altro. 


Questo paradosso ha finito con l’incarnarsi nel nuovo presidente statunitense. Trump è al contempo l’uomo politico che promette di rilanciare gli investimenti pubblici in infrastrutture, ossia ciò che l’Ocse propone, e insieme rilascia fra le sue prime dichiarazioni pubbliche la promessa di uscire dal TPP, il trattato con i paesi del Pacifico, dopo aver detto per tutta la campagna elettorale che l’accordo Nafta, stipulato con Canada e Messico, era una sciagura. Se è ancora prematuro parlare di vocazione isolazionista della nuova amministrazione Usa, sarebbe poco saggio sottovalutare i segnali. Le parole sono pietre, specie quando vengono pronunciate da uno degli uomini più potenti del mondo.
In attesa di vedere come si svilupperanno le politiche reali, è interessante partire dalle simulazioni Ocse circa la crescita potenziale che un’espansione fiscale coordinata potrebbe generare a livello globale. La situazione è illustrata in un grafico:



Come si vede, il grosso dell’aumento della crescita globale, che complessivamente pesa circa un punto in più di pil reale, si deve allo stimolo fiscale cinese e poi, dal 2017 in poi, a quello Usa, che dovrebbe esprimere il suo picco massimo l’anno dopo. Notate il contributo striminzito che arriva dall’eurozona.
Ma questo scenario deve essere letto in filigrana da quello immaginato da un altro grafico che misura l’effetto a medio termine delle restrizioni commerciali Secondo la simulazione, l’adozioni di politiche commerciali che facilitino gli scambi genera sul prodotto un effetto espansivo di oltre un punto e mezzo, mentre l’ipotesi contraria una perdita altrettanto pronunciata. E’ utile sottolineare che, sempre secondo questa simulazione, la perdita più grossa, quasi il 2%, la subirebbe un’economia avanzata che immettesse tali restrizioni, con effetti di contagio che valgono circa mezzo punto in meno di prodotto per gli altri.



Queste congetture parranno astratte, ma solo perché non si considerano gli effetti già evidenti dell’attuale processo di deglobalizzazione in corso, che si declina proprio attraverso il calo del commercio internazionale. Mi riferisco alla crisi profonda che sta vivendo l’industria dei trasporti marittimi. Ossia la spina dorsale della globalizzazione. Il crollo del commercio internazionale non provoca solo diminuzione della produzione locale, ma porta con sé anche lo sbriciolamento della catena distributiva.
Il primo risultato si è osservato il 31 agosto scorso, quando la Hanjin Shipping, gigante sud coreano al settimo posto nella classifica degli operatori della logistica, presentò la sua istanza di fallimento. La notizia alzò il velo sui tormenti di questa industria che da allora si è tutt’altro che ripresa. Lo conferma anche un recente studio prodotto dalla DB dedicato proprio alle debolezza della logistica internazionale, che ormai si trascina dal 2009, e del quale il crollo della Hanjin è stata solo la punta dell’iceberg. Basteranno pochi dati di sistema per avere contezza della situazione. Circa il 90% dei beni mondiali oggetto di scambio viene trasportato per mare. Una quantità enorme cresciuta nel corso dei decenni. Nel 2007 si contavano 400 milioni di twenty-foot-equivalent container units (TEUs), unità di misura dei cargo che conta circa 40 metri metri cubi, di merci trasportate da 4.500 navi per un totale di 18 milioni di containers e si prevedeva si sarebbe arrivati a un miliardo di TEU entro il 2020. La realtà si è mostrata molto diversa e con il fallimento dei coreani la crisi del settore della logistica ha ufficializzato il suo profondo stato di sofferenza.
C’è un altro dettaglio che merita di essere ricordato. Malgrado gli Usa siano il più grande importatore al mondo di beni e il terzo esportatore, nessuna delle principali compagnie di trasporto marittimo batte bandiera statunitense. Una classifica stilata qualche anno fa sui primi dieci gruppi riportava al primo posto la compagnia danese A.P. Moller-Maersk Group e poi a seguire le altre: Mediterranean Shipping Company (Svizzera), CMA CGM (Francia), Evergreen Marine Corporation (Taiwan), Hapag-Lloyd (Germania), China Shipping Container Lines, American President Lines (Singapore), Hanjin-Senator (Sud Korea/Germania), COSCO (China), and NYK (Japan). Come si vede, i paesi più esposti ai rovesci microeconomici della deglobalizzazione, ossia alla crisi di un settore molto importante delle loro economie, sono asiatici ed europei, in particolare tedeschi.
Gira e rigira, il commercio internazionale ci riporta in Germania. “Nel suo ruolo come economia aperta e orientata all’export – nota DB – la Germania, e il settore tedesco della logistica in particolare – continuerà a subire i disagi di questo sviluppo”. Un altro grafico, che misura la quantità di lavoratori che in qualche modo sono collegati al settore export, mostra un’altra peculiarità dell’economia tedesca.



Come si vede, il mercato del lavoro tedesco è quello che soffrirebbe di più da un raffreddarsi del commercio internazionale, al contrario di quello Usa, che è quello meno coinvolto. Insomma: La Germania, assai più degli Usa, soffre per il rallentarsi degli scambi internazionali. La deglobalizzazione, se dovesse proseguire, rischia di fare molto più male ai tedeschi che agli americani.
Se volessimo fare un parallelo con la storia, potremmo ricordare che negli anni ’30 la notevole espansione fiscale decisa da Roosevelt negli Usa per uscire dalle secche della crisi del ’29 non bastò a restituire una crescita robusta all’economia statunitense che si trascinò incerta fino allo scoppio della guerra, probabilmente anche in ragione del fatto che nel frattempo era divenuta di moda l’autarchia e il commercio internazionale era ormai ridotto ai minimi termini. Tale collasso fu favorito notevolmente dalla politiche di restrizioni che tutti gli stati adottarono, Usa in testa, e dalla crisi della Germania, che era uno dei pilastri del commercio internazionale.
Ora, se è vero che la storia non si ripete, sarebbe saggio non trascurarne gli insegnamenti, specie quando si notano alcune somiglianze, la principale delle quali è il ruolo centrale che gioca anche al giorno d’oggi la Germania negli scambi globali, e il peso specifico che tale posizione ha all’interno dell’economia tedesca.
Sarebbe ingenuo pensare che i politici decidano guardando i grafici. Però queste simulazioni Ocse permettono di dedurre una semplice evidenza. Gli Usa possono permettersi la deglobalizzazione. La Germania no. L’arrivo di Trump, da questo punto di vista, somiglia a un redde rationem. La deglobalizzazione si può guardarla come a un’arma. E il neo presidente Usa potrebbe decidere di usarla. In quel caso sarebbe puntata dritta sulla Germania.

Fonte: idiavoli.com 

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