La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 1 febbraio 2017

I confini mobili dell'Europa e le resistenze costituenti dei migranti

di Omid Firouzi Tabar 
Seppur poco affezionato al contributo dato dalle statistiche ufficiali e radicalmente orientato ad approcci di tipo qualitativo mi sembra doveroso partire da un elemento quantitativo che emerge dall’ultimo rapporto di Frontex sui flussi migratori che interessano l’Europa1. Pur presentandosi come un dato consistente non è quello degli sbarchi sulle coste italiane durante il 2016 (181.436) a colpire principalmente l’attenzione. Il primo elemento che spicca maggiormente e si presenta più funzionale per avere uno sguardo più adeguato e approfondito sulla situazione attuale riguarda la nuova inversione di tendenza del numero di approdi in Grecia, diminuiti addirittura del 79% grazie agli accordi con la Turchia, il forte calo degli arrivi attraverso la rotta Balcanica grazie al durissimo inasprimento e alla chiusura delle frontiere a fronte di un tendenziale consolidamento del numero di sbarchi avvenuti attraverso il mediterraneo.
La seconda rilevazione interessante riguarda la distribuzione dei richiedenti Asilo in Italia nelle varie forme dell’accoglienza. Nel 2016 su un totale di 176.554 migranti presenti in questo sistema 137.218 ( il 77,7%) sono ospitati nelle strutture temporanee in un regime totalmente emergenziale, 23.822 ( 13,5%) nel sistema SPRAR, 14.694 (8.3%) nei Centri di prima accoglienza ed 820 (0.4%) negli Hot Spot.
L’Europa si trova in una posizione di sostanziale marginalità strategica rispetto a una situazione geopolitica che con un forte acuirsi di guerre e situazioni di alta conflittualità sociale e militare sta interessando l’Africa centro-settentrionale ed il Medioriente. Questa ormai conclamata perdita di centralità si accompagna ad una tendenziale assenza di una progettualità politica strutturata a livello delle istituzioni europee nella governance dei movimenti migratori che interessano i confini esterni e quelli interni del vecchio continente. Le ragioni di questo trend possono essere individuate nella pochezza politica dei pochi leader europeisti rimasti, nelle frammentazioni prodotte dalla comparsa e dal radicamento dei populismi antieuropeisti o guardando alle caratteristiche del capitale finanziario che sembra sempre meno vincolato alla presenza di piani organici e coerenti (nazionali o sovrannazionali) di governo, disciplinamento e controllo mirato degli individui.
Se una politica migratoria coerente e condivisa dagli Stati membri e dalle varie istituzioni transnazionali è difficilmente individuabile la gestione di questi fenomeni sembra delegata a soluzioni, anche molto radicali, contingenti ed estemporanee come l’accordo con la Turchia che viene costantemente richiamata per la sistematica negazione dei diritti umani, ma risulta utile, come dimostra il dato richiamato prima sul crollo degli arrivi in Grecia, per bloccare i flussi, soprattutto dalla Siria. Nello stesso modo dobbiamo leggere l’inasprimento di controlli frontalieri in zone specifiche attraverso massicci presidi militari e polizieschi attivati di volta in volta dai singoli stati che, come abbiamo visto prima, ha portato al crollo dei passaggi sulla rotta balcanica e più in generale attraverso il fronte orientale. Il caso ungherese si presenta come sintomatico di questa frammentazione politica. Se da una parte alcuni leader invocano nuove politiche migratorie comunitarie (ad esempio con la proposta delle quote di “ricollocamento” o con la costituzione di una polizia europea specializzata nel controllare i confini ed effettuare i respingimenti dei migranti irregolari in un mix di accoglienza e repressione) il presidente ungherese Orban siglilla unilateralmente i suoi confini attraverso l’innalzamento di reti e l’utilizzo dei militari e decide, come ha annunciato negli ultimi giorni, di derogare al diritto internazionale mettendo in stato di detenzione i pochi richiedenti asilo che raggiungono l’Ungheria.
Per quanto riguarda invece la rotta meridionale un primo tentativo di filtrare gli imbarchi dalla Libia avviene attraverso il rafforzamento dei campi libici dove notizie di violenze, torture e stupri sono all’ordine del giorno, mentre il rafforzamento degli Hotspot rappresenta una soluzione per il contenimento e la ricollocazione disciplinata di chi riesce a raggiungere le coste italiane.
