La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 10 dicembre 2016

Chi ha perso la guerra dei dati sul Jobs Act


di Roberto Ciccarelli
Hanno perso precari, disoccupati, lavoratori poveri. Nulla è stato fatto per cambiare la loro vita. Renzi si è giocato la carriera sui dati del Jobs Act. Ha cercato di manipolarli, ma nessuno gli ha creduto al referendum del 4 dicembre. Gli sopravvive l’idea che si possa lucrare politicamente sull’occupazione considerata sinonimo della mobilità tra un contratto e l’altro. Oggi non conta avere un «lavoro», ma risultare «occupabile» all’occhio governamentale delle statistiche. Questo è il racconto di due anni di info-guerriglia sul Jobs Act.
Che cos’è il Jobs Act
L’autorottamazione di Renzi, progettata e realizzata dal fenomeno di Rignano in persona, permette di stabilire oggi chi ha perso la guerra dei dati sul Jobs Act.
Per un anno e mezzo, a partire dal 7 marzo 2015, l’uscita di ogni rapporto sull’occupazione dell’Istat, dell’Inps e del ministero del Lavoro è stata l’occasione di una propaganda sul presunto successo del Jobs Act. In particolare sul numero dei contratti a tempo indeterminato accesi per i neo-assunti con il Jobs Act. Quelli, per chiarirci, senza articolo 18, dunque licenziabili in ogni momento. O meglio licenziabili al termine degli sgravi contributivi triennali garantiti alle imprese dal governo dell’auto-rottamato.
Costo: tra gli 11 e i 18 miliardi di euro a carico del contribuente. Un’alluvione monetaria che ha formato una bolla occupazionale e ha fatto parlare di un effetto “dopante” del mercato del lavoro. Il Jobs Act ha funzionato in base alla droga degli incentivi.
“Abbiamo cercato di avvicinare le imprese ai cittadini” ha detto Renzi nel suo discorso di addio. “Avvicinare le imprese ai cittadini” è una formula involuta, fondamentalmente ipocrita, per dire: i fondi sono pubblici, i guadagni sono dei privati, i danni sono di coloro che, al termine degli incentivi, non avranno più un lavoro.
Più corretto dire: “Abbiamo dato soldi alle imprese per assumere un’estrema minoranza di precari”. E le imprese lo hanno tradito. Tagliati gli incentivi, è iniziato il crollo degli assunti. La corrispondenza è diretta, ed è stata negata – contro ogni realtà – dal governo stesso. Questa è la prima sconfitta di Renzi. Lui, semplicemente, non se ne è accorto.
Obiettivo del Jobs Act
L’obiettivo del Jobs Act non è stato quello di diminuire il numero dei contratti precari a disposizione dell’impresa, ma orientare il mercato del lavoro nella scelta di un contratto precario più conveniente per l’impresa attraverso l’uso di incentivi pubblici di natura fiscale o previdenziale che possono cambiare in base alle esigenti contingenti della domanda.
Non si è trattato di creare nuovi posti di lavoro, come ha detto la propaganda renziana che alla lunga è diventata stolida e insopportabile. Il Jobs Act ha provato – senza riuscirci – a gestire il travaso da una forma contrattuale all’altra all’interno del perimetro di un mercato del lavoro dipendente ristretto, parcellizzato, precarizzato. In un mercato del lavoro, ormai ridotto ai minimi termini (il tasso di occupazione è poco sopra il 57%, il più basso in Europa), Renzi ha dovuto dimostrare di creare occupazione in questo perimetro, ma non ha creato nuova occupazione. In termini assoluti, infatti, l’occupazione creata è inferiore al 2014 quando il Jobs Act non c’era. 
Il Jobs Act è stata un’operazione nominalistica attraverso la quale il governo di Renzi ha cercato di truccare le carte. In una crescita che non produce occupazione fissa, ha rinominato contratti a tempo indeterminato e con questo ha inteso, nella stragrande maggioranza, le trasformazioni dei vecchi contratti precari in nuovi contratti “a tutele crescenti”. Dove a crescere – questo è il paradosso padronale – sono le tutele dei datori di lavoro nel licenziamento senza giusta causa dei neo-assunti. È l’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori.
Questa abolizione ha trasformato il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato in un contratto a termine. Così il Jobs Act ha incorporato la precarietà nel contratto dominante in un ordinamento sociale e del lavoro prodotto dalla legislazione del Dopoguerra. Questa incorporazione non è avvenuta in un solo colpo, nè solo nel privato, considerata la notevole espansione del lavoro precario nell’ambito del lavoro pubblico. Il Jobs Act è stata una razionalizzazione di processi già esistenti e una loro accelerazione.
Piccoli orwelliani (non) crescono
Il governo di Renzi è stato anche un’operazione politica di cambiare – orwellianamente – il linguaggio. Con il Jobs Act abbiamo dovuto affrontare veri e propri non sense logici – che ispirano le politiche del mercato del lavoro contemporanee. Definiamo il contratto “a tutele crescenti” come un contratto stabilmente precario. Queste sono le sue caratteristiche: 
il contratto è precario ed è stabile; 
il tempo indeterminato è a tempo determinato; 
il percorso da zero a un massimo di diritti coincide con la libertà di licenziare da parte del datore di lavoro. 
