La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 4 febbraio 2017

Populismi e questione di classe

di Punco X
Secondo lo storico Dror Wahrman, la “classe media” non sarebbe che un artificio retorico[1], un espediente inventato dai politici wigh nell’Inghilterra dell’Ottocento per allargare la propria base elettorale.
L’invenzione della classe media
Gli anni sono quelli attorno al 1820, nel parlamento inglese si discute della possibilità di riformare la legge elettorale. Il dibattito è polarizzato tra conservatori (tory) e radicali: i primi sostengono il diritto a governare delle classi alte, i secondi rivendicano il suffragio universale maschile. Entrambi elaborano le proprie analisi servendosi di uno schema duale, che riduce le classi sociali a due: classi alte e classi inferiori.
I liberali, che fino al 1868 erano chiamati wigh, sono stati estromessi dal governo nel 1794, la polarizzazione del dibattito tra tory e radicali li stritola e sembra non dar loro vie d’uscita. In questo contesto cominciano a fare appello a quella che definiscono “classe media”, sostenendo la necessità di una riforma elettorale che, pur non introducendo il suffragio universale maschile, dia spazio politico ai gruppi sociali che hanno guidato il rinnovamento economico della Gran Bretagna durante la Rivoluzione industriale.
La nuova descrizione sociale elaborata dai wigh, basata su tre classi, a molti pare plausibile: sembra accogliere i mutamenti socio-economici che in quegli anni sono sotto gli occhi di tutti. Dal punto di vista sociologico, però, è largamente imprecisa, né alcun capo wigh si curerà mai di dare una descrizione dettagliata di ciò che intendesse per “classe media”. Per loro fu fondamentale far credere che questa classe esistesse, non spiegare come si fosse formata e come fosse composta.
Così, gli sforzi dei wigh si concentrarono nel dimostrare che la classe media fosse caratterizzata da connotazioni etiche positive, la descrissero come la più onesta, moralmente sana, saggia, laboriosa e dinamica. Di conseguenza loro, che si proponevano di rappresentarla, erano portatori delle stesse caratteristiche e la riforma elettorale che proponevano era la più saggia e onorevole, proprio come la classe alla quale volevano dar voce.
Quella che i wigh stavano costruendo non era un’analisi dettagliata della realtà sociale britannica, ma un’immagine retorica convincente e plausibile, in grado di aumentarne il sostegno elettorale.
Una narrazione che gode ancora oggi di una certa forza, e che, dalle nostre parti, si è particolarmente affermata tra la fine degli anni Settanta del Novecento e i primi anni del nuovo secolo, un periodo durante il quale anche molti lavoratori salariati hanno dismesso le vesti proletarie per indossare quelle del ceto medio. Paradossalmente, ai nostri giorni, questa narrazione è messa in crisi dalle politiche e dalle ideologie degli stessi eredi di coloro che l’avevano creata, oltre che dalle contraddizioni interne al capitalismo contemporaneo. 
L’eclissi della classe media
Anche Marx, come i tory e i radicali dei primi anni dell’Ottocento, ha una visione dicotomica delle classi sociali, la sua, però, è una descrizione tendenziale. Marx non nega che nella sua epoca, e in quelle successive, possano esistere più classi nella medesima società, sostiene che il capitalismo, evolvendosi e avvicinandosi alla maturità, semplificherà estremamente le cose, riducendo le classi a due: coloro che posseggono i mezzi di produzione, e coloro che ne sono privi, trasformando tutti coloro che ne sono privi, qualsiasi sia la loro mansione all’interno del processo produttivo, in un’unica classe antagonista a quella di chi detiene i capitali. Il movimento proletario – dice Marx – è il movimento autonomo dell’immensa maggioranza, nell’interesse dell’immensa maggioranza, mentre tutti i movimenti del passato erano movimenti di minoranze nell’interesse di minoranze.
Questa teoria marxiana, detta della “proletarizzazione crescente”, è stata spesso criticata nel corso degli anni. Eppure, se si guardano i dati attuali, l’analisi di Marx acquista nuova forza e sembra la più appropriata a descrivere il capitalismo contemporaneo, che pare essersi avvicinato parecchio alla sua fase matura.
Negli Stati uniti del 1980 la percentuale dei lavoratori salariati, sul totale degli occupati, era pari al 90,6%, trentatré anni dopo, nel 2013, era del 93,4%.[2]
In Spagna, cioè in un paese che ha conosciuto una recente espansione economica, lo stesso dato era, nel 1980, pari al 70%, nel 2014, era cresciuto di più del 10%, attestandosi all’82,4%.
In Germania, invece, si passa dall’87,4% registrato nel 1983, all’89% rilevato nel 2014, mentre in Francia si passa dall’83,7% del 1980 all’88,5% del 2014.
Bisogna però segnalare che il dato riguardante la Francia, e relativo al 2014, fa registrare una lievissima contrazione, poiché torna più o meno sugli stessi valori del 2003, mentre tra il 2004 e il 2009 la percentuale dei salariati sul totale degli occupati aveva toccato cifre superiori all’89%.
