La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 4 febbraio 2017

Le radici dell’europeismo di sinistra

di Thomas Fazi
Ultimamente si fa un gran parlare – grazie sia a una serie di importanti riflessioni partorite da intellettuali dell’area della “sinistra radicale” (penso soprattutto ai libri Sei lezioni di economia di Sergio Cesaratto, La scomparsa della sinistra in Europa di Aldo Barba e Massimo Pivetti e La variante populista di Carlo Formenti), sia ai parziali mea culpa di personaggi come Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani – degli “errori” compiuti dalla sinistra negli ultimi decenni.
Laddove però i secondi – e D’Alema con molta più lucidità di Bersani – si limitano a criticare «la valutazione ottimistica della globalizzazione», «l’accettazione [della] logica delle riforme neoliberali che riducono le tutele sociali e i diritti del lavoro», «l’idea che… il welfare socialdemocratico fosse un peso da alleggerire» (D’Alema) e più in generale la subalternità politica, ideologica e culturale della sinistra al neoliberismo, i primi sottolineano come tale subalternità si sia manifestata anche e soprattutto nel sostegno al processo di integrazione economica e valutaria europea – giudicato positivamente invece sia da Bersani che da D’Alema – e che dunque qualunque “rifondazione” della sinistra (ammesso e non concesso che questo sia possibile, se non a patto di ripensare completamente il nostro approccio) non può che partire da un’opposizione netta alla moneta unica e più in generale ai trattati europei.
Mi trovo senz’altro più d’accordo con i primi che con i secondi. Non basta però dire: «Abbiamo sbagliato». Dobbiamo capire perché abbiamo sbagliato, e come gli errori del passato continuino a influire sul nostro modo di pensare oggi. Quello che cercherò di fare nel presente articolo, dunque, è rintracciare le radici storiche dell’europeismo di sinistra. E non per interesse storiografico, ma perché le ragioni che hanno portato la sinistra – e la sinistra europea in particolare – a sostenere attivamente, dalla metà degli anni settanta in poi, prima il processo di transizione neoliberista e poi il processo di unificazione economica europea (che è la manifestazione più estrema di quella trasformazione) sono in larga misura le stesse ragioni che portano oggi gran parte della sinistra a sostenere l’impalcatura dell’euro o comunque ad accettare l’impossibilità di un suo superamento.
Innanzitutto bisogna partire da un punto fondamentale: anche se l’avvento del neoliberismo viene solitamente associato ai governi di Reagan e della Thatcher, in diversi paesi la sinistra ha in realtà anticipato di diversi anni la destra nello smantellamento del modello keynesiano. Un esempio su tutti: il primo governo a dichiarare “morto” il keynesismo fu il governo laburista inglese di James Callaghan nel 1976, che giustificò nella seguente maniera la scelta del suo governo di accettare un prestito molto oneroso da parte del Fondo monetario internazionale in cambio del quale il governo si impegnava ad implementare un rigido programma di austerità:
«Il mondo confortevole che ci avevano detto sarebbe durato per sempre, dove la piena occupazione sarebbe stata garantita da un tratto di penna del Cancelliere, attraverso la riduzione delle tasse o la spesa in disavanzo, ecco: quel mondo accogliente se n’è andato per sempre… Io vi dico in tutta franchezza che tale opzione non esiste più, e che nella misura in cui è mai esistito, ha avuto solo l’effetto di iniettare una dose maggiore di inflazione nell’economia.»
È difficile sovrastimare l’impatto del discorso di Callaghan: di fatto esso delegittimò il modello keynesiano ben tre anni prima dell’elezione della Thatcher, che ebbe dunque gioco (relativamente) facile a smantellare quel modello quando salì al governo, a livello ideologico prima ancora che politico. Un altro esempio clamoroso è ovviamente quello di François Mitterrand, che nel 1983 – ovvero due anni dopo essere stato eletto su una piattaforma esplicitamente socialista ed anticapitalista – fece inversione di marcia e adottò un programma drasticamente neoliberista di tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni e compressione salariale.
