La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 17 dicembre 2016

Il voto dei lavoratori americani tra leggende, realtà e prospettive

di Zosimo
Gli elettori appartenenti alla classe operaia bianca e residenti negli Stati della ”fascia della ruggine” sono stati quasi unanimemente indicati come i principali responsabili dell’elezione di Donald Trump. Quanto è corretta questa assunzione e quanto contribuisce ad un’analisi realmente marxiana del voto presidenziale negli USA e del futuro politico del paese culla dell’imperialismo? La classe operaia americana, in particolare quella che vive negli Stati della cosiddetta Rust Belt (letteralmente “fascia della ruggine”), tradizionale bacino industriale situato tra il Nord-est e i Grandi Laghi, è stata generalmente additata dalla gran parte dei media mainstream, nazionali e internazionali, come responsabile della vittoria di Donald Trump alle ultime elezioni presidenziali USA.
Dopo aver attraversato, in un paio di decenni, una pesante deindustrializzazione, con conseguente disoccupazione e precarizzazione, ulteriormente aggravati da una crisi economica, quella del 2008, tra le più pesanti della storia americana, e quindi da una sempre maggiore devastazione sociale, senza prospettive per il futuro dei propri figli, impediti di fatto nell’accesso ad un’educazione superiore, unico canale per sperare in una vita materialmente migliore, vedendo i propri fondi pensione, nei quali hanno riversato i pochi risparmi di una vita di lavoro, obbedire alle logiche del capitale finanziario che li impoverisce ancora di più, questi operai adesso devono anche assumersi il fardello di un’ulteriore involuzione autoritaria incarnata dal prossimo quadriennio presidenziale di Donald Trump.
La narrazione dominante del dibattito post-elettorale non lascia spazio ad obiezioni, neanche da parte di media e intellettuali, sia statunitensi che esteri, etichettabili come di sinistra.
Forse l’unico che ha saputo mantenere un atteggiamento più prudente e distaccato sull’argomento è stato proprio Bernie Sanders, sul cui futuro politico, suo e del suo movimento, è ancora difficile formulare previsioni, ma che sembra rivelare la consapevolezza che se fosse stato lui a correre al posto di Hillary, probabilmente una parte di quella classe operaia che ha infine voltato le spalle al Partito Democratico, lo avrebbe invece individuato come un’alternativa credibile al quale affidare il proprio voto di rabbia e disperazione.
Discettare sul populismo e sui populismi ed additare come cause la classe operaia e la stessa classe media impoverite, è una facile soluzione mediatica e politica che però nasconde in sè un brutto effetto “gattopardesco”, cioè di lasciare tutto com’è senza individuare segnali e processi che abbiamo un potenziale di cambiamento.
Ma nella realta’ dei fatti questa classe operaia degli stati della ruggine non ha avuto un comportamento elettorale compatto. Molti dati e testimonianze dimostrano il contrario: innanzitutto va fatta una distinzione etnica, escludendo quindi operai e lavoratori afro-americani o ispanici, che certamente non hanno votato per Trump, se non in misura irrilevante. Poi va considerata l’astensione, che non è stata di tanto inferiore al passato. Infine la distribuzione nel territorio, e non soltanto a livello di Stato, ma, all’interno di ciascuno Stato, l’analisi del voto ha dimostrato un voto differenziato tra grandi citta’, aree urbane e aree rurali. L’identikit dell’operaio “cattivo” elettore si complica e si delimita sempre di più. Da ricordare infine che questa è sempre stata tradizionalmente una delle aree più sindacalizzate dell’intero paese, e che, nonostante il pronunciamento di gran parte dei sindacati sia stato molto chiaro, cioè votare Hillary, il comportamento dei lavoratori sindacalizzati è risultato di difficile analisi: un voto molto differenziato che non sarebbe possibile omologare in un unico profilo.
Insomma già da queste prime analisi piu’ approfondite, e condotte spesso dagli stessi sindacati, appare chiaro che interpretare il successo “populista” di Trump identificandolo esclusivamente con il voto della classe operaia americana è un’operazione assolutamente ideologica che, adottando un metodo di analisi marxiana, dobbiamo respingere, senza per questo dover negare alcuni elementi di verità che però vanno contestualizzati in uno scenario più ampio per poter essere meglio compresi.