In Italia, dove storicamente la libera professione e il lavoro autonomo sono stati incentivati, e nelle forme considerate d’élite tutelati, si registra un dato in costante crescita, anche se la percentuale dei salariati sul totale degli occupati è significativamente inferiore rispetto agli altri Paesi occidentali presi in considerazione: nel 1980 i lavoratori salariati erano il 71,4%, nel 2014 diventano il 75,3%.
I dati relativi alla Gran Bretagna sono invece in controtendenza: nel 1980 i salariati erano il 91,9%, nel 2014 questa percentuale era scesa all’84,4%. Un dato che si può spiegare anche con l’utilizzo del lavoro autonomo per mansioni storicamente svolte da lavoratori salariati, col fine di abbassare lo standard dei diritti e quello salariale (si pensi, per esempio, ai “padroncini” che lavorano nel settore dei trasporti e della logistica, o alla miriade di lavoratori della conoscenza free-lance).
A questo proposito è necessario osservare che, con la riorganizzazione del modello produttivo, si è fatto strada quello che Sergio Bologna ha definito “lavoro autonomo di seconda generazione”: l’esternalizzazione di alcune parti della produzione, sia materiale, ma soprattutto immateriale, a lavoratori free-lance, ai quali sono destinate committenze nei momenti in cui le imprese appaltanti ne hanno bisogno. Un fenomeno che riguarda soprattutto i lavoratori della conoscenza, e che sancisce la “proletarizzazione” (anche se in un senso in parte diverso da quello marxiano) di lavoratori che negli anni passati godevano di un certo prestigio sociale, oltre che di un discreto riconoscimento economico.
In questo contesto il lavoro diviene sempre più precario, i salari reali sono più bassi rispetto ai primi anni Settanta del secolo scorso, mentre la disoccupazione si attesta, in tutti i paesi presi in considerazione, su cifre strutturalmente più alte rispetto al periodo caratterizzato dal modello produttivo “fordista”.
Così, se da un lato la precarizzazione dei rapporti di lavoro, la facilità dei licenziamenti e l’elevata disoccupazione creano una massa di individui ricattabili, anche dal punto di vista elettorale, dall’altro depotenziano tutti quei meccanismi che li portavano a identificarsi con la classe media. Un’identificazione che era resa possibile soprattutto dalla capacità di consumare un determinato tipo di prodotti e servizi, che era garantita principalmente da un accesso al credito relativamente facile.
Significative per comprendere questo meccanismo, sono alcune indagini demoscopiche condotte in Italia e negli Stati uniti.
Nel 2015 Demos ha chiesto a un campione rappresentativo della popolazione italiana: “Lei personalmente a quale classe sociale ritiene di appartenere?”.
Il 52% ha risposto di considerarsi parte dei “ceti popolari/classe operaia”, il 42% di appartenere ai “ceti medi” e solo il 3% pensava di far parte della “classe dirigente/borghesia, ceti superiori”.[3]
Nel 2006, prima dell’inizio della crisi economica, lo stesso istituto di ricerca aveva posto agli intervistati la medesima domanda. In quel caso solo il 40,2% pensava di appartenere ai “ceti popolari/classe operaia”, mentre il 53,7% riteneva di appartenere ai “ceti medi”.[4]
Se ci chiediamo come mai il dato è cambiato tanto drasticamente, la risposta la troviamo nell’indagine Demos del 2006, quando, oltre alla classe di appartenenza, veniva chiesto: “Secondo lei, oggi, cosa differenzia maggiormente la classe operaia dal ceto medio?”[5]. La maggioranza, il 48% degli intervistati, aveva risposto “il tenore di vita e i beni di consumo come auto, vacanze, abbigliamento, ecc.”, al secondo posto (41,8%) vi era la ricchezza, al terzo, staccata di diverse lunghezze, si trovava invece “l’immagine e la considerazione sociale” (25,9%), quasi a sottolineare come il senso di appartenenza a una classe sociale dipenda soprattutto da variabili di tipo economico.
La crisi economica, la contrazione dei salari, la conseguente difficoltà nell’accedere al credito, oltre che le incertezze relative al futuro, hanno distrutto la narrazione che portava molti individui a identificarsi con la classe media, poiché quegli individui non possono più mantenere il tenore di vita e il livello di consumi che rendevano possibile tale identificazione.
Un fenomeno che probabilmente diventa più chiaro se si prende in considerazione la percezione della classe di appartenenza della propria famiglia. Sempre secondo le indagini condotte da Demos, nel 2006 solo il 28% degli italiani pensava che la propria famiglia appartenesse alla “classe bassa”, nel 2016 questa percentuale è quasi raddoppiata, attestandosi al 54%. Al contrario, nel 2006, ben il 60% degli intervistati riteneva che la propria famiglia appartenesse alla “classe media”, mentre nel 2016 solo il 39% continua a crederlo.[6]