Il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti è una contraddizione in termini che mira alla liquidazione del senso proprio delle parole. All’esperienza della precarietà viene negata il nome, visto che i neo-assunti non possono chiamarsi precari perché hanno un contratto a tempo indeterminato; all’esperienza del lavoro a tempo indeterminato viene negata la realtà della protezione sociale contro il licenziamento, visto che i neo-assunti sono nei fatti precari anche se non possono più definirsi tali. I tre paradossi elencati sono il prodotto di un programma: l’esperienza del lavoratore assunto a tempo indeterminato coincide con quella del lavoratore precario.
Per Renzi questo ha significato “avvicinare i cittadini alle imprese”. Presa alla lettera, questa singolare espressione ideologica coglie la realtà. I “cittadini” sono stati avvicinati così tanto alle imprese da risultare praticamente indistinguibili dalle loro esigenze. In una crisi, senza domanda, e con la precarietà dominante, l’esigenza è quella di gestire la forza lavoro come una massa di manovra rispetto ai cicli produttivi sempre più brevi, anzi puntiformi. Per il governo Renzi questo ha significato usare il precariato come una massa di manovra per cercare una legittimazione politica agli occhi delle autorità europee (Merkel, infatti, ha apprezzato).
Il No al referendum del 4 dicembre ha dimostrato che nessuno ha creduto agli orwelliani di Palazzo Chigi.
Mobilitazione totale
Il disastro politico di Renzi e del suo Pd non eliminerà – c’è da scommetterci – il modo di gestire il precariato sul mercato del lavoro. Finito Renzi, arriverà un altro zombie neoliberista che replicherà – in altri modi – le stesse politiche. Vediamole.
Nella società senza occupazione fissa [Jobless society] vige la regola della mobilitazione totale della popolazione attiva rispetto alle esigenze delle imprese o a quelle dei governi.
“Il concetto di mobilitazione totale ha ispirato sia quello di Stato totale usato da Carl Schmitt che quello di totalitarismo sviluppato da Hannah Arendt. Esso conserva un grande valore euristico nella misura in cui la mobilitazione totale ha assunto oggi la forma di un Mercato totale, nel quale ogni esistenza è convertita in risorsa quantificata e impegna tutti gli abitanti di tutte le nazioni del mondo in una guerra economica perpetua e senza tregua”. (Supiot, Alain, La gouvernance par les nombres, Cours au Collège de France (2012-2014), Fayard, Parigi 2015).
Tanto più si restringe il perimetro dell’occupazione stabile e retribuita, tanto più la mobilitazione totale degli individui si accentua in direzione dello sfruttamento di ogni aspetto della vita, indipendentemente dallo status giuridico della persona. Questa mobilitazione avviene con tutti i mezzi, legali e illegali, in tutti i settori sociali – e non solo in quelli produttivi – all’interno di rapporti con i poteri – formali e informali, privati e pubblici, criminali e semi-criminali. L’obiettivo di tale mobilitazione non è univoco perché il sistema che lo governo non è affatto unico e omogeneo.
La riforma del mercato del lavoro, o di sue singole parti, è stata una leva capace di azionare la mobilitazione. Ogni riforma comporta l’adozione di un numero cospicuo di leggi deleghe, decreti, regolamenti, circolari e comporta la mobilitazione di un enorme apparato amministrativo e burocratico che prolunga la mobilitazione in attesa di una nuova riforma-quadro. Il mercato totale esiste in funzione di una continua operazione di trasformazione delle norme e di adattamento delle strutture e dei rapporti di lavoro al processo di governance in corso.
Bêtise ai piani alti
Esiste una parola francese che descrive l’atteggiamento di Renzi – e dei renziani,– rispetto al Jobs Act, l’altare su cui è stato immolato l’ultimo biennio di Palazzo Chigi. È la bêtise: la sciocchezza che si dice pensando di essere brillanti. Bêtise è balordaggine, stupidaggine, bestialità.
L’elenco delle Bêtise, sparate su twitter da Renzi e rilanciate in un’alluvione di parole dai dichiaratori di professione del Pd, è degno dell’elenco delle idiozie stilato da Flaubert in Bouvard e Pecuchet.
Di solito la Bêtise è l’insulto che gli esperti, i dominanti, i politicanti rivolgono contro gli sprovveduti, il popolo, gli ignoranti. Nel caso del Jobs Act, la Bêtise ha rivelato una capacità di auto-suggestione dei dominanti. L’incredulità rispetto alla realtà, alla vita materiale, alla sua dolorosa e spietata razionalità di classe ha alimentato le sciocchezze sui dati, l’incapacità di leggerli, la dichiarata volontà di manipolarli da parte di chi era al governo.
Due anni passati in un’info-guerriglia contro la manipolazione dei dati sull’occupazione ha confermato che non bisogna essere indulgenti rispetto alla Bêtise enorme, colossale, diffusa dai piani alti.
La povertà non è solo economica. È quella cognitiva, linguistica, politica di chi aspira a governarci.

***Per una analisi completa del Jobs Act rimando al primo capitolo del XIV rapporto Diritti globali, da poco pubblicato da Ediesse: Jobs Act, il supermarket dei lavori (vedi qui).

Dossier







Fonte: Il manifesto 

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