Il mondo sindacale si è già attivato per rimboccarsi le maniche e rilanciare la propria azione, anche su un piano politico. Esistono dei fermenti importanti nella società americana degli ultimi anni che non possono essere adesso cancellati o spazzati via solo a causa di un voto “populista” e con un’interpretazione che suona come condanna definitiva come a voler sottintendere: “avete voluto Trump e adesso prendetevene tutte le conseguenze senza lamentarvi ma anzi riconoscendo la vostra colpa”. Uno schema di pensiero assolutamente conservatore e ideologico che non può interessare chi si batte per una prospettiva politica di classe e di trasformazione sociale.
Non approfondiamo, in questa sede, la considerazione che una seria analisi del voto dovrebbe fare emergere altri aspetti ed altre componenti che hanno agito in favore di Trump, fin qui poco approfondite dai media e dagli analisti politici: ad esempio il ruolo ambiguo della finanza di Wall Street, che tutti hanno sempre dipinto come schierata compattamente per Hillary, uno scenario che invece adesso viene smentito a giudicare dall’andamento dei mercati finanziari di questo ultimo mese e dalle reazioni sempre più apertamente entusiaste ed ottimistiche che, dal giorno successivo al voto, si stanno susseguendo da parte di numerosi esponenti del capitale finanziario e dei think tank ad esso vicini. Per non parlare del ruolo di tutta una serie di sette e lobby religiose, che hanno imposto la nomina del Vice Presidente Pence ed il cui potere economico e politico e’ in crescita costante nella società americana ormai da decenni.
Se anche una parte, più o meno consistente, della classe operaia bianca, negli stati del Nord-Est, residenti in piccole città e aree rurali, ha avuto un ruolo, essa non è stata certo la componente più convinta e la base più solida del consenso a Trump. A causa di un sistema elettorale che ha ben poco di proporzionale e, quindi, di democratico, anche piccole oscillazioni possono produrre questi risultati. Ma da qui ad attribuire tutta la “colpa” alla classe operaia e ad assolvere il resto ce ne corre veramente tanto.
Sarebbe bene quindi liberarsi al più presto di quello che sta già per diventare, anche a sinistra e non solo negli USA, un “mito”politico di poca utilità concreta, se vogliamo continuare ad osservare invece i processi di evoluzione nella societa’ americana ed individuare quei fermenti che hanno il potenziale di muoversi in direzione di un conflitto di classe, un conflitto che il capitalismo non riuscirà mai definitivamente ad annientare, neanche nel paese che ne è il suo epicentro propagatore e imperialista.
Di fermenti di conflitto la società americana ne produce tanti e quasi sempre lontani dai riflettori del mainstream mediatico. Molte realtà e movimenti si stanno riorganizzando, ed anzi il voto favorevole a Trump sta producendo in loro un maggiore attivismo, un proliferare di iniziative ed alcuni importanti tentativi di unificare le lotte: come è già avvenuto qualche settimana fa in una serie di manifestazioni e cortei che hanno visto sfilare insieme movimenti quale “Black Lives Matters”, “Fight for 15$”, il movimento che rivendica l’aumento del salario minimo orario a livello federale, il movimento per i diritti dei lavoratori immigrati, l’iniziativa “Working America”, lanciata da sindacati importanti quali AFL-CIO, UFCW e altri.
Sara’ interessante anche comprendere come intende muoversi Bernie Sanders e coloro che hanno dato vita al suo movimento. L’opzione di rimanere all’interno del Partito Democratico potrebbe essere definitivamente messa in discussione, dopo i difficili richiami alla disciplina di partito seguiti alla Convention di Philadelphia a luglio che incoronava Hillary Clinton. Votare turandosi il naso non e’ servito a nulla e forse adesso si apre uno spazio per una maggiore liberta’ d’azione e sara’ necessario che questo spazio venga riempito al piu’ presto.

Per approfondimenti:






Fonte: La Città futura 

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