Con la crisi economica non solo è mutata la percezione relativa alla propria classe di appartenenza, ma è mutata anche la percezione della classe alla quale appartiene la propria famiglia, poiché i sacrifici di una volta non bastano più per garantire quel tenore di vita e quei consumi che portavano il padre, la madre, o entrambi, che individualmente magari si identificavano nei “ceti popolari/classe operaia”, a considerare i propri figli, e la propria famiglia in generale, come appartenenti alla “classe media” (nel 2006 il 40,2% degli intervistati riteneva di appartenere, individualmente, ai “ceti popolari/classe operaia”, ma solo il 28% pensava che la propria famiglia appartenesse alla “classe bassa”).
Se dall’Italia ci spostiamo negli Stati uniti, notiamo che la tendenza è la stessa: nel 2008 solo il 35% degli americani riteneva di appartenere alle “working and lower class”, nel 2015 questa percentuale sale al 48%. Al contrario, nel 2008 il 63% degli americani era convinto di appartenere alle “upper-middle and middle class”, nel 2015 questa percentuale è scesa al 51%.[7]
Una percezione relativa all’appartenenza di classe che caratterizza soprattutto i più giovani: tra chi oggi ha meno di 35 anni ben il 56,5% pensa di appartenere alla working class, mentre tra coloro che hanno tra i 35 e i 45 anni la percentuale è del 49,8%.[8]
Se in quest’epoca, segnata dalla maturità del capitalismo, la “proletarizzazione” è crescente, anche nelle coscienze, proprio come aveva previsto Marx, le classi dominanti, con il crollo delle narrazioni rivolte alle “classi medie”, hanno perso un importante strumento di controllo sociale.
È in questo contesto che nascono i populismi.
Populismi 
I ceti medi – scriveva Marx – combattono la borghesia per evitare di scomparire. Non sono rivoluzionari, ma reazionari, perché cercano di far tornare indietro la ruota della storia. Essi, quando divengono rivoluzionari, lo divengono in vista del loro movimento verso il proletariato, smettono di difendere i loro interessi presenti per concentrarsi su quelli futuri.[9]
Se vogliamo intendere i populismi[10] contemporanei, non possiamo mettere da parte queste considerazioni di Marx.
I populismi sorgono proprio perché le forze politiche fino a oggi portatrici degli interessi delle classi dominanti non possono più fare appello alla classe media, alla solidarietà che un tempo la legava alle classi alte, alle quali i membri del ceto medio sognavano di appartenere. Quella narrazione è crollata.
Morta una narrazione è necessario costruirne un’altra, in grado di affascinare individui che lentamente vanno impoverendosi: se non sono più i consumi a farli immedesimare e a renderli solidali con i settori più ricchi della società, bisogna inventarsi qualcos’altro. Il richiamo alla nazione, al recupero della posizione dominante persa, nel caso di Trump, o a un astratto concetto di sovranità, nel caso dei populismi europei, probabilmente pare loro l’antidoto migliore per disinnescare la coscienza di classe che va maturando. In quanto nazione siamo diversi dagli altri popoli, non tra di noi, membri dello stesso stato. Non è la classe sociale che ci divide a livello globale e all’interno delle nazioni stesse, ma è la nazionalità che ci divide tra popoli.
Di fatto i populismi non sono altro che un tentativo di annacquare la coscienza di classe, di traghettare coloro che fino a oggi ritenevano di appartenere alla classe media, magari essendo operai, impiegati o lavoratori autonomi, su posizioni reazionarie e non rivoluzionarie. Posizioni congeniali alle classi dominanti. Le blande politiche sociali che questi movimenti propongono, non sono che uno specchietto per le allodole, come a loro tempo lo furono le promesse del fascismo della prima ora.
Un aspetto dei populismi sul quale è necessario fare chiarezza è proprio il nazionalismo: esso non sorge esclusivamente da un romantico sentimento di appartenenza, le sue radici sono materiali, affondano nell’economia e nel neoliberismo.
Milton Friedman, uno dei padri del neoliberismo, colui che sperimentò le proprie teorie economiche nel Cile di Pinochet, scriveva, riferendosi agli Stati uniti, ma facendo un discorso facilmente estendibile a uno scenario globale:
“Il campo d’azione del governo deve essere limitato. La sua funzione principale deve essere quella di […] mantenere la legalità e l’ordine, far rispettare i contratti privati, favorire la concorrenza nel mercato.[…]
Se le autorità devono esercitare un potere, è preferibile che ciò avvenga a livello di contea piuttosto che di stato, e se necessario è meglio che tali poteri siano attribuiti al governo dello stato piuttosto che concentrati a Washington, nelle mani del governo federale. […]
Se non mi piace quello che fa il mio stato, posso trasferirmi in un altro.”[11]Dividere il mondo in una miriade di staterelli deboli e totalmente incapaci di influenzare e regolamentare un sistema economico che agisce a livello globale: probabilmente è questo che sperano le classi dominanti quando pensano ai populismi odierni e al nazionalismo che professano.