La governance europea rappresenta oggi un mosaico di equilibri e strategie abbozzate in modo controverso e spesso contraddittorio dove razzismi del tutto istituzionalizzati, separatismi, ordoliberismi appena farciti da logori welfarismi, populismi di varia natura e radicali antieuropeismi convivono come separati in una casa che di certo ha abbandonato un’idea forte di politica di progresso e di modernità. La direzione intrapresa per arginare una potenza soggettiva immensa che di fatto ridisegna le sembianze del territorio europeo è quella di de-localizzare in Turchia e in Libia i confini stessi dell’Europa, sigillare con brutalità il perimetro esterno orientale (con un conseguente utilizzo sempre più sporadico della logica dell’inclusione differenziale) e costituire infiniti confini interni. Si tratta di confinamenti strutturati culturalmente attraverso una generale “razzializzazione” dei fenomeni di instabilità e conflittualità sociale e materialmente attraverso l’impermeabilizzazione delle zone di frontiera come Ventimiglia, Calais e Idomeni e l’attivazione di nuove perimetrazioni interne rappresentate da campi di internamento e segregazione per migranti irregolari e richiedenti asilo, fenomeni, gli ultimi, sempre più diffusi in alcuni paesi dell’Europa meridionale come la Grecia, l’Italia e la Spagna. Il confine tende a perdere la caratteristica di fortificazione immobile e rigida. Per quanto sia tracciato su un territorio e produca dinamiche ben situate di violenta segregazione si presenta, in quanto dispositivo, come estremamente flessibile e malleabile. Sono confini mobili dunque addetti a governare un fenomeno sociale imprevedibile e ingovernabile con rigidità, confini che compaiono e scompaiono, che si riposizionano con velocità dentro e fuori dallo spazio europeo e ne segmentano di continuo gli spazi interni.
I movimenti migratori di cui parliamo qui non sono entità astratte o trascendentali, ma materialmente animate da centinaia di migliaia di soggetti che rappresentano certamente un potenziale bacino di forza lavoro a bassissimo costo oltre a prefigurarsi come esercito di riserva per minare ulteriormente la capacità di negoziazione dei lavoratori, ma allo stesso tempo minacciano gli interessi produttivi e finanziari di una frastagliata elite capitalistica europea che dovrà fare i conti con nuove possibili rivendicazioni legate proprio al tema del reddito e del lavoro e dell’universalizzazione del welfare.
Il moltiplicarsi di muri, recinti, presidi militari, Hotspot, canali forzati di transito e centri straordinari per l’accoglienza è animato, come hanno ben sottolineato a diversi livelli Martina Tazzioli e Francesco Ferri2, dalla finalità di contenimento e dispersione della reale e potenziale carica conflittuale della soggettività migrante che si presenta sempre più come una forza costituente transnazionale.
La situazione italiana ci può indicare il senso di questo tipo di approccio al fenomeno delle nuove migrazioni.
Il Ministro degli interni Marco Minniti ci ha messo poco per mettere a punto il primo provvedimento coerente con la sua “sinistra” carriera. Parliamo della riattivazione e della moltiplicazione dei CIE nell’ottica di rendere più efficaci le procedure di identificazione ed espulsione dei migranti irregolari. Il quadro pubblico-mediatico è ormai quello in cui gli ultimi attentati terroristici in Germania e Turchia ed episodi come la drammatica morte di Sandrine Bakayoko nell’hub di Cona, con la relativa rivolta di centinaia di ospiti della struttura, vengono naturalmente collegati tra loro e presentati come segnali della forte minaccia rappresentata dai processi migratori che interessano l’Europa. Era forse dai tempi delle “war on terror” seguita all’attacco delle Torri Gemelle che i dispositivi di controllo non attingevano così diffusamente alla qualifica di “potenziale terrorista” per stigmatizzare e tenere sotto pressione la popolazione migrante.
Le parole del procuratore aggiunto della procura di Venezia Carlo Nordio che, interpellato sulla morte di Sandrine in quanto titolare dell’inchiesta che porta avanti le indagini, parla di possibili strutture criminali organizzate nei campi di accoglienza e di possibili infiltrazioni terroristiche ci trasmettono un’idea chiara della situazione. Le sue sono allusioni assolutamente generali ed estemporanee, ma capaci di produrre senso comune, e vengono presentate sulla stampa in totale assenza di dettagli investigativi e specifiche ipotesi di reato. Quello che più ci interessa è il modo particolarmente diretto con cui il procuratore stesso ci illumina sull’operazione in atto quando interrogato da un giornalista di Repubblica sulle ragioni di tali riferimenti a crimine e terrorismo risponde in questo modo:
“Alcuni sembrano molto pacifici e interessati a vivere nella legalità accettando le regole dell’accoglienza, altri appaiono più violenti e fomentatori. I primi sono collaborativi, i secondi no. Dobbiamo capire perché”.