È interessante notare che sia Callaghan sia Mitterrand giustificarono la loro “svolta neoliberista” più o meno allo stesso modo: dicendo che ormai il mondo era cambiato e che la globalizzazione (e in particolare la natura sempre più globale dei flussi finanziari) rendeva “impossibile” qualunque strategia economica nazionale (in particolare di carattere progressista/redistributivo) poiché in tal caso il governo in questione sarebbe immediatamente diventato oggetto di fughe di capitale, squilibri della bilancia dei pagamenti, attacchi speculativi da parte del capitale finanziario, ecc.
In sostanza, buona parte della sinistra europea tra la metà degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta concluse che quella che oggi noi chiamiamo globalizzazione era un fenomeno “ineluttabile” che stava inesorabilmente erodendo la sovranità nazionale, e che era un dovere della sinistra prendere atto di questo cambiamento. Come dichiarò Mitterrand all’epoca: «La sovranità nazionale non significa più granché e non ha più molto spazio nell’economia mondiale moderna». La sinistra socialista ha dunque giocato un ruolo cruciale, prima ancora che nella creazione della moneta unica, nella delegittimazione delle politiche keynesiane e soprattutto nel passaggio a una visione post-statuale e post-sovrana del mondo, spesso anticipando la destra su questi temi. Tanto per rimanere nel Regno Unito, sappiamo bene che fu la Thatcher ad opporsi all’ingresso del paese nell’euro, non la sinistra (che probabilmente vi sarebbe entrata se fosse stata al governo).
Si noterà infatti che queste sono (a grandi linee) le medesime argomentazioni che vengono addotte oggi per giustificare l’impossibilità dell’uscita dall’euro. La frase di Mitterrand è identica alle frasi che oggi sentiamo ripetere a reti unificate non solo da esponenti dell’apparato politico-economico ma anche da esponenti della sinistra come Yanis Varoufakis e altri, che ci continuano a ripetere che «lo stato-nazione di oggi non ha nessun potere» – come ha dichiarato Varoufakis al recente incontro di lancio della piattaforma DIEM25 a Roma – e che l’unica via è il cambiamento sovranazionale.
E non è un caso. Le succitate “svolte” sono ormai entrate nella mitologia della sinistra e oggi vengono citate a (presunta) dimostrazione del fatto che «da soli non si va da nessuna parte». Della serie: «Se non ce l’hanno fatta loro all’epoca a sfidare il capitale a livello nazionale, quando le condizioni erano molto più favorevoli, come possiamo pensare di riuscirci oggi?» Questo implica però che non vi fosse un’alternativa all’epoca. Ma così non è: strategie alternative erano state sviluppate e proposte per esempio da Tony Benn nel Regno Unito e dalla sinistra del Partito Socialista in Francia. Strategie che prevedevano una socializzazione graduale della produzione e degli investimenti, una maggiore democrazia industriale, l’introduzione di controlli ancora più ferrei sui movimenti di capitale e sulle merci, ecc., ma queste furono categoricamente scartate dalle dirigenze dei partiti socialdemocratici.
Come mai? Le ragioni sono molteplici e non possono essere tutte affrontate in questa sede. Mi concentrerò dunque su quella che ritengo una delle cause fondamentali: la crisi strutturale del keynesismo aveva determinato un conflitto distributivo lavoro-capitale e una compressione dei profitti che non poteva risolversi in una maniera consensuale e che necessitava una risposta di qualche tipo, o a favore del capitale, per mezzo di una riduzione dei salari e più in generale del potere dei sindacati, o a favore dei lavoratori, attraverso una graduale socializzazione dei mezzi di produzione e degli investimenti e una riduzione della sfera dell’iniziativa privata. Il problema è che buona parte della sinistra socialdemocratica e comunista o non capì ciò che stava avvenendo – diversi intellettuali della sinistra europea del dopoguerra videro nel keynesismo una forma embrionale di socialismo piuttosto che un particolare regime di accumulazione capitalistica, quale effettivamente fu, e si ritrovarono dunque privi degli strumenti teorici necessari per capire la crisi capitalistica che investì il keynesismo, illudendosi di poter risolvere il conflitto distributivo nei limiti angusti del quadro socialdemocratico – o non ebbe il coraggio di mettere seriamente in discussione i “fondamentali” del sistema.