“Tutte le forze globali – scriveva nel 1997 Zygmunt Bauman – sono, per così dire, interessate agli stati deboli, ossia a quegli stati che sono deboli pur rimanendo stati. Tali stati possono venire facilmente ridotti al ruolo di commissariati di polizia in grado di assicurare ognuno sul proprio terreno quel minimo di ordine indispensabile a condurre affari, ma incapace di frenare le ambizioni sovraterritoriali e le attività delle aziende sovranazionali.
E’ facile immaginare quanto la sostituzione degli stati territoriali deboli con qualche tipo di autorità legislativa ed esecutiva mondiale, dotata di effettivo potere esecutivo, risulterebbe dannosa per gli interessi delle aziende sovranazionali; possiamo quindi presumere che i processi di globalizzazione economica e di tribalizzazione politica non solo non si facciano guerra tra loro, ma siano strettamente alleati o addirittura membri della stessa congiura.”[12]
Guardare al futuro
Probabilmente il termine proletariato non è più adatto a descrivere la classe sociale che emerge dal capitalismo odierno, forse precariato potrebbe essere un nome più appropriato per descrivere quella che agli occhi di alcuni appare semplicemente come una massa informe, ma chi ha come obiettivo il superamento del capitalismo non può che proporsi di dare un progetto e un’organizzazione politica a questa classe, per fare in modo che essa influenzi il corso della storia, che non si riduca a mera reazione, cosa che avvantaggerebbe esclusivamente le classi dominanti.
Nessuno paese europeo, nel contesto attuale, è in grado di reggere la botta, di difendere i diritti dei lavoratori e di competere in un mondo globalizzato. Il neoliberismo poté affermarsi negli anni Settanta proprio perché le politiche economiche keynesiane, tarate su base nazionale, non furono in grado di garantire risultati in un mondo che andava globalizzandosi.
Non è tornando allo stato nazione che sconfiggeremo il neoliberismo, ma favorendo l’unità di classe, anche politica, a livello globale.
In questo contesto, la lotta contro l’Unione europea potrebbe rivelarsi molto presto come una lotta inutile, se non dannosa. Il ritorno a una moneta nazionale, per esempio, causerebbe molti più problemi e contraddizioni di quanti ne causa l’euro. Le politiche industriali, inoltre, non sarebbero che una copia, spesso anche mal riuscita, di quelle elaborate dal governo Renzi che, nella speranza di attrarre investitori esteri, ha propagandato nel mondo quanto sia conveniente produrre in Italia visti i bassi salari che caratterizzano ogni mansione.
Probabilmente sarebbe molto più proficuo lottare per una radicale revisione dei trattati che istituiscono l’Unione europea, tutti improntati al neoliberismo per il semplice fatto che al neoliberismo si ispiravano i governi che li hanno elaborati e firmati. Forse sarebbe più utile lottare per abbattere ogni frontiera, mentre i populisti vogliono innalzare muri.
Il contesto europeo non chiude spazi, li apre. Apre lo spazio per una battaglia costituente, per esempio. Spazio che a livello nazionale è ormai irrimediabilmente chiuso. Apre lo spazio per estendere a tutta l’Europa, e oltre, i valori delle costituzioni nate dall’antifascismo tanto invise a Jp Morgan, e per avanzare rispetto a esse. Apre lo spazio per la pubblicizzazione di molte attività produttive e di servizi essenziali, cosa che, a livello nazionale, sarebbe impossibile se non inutile. Apre lo spazio per accordi paritari e di collaborazione con paesi del Sud America o dell’Africa, accordi in base ai quali le materie prime vengono scambiate al giusto prezzo evitando lo sfruttamento dei lavoratori e l’arricchimento dei dittatori locali. Apre lo spazio per elaborare un sistema di welfare, di diritti e di garanzie a tutela dei lavoratori improntato all’eguaglianza e dal respiro universale. Apre lo spazio per una rivoluzione che potrà affermarsi solo se continentale e con aspirazioni globali. Tutto sta nell’elaborare lotte e rivendicazioni all’altezza degli spazi che si aprono.
Secondo Marx solo con lo sviluppo universale delle forze produttive possono aversi relazioni universali tra gli uomini, si possono sostituire agli “individui locali individui empiricamente universali”[13]. Ciò – dice – fa dipendere ogni popolo dalle rivoluzioni degli altri.
Il capitalismo, vista anche la concentrazione globale della proprietà dei mezzi di produzione, sembra essere giunto a questa fase della sua maturità. Ora sta a chi si propone di superarlo saper guardare avanti e saper sfruttare a proprio favore quegli elementi che già attualmente il capitalismo ha in seno e che sono fonte di innumerevoli contraddizioni al suo interno. Guardare indietro, cercare di invertire il corso della storia, non farebbe che allontanarci dal comunismo.
Il vecchio motto “proletari di tutto il mondo, unitevi!” mai come oggi è attuale, l’alternativa è la barbarie.