Raramente la retorica che contrappone l’immigrato buono da quello pericoloso è stata così ben descritta da un importante attore istituzionale che ricordiamo ha sempre gravitato nell’area del centro-sinistra italiano. La logica di criminalizzazione che sembra imporsi in questa fase vede dunque la separazione tra chi subisce in silenzio le angherie tipiche dell’attuale sistema di accoglienza ed è dunque meritevole di essere lasciata lì dov’è rischiando ogni giorno di ammalarsi o morire e chi si lamenta o si ribella allo stato di cose etichettato come criminale e potenziale terrorista.
Per trovare una conferma di questa tendenza torniamo a Minniti il quale dichiara alla stampa che i nuovi CIE che verranno attivati non coinvolgeranno tutti gli irregolari ma soltanto quelli considerati “socialmente pericolosi” e ci tiene ad aggiungere, a conferma della forte esigenza in Italia di manodopera ricattabile e dunque a basso costo, che di certo non ci verranno portate le badanti irregolari. Viene di nuovo esplicitato che questo nuovo sicuritarismo risponde direttamente all’esigenza di effettuare una selezione stigmatizzante attraverso la criminalizzazione di chi non si rassegna alle inaccettabili condizioni nelle varie tappe dell’accoglienza e la tolleranza caritatevole verso chi accetta in silenzio e passivamente violenze, umiliazioni e privazioni sistematiche della libertà. La proposta (sempre contenuta nel “pacchetto Minniti” che ricordiamo mette emblematicamente insieme politiche migratorie e sicurezza urbana) di rendere obbligatori per tutti i richiedenti asilo lo svolgimento di lavori di pubblica utilità svolge proprio la funzione di alimentare ulteriormente l’idea che il migrante deve meritarsi l’accoglienza (sarebbe forse più preciso chiamarla carità o benevolenza) accettando passivamente la lunga serie di violenze e “disciplinamenti” che vengono messi in campo dagli Hotspot fino alle risposte delle Commissioni territoriali.
Quello che si va pericolosamente delineando in Italia sembra dunque assumere le sembianze di un nuovo frame sicuritario estremamente grezzo connotato da orientamenti dichiaratamente essenzialisti xenofobi e razzisti che tende a imporre un ordine discorsivo e delle politiche di controllo finalizzate a contenere e neutralizzare e prevenire, attraverso l’illusoria logica della deterrenza, le diffuse resistenze dei migranti: rifiuto di lasciare le impronte digitali negli hotspot, proteste e ribellioni alle condizioni nei campi di accoglienza, indisponibilità a rinunciare alla loro autodeterminazione negata dai regolamenti di Dublino e quella a sottostare a forme di lavoro schiavistico e ipersfruttato. Gli uomini e le donne che, nelle varie tappe successive al loro approdo in Europa, si battono auto-organizzandosi per la loro libertà di movimento e per i loro diritti, seppur in forme frammentate, segmentate e non immediatamente riconducibili a claim caratterizzati politicamente, alludono oggi direttamente a un’idea di Europa che vede le soluzioni sovraniste e populiste, che esse giungano da destra o da sinistra poco importa, semplicemente anacronistiche, materialmente superate da irrefrenabili processi materiali i corso.
Non ci scordiamo certamente il carattere forzato di questi movimenti legato alle condizioni di estrema deprivazione e ingiustizia che caratterizzano i luoghi di partenza per non parlare dei bombardamenti e delle guerre in corso a variabile intensità, guerre sempre più asimmetriche e a geografia mobile. Detto questo, proprio per evitare approcci caritatevoli (e a tratti neocoloniali) e di farci tentare da populismi in salsa sinistroide, dobbiamo necessariamente concentrarci su quello che queste donne e questi uomini esprimono strappando ogni giorni porzioni di libertà e nuovi diritti nella direzione di divenire a tutti gli effetti attori innovativi di un’Europa multietnica e moltitudinaria. Non sono utopie o concettualizzazioni ottimistiche, sono fenomeni che si stanno già sviluppando e diffondendo ridefinendo interi tessuti urbani di gran parte dell’Europa. Pensare di costringere le lotte migranti dentro la categoria soffocante di popolo e all’interno degli spazi della sovranità si presenta come un operazione che trascende pericolosamente la materialità dei processi che innervano i nostri territori.