Il caso del Partito Comunista Italiano (PCI) è emblematico. Come scrive Sergio Cesaratto nel suo recente libro Sei lezioni di economia, il PCI era «costantemente ossessionato dall’esistenza di “interessi generali” (inter-classisti per così dire) che avrebbero reso ogni avanzamento operaio sovversivo per il sistema, e dunque a rischio di una reazione violenta del capitale… L’ala dominante del PCI riteneva le lotte operaie fondamentalmente incompatibili con la democrazia occidentale». Una paura a ben vedere non del tutto infondata, se pensiamo alle enormi pressioni esercitate sull’Italia (come su altri paesi) affinché non uscisse dai binari del patto atlantico.
Ed è per questo che in molti casi fu proprio la sinistra che, avendo accettato l’impossibilità di una svolta nella direzione di un riformismo radicale, finì di fatto per avallare ideologicamente e politicamente il neoliberismo come unica soluzione alla sopravvivenza del capitalismo. Ed è qui che entra il gioco l’ideologia europeista: avendo rinunciato a combattere il capitale sul terreno nazionale, la sinistra – anche per continuare a giustificare la propria esistenza – introiettò l’idea che il cambiamento era possibile solo a livello continentale, europeo. Cambiamento che però non poteva che essere di facciata, avendo la sinistra accettato le prescrizioni neoliberiste come unica soluzione alla crisi del keynesismo.
Non a caso il principale fautore dell’euro fu proprio un socialista francese, ex ministro del governo Mitterrand: Jacques Delors. Fu lui, nelle vesti di commissario europeo dal 1985 al 1995 che prima convinse tutti i paesi europei a liberalizzare i movimenti di capitale e poi avviò il processo che porterà infine all’eurozona: dall’Atto unico del 1986 – in cui furono formalizzate le fondamenta neoliberiste della costituzione economica europea, dalla libera circolazione dei capitali al divieto (de facto) delle politiche industriali (attraverso la normativa sugli aiuti di Stato) – fino al Trattato di Maastricht del 1992, che fissò i termini della fase finale dell’unione monetaria, dall’indipendenza assoluta della Banca centrale europea dagli Stati nazionali, alla flessibilizzazione del lavoro, ai limiti al deficit e al debito pubblico.
È interessante seguire il ragionamento che fece Delors, che sostanzialmente era il seguente: «Poiché abbiamo scelto di istituire un sistema di cambi fissi (che era lo SME), visto che però in quel sistema la politica monetaria la decide la Bundesbank e visto che liberalizzando i movimenti di capitale gli Stati europei hanno ulteriormente ridotto la loro capacità di gestire la politica monetaria, allora l’unica soluzione è andare verso l’unione valutaria». Il che tradotto voleva dire: «Visto che abbiamo scelto di legarci volontariamente le mani coi cambi fissi e con la liberalizzazione dei capitali, allora l’unica soluzione è stringere ancora di più la corda creando un’unione monetaria». Un palese non sequitur. Anche qui però è impossibile non riconoscere le affinità con i discorsi che oggi ci vengono propinati dagli integrazionisti di sinistra alla Varoufakis, che sostanzialmente dicono: «Visto che abbiamo scelto volontariamente di metterci addosso una camicia di forza da cui è impossibile liberarsi (l’euro), ora l’unica soluzione è metterci addosso una camicia di forza ancora più stretta trasferendo ancora più sovranità all’Europa».
Che dire? Le responsabilità della sinistra nel disastro attuale sono fin troppo evidenti e vanno ben al di là del sostegno al processo di unificazione monetaria: è stata proprio la sinistra, infatti, negli ultimi quarant’anni, a consolidare l’idea dell’impotenza – se non addirittura della “morte” – dello Stato-nazione nell’era della globalizzazione. Principio che fu invocato al tempo per giustificare la creazione della moneta unica e che viene oggi invocato per escludere la possibilità di un suo superamento. Noi italiani poi ci siamo distinti in maniera particolare in questo campo: fu proprio un noto intellettuale italiano, Antonio Negri, a catturare lo zeitgeist di sinistra di fine anni novanta col suo libro Impero (scritto insieme a Michael Hardt), in cui sostanzialmente teorizzava la fine definitiva dell’imperialismo statuale