[1] Dror Wahrman, Imagining the middle class. The political representation of class in Britain, c. 1780 – 1840, Cambridge university press, Cambridge,1995.
Alberto Mario Banti, Le questioni dell’età contemporanea, Laterza, Roma-Bari, 2010.

[2] Tutti i dati relativi alla percentuale dei salariati sul totale degli occupati sono liberamente consultabili sulla banca dati della Banca mondiale.



[5] A questa domanda era possibile dare due risposte.



[8] Shiv Malik, Caelainn Barr, Amanda Holpuch, US millennials feel more working class than any other generation, the Guardian, 15 marzo 2016.

[9] Karl Marx, Il manifesto del partito comunista, 1848.

[10] Col termine populismo indico sempre quelli che alcuni definiscono populismi di destra. Non credo esista un populismo di sinistra. Podemos, spesso indicato come esempio rappresentativo di quest’ultimo, ha una lettura di classe della realtà sociale, una lettura nella quale il richiamo al popolo assume tutt’altra veste rispetto ai populismi.

[11] Milton Friedman, Capitalismo e libertà, IBL Libri, 2010 (prima edizione 1962).

[12] Zygmunt Bauman, Il disagio della postmodernità, Bruno Mondadori, Milano, 2002 (prima edizione 1997).

[13] Karl Marx, Friederich Engels, L’ideologia tedesca, 1846.

Fonte: Carmilla online 

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.