Un esempio ancora più territorialmente situato, la gestione dell’accoglienza nel territorio Veneto ed in particolar modo a Padova e Provincia, aggiunge ulteriori elementi di analisi e di comprensione della situazione in corso. Anche qui partiamo da un dato numerico. Secondo il “Rapporto sulla protezione internazionale 2016”3 al mese di ottobre del 2016 in Veneto su 14.754 richiedenti asilo presenti su territorio 11.426 trovavano posto nei vari CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) e soltanto 500 nel sistema SPRAR, con un’incidenza di quest’ultimo del 4.3%. Secondo rilevamenti non ufficiali almeno la metà di loro sono ospitati negli Hub di Cona (Venezia), di Bagnoli (Padova), Oderzo (Treviso), spazi militari dismessi dove vengono letteralmente ammassate centinaia di persone “invisibilizzate”, se non in casi drammatici come la morte di Sandrine, che vivono l’attesa del giudizio sulla loro domanda di Asilo in condizioni socio-sanitarie molto gravi.
I richiedenti asilo incontrati nel corso di una inchiesta in corso sulle forme dell’accoglienza nel territorio padovano, spesso protagonisti di forme autorganizzate di protesta con cortei e blocchi stradali nelle aree circostanti i campi che li ospitano dove ricordiamo rimangono anche per un anno intero, denunciano la qualità scadente del cibo causa di diffusi problemi gastro-intestinali, la pressoché assenza di servizio medico e di medicinali ( l’unica soluzione esistente è la distribuzione massiccia di paracetamolo!), la mancanza totale di fornitura di vestiti (alcuni ragazzi a diversi mesi di distanza dall’approdo hanno addosso ancora i vestiti e le scarpe con cui hanno affrontato il viaggio verso l’Europa) e l’insufficienza di servizi igienici ( in diverse occasioni abbiamo visto fossati scavati all’aperto che fungevano da vespasiani). A questo si aggiunge l’assenza di corsi di italiano e di programmi orientati a creare un rapporto virtuoso tra loro ed il tessuto sociale del territorio. Questa modalità totalmente emergenziale che caratterizza l’accoglienza in questi territori può essere spiegata considerando l’intreccio di almeno tre elementi. Innanzitutto è frutto dell’inesistenza di progetti nazionali incentrati sui soggetti stessi, sulla tutela e sull’implementazione dei loro diritti e della loro volontà di scelta.
Negli ultimi due anni il Governo si è limitato a potenziare gli Hotspot per garantire le regole di Dublino (ricordiamo che i piani di “ricollocamento” stabiliti recentemente dalla Commissione Europea sono tuttora del tutto disattesi nella pratica) e a collocare gran parte di queste persone in strutture emergenziali attraverso bandi di assegnazione privi di meccanismo di controllo: questi bandi hanno evidentemente agevolato quel “business umanitario” le cui caratteristiche cominciano finalmente a venire a galla ed interessare anche il dibattito pubblico mainstream anche per le sue connessioni con le note faccende di “Mafia Capitale”.
Eccoci al secondo elemento. Sono alcuni settori del capitalismo veneto, fortemente segnato da corruzione e familismo clientelare, a sostenere finanziariamente questo tipo di gestione emergenziale dell’accoglienza4. Parliamo di veri monopoli (vedi la Cooperativa Ecofficina oggi rinominata Edeco) che nonostante diverse inchieste giudiziarie in corso continuano a gestire grandi centri come quello di Conetta e di Bagnoli e dunque a essere al centro di dinamiche di speculazione che riguardano introiti e giri di capitali di grande volume. Basti ricordare che il fatturato di Ecofficina-Edeco negli ultimi 4 anni, e dunque da quando si è prettamente occupata di accoglienza, è passato da 114 mila euro e circa 10 milioni di euro.
Infine troviamo un fatto di una certa rilevanza dal punto di vista politico, ma anche tecnico-burocratico, e cioè l’indisponibilità di gran parte delle amministrazioni comunali venete a prevalenza leghiste a fare la loro parte ad esempio mettendo a disposizione risorse per attivare forme di accoglienza diffusa o partecipando ai bandi SPRAR, soluzioni che potrebbero senz’altro rappresentare una svolta importante.
Questo incrocio di interessi economici e orientamenti politici ha come conseguenza materiale il collocamento di migliaia di Richiedenti Asilo in una posizione di estremo disagio e marginalità a cui si aggiunge una infame ricattabilità a cui sono sottoposti nell’attesa della riposta della Commissione Territoriale che giudica le loro domande di Asilo. Molti avvocati e operatori di piccole strutture ci riportano la tendenza sempre maggiore di queste Commissioni a giudicare non tanto in base a un già discutibile metro di misura legato alla storia migratoria del soggetto, ma al suo comportamento più o meno “adeguato” successivo all’approdo in Italia. Ecco di nuovo, nel vivo delle procedure territoriali, il dispositivo di selezione tra migranti buoni e cattivi orientato violentemente a colpire chi protesta e si batte per strapparsi porzioni di libertà.
C’è però un’altra dimensione, più simbolica, ma di certo non priva di effetti anche violentemente materiali, toccata fortemente dalle attuale approccio al fenomeno delle migrazioni e cioè quella dei populismi che sempre più vanno radicandosi in Italia e altrove. La recente tendenza che vede in campo sempre più strutturalmente queste soluzioni emergenziali di irretimento di migliaia di perone e una forte “accelerazione del processo di risemantizzazione del corpo migrante”5, presenza una base ideale per la cristallizzazione della rabbia e delle insicurezze degli autoctoni intorno alla presenza migranti e ai loro comportamenti. Che questo avvenga attraverso i filtri e discorsi, in verità sempre meno edulcorati, della “sinistra” di governo che (come nella precedente stagione sicuritaria del 2008/2009, dei vari Amato, Cofferati, Domenici, Zanonato ecc..) si affanna a dimostrare che la “sicurezza dei cittadini” è sua naturale prerogativa e terreno di intervento o con i canali tradizionalmente razzisti delle destre cambia poco. Il risultato è comunque di nutrire pericolosamente le passioni tristi del populismo e dei suoi poco raccomandabili surrogati.
Non è facile individuare il modo migliore per accompagnare, mettersi al servizio ed implementare la conflittualità, la “politicità” e la forza costituente di questi processi in corso nei nostri territori. Sicuramente bisogna partire intervenendo direttamente nei contesti locali e nel farlo la condizione principale è quella di trovare ogni soluzione per interagire e relazionarsi con continuità con i migranti stessi. È la loro voce diretta e la valorizzazione della molteplicità di necessità e desideri in campo, opportunamente amplificate attraverso reti territoriali che la sappiano fare irrompere nel dibattito pubblico, a dover veicolare la potenzialità politica delle nuove rivendicazioni soggettive che già attraversano i territori in cui viviamo.
La costruzione di reti cittadine allargate che abbiano la forza di chiedere la chiusura immediata dei grandi concentramenti in cui vivono i richiedenti asilo si presenta ormai come una battaglia politica improrogabile. In termini pratici e concreti quello di chiedere l’allargamento dei progetti SPRAR attraverso il coinvolgimento delle amministrazioni comunali e, nella prospettiva di una sua cancellazione, di rivoluzionare l’accoglienza temporanea con un utilizzo esclusivo di strutture qualificate di piccole e medie dimensioni (dove la preparazione degli operatori e la presenza di programmi di “inclusione” spazzino via la logica assistenziale e caritatevole) sono obiettivi minimi che parlano direttamente delle condizioni materiali di vita dei migranti, ma contemporaneamente si presentano come condizione necessaria per cercare di neutralizzare l’offensiva razzista e xenofoba.
In questo senso le sperimentazioni “neo-municipaliste” in corso in alcuni territori, e quelle in divenire, dovranno necessariamente misurarsi con questi nodi ed avere la capacità di imporre in tutte le discussioni cittadine il tema della libertà e dei nuovi diritti dei migranti e la progettazione di nuovi percorsi di una cittadinanza attiva. I populismi si possono sconfiggere non assumendo i loro angusti frame di riferimento, ma avanzando un’idea degli spazi urbani e metropolitani fortemente segnata dalla capacità di soggettività diverse di cooperare e costruire forme di lotta e innovazione sociale comuni attraverso la costruzione di linguaggi ed immaginari condivisi.
Sarebbe infine necessario non scordarci della nostra attitudine, per nulla utopica, a elaborare rivendicazioni universalitistiche e “ricompositive” situando proprio dentro questi processi alcune battaglie come quelle per un permesso di soggiorno europeo per tutti i migranti che approdano o che già vivono sul territorio a prescindere dagli status normativi in cui sono costretti e quelle orientate alla conquista di un reddito minimo d’esistenza e di nuove forme di welfare universale.
La straordinaria mobilitazione di decine di migliaia di persone nelle metropoli e negli aeroporti contro l’executive order di Trump diventa per tutti noi un punto di riferimento importante non solo per la sua naturale vocazione anti-sovranista e anti-populista, ma anche alla luce della sua composizione moltitudinaria che vede ad esempio movimenti antirazzisti come Black Live Matters intrecciare in questi giorni le loro lotte insieme a quelle femministe per la libertà e l’autodeterminazione messe in scena il 21 gennaio con la women’s march on Washington.






Fonte: euronomade.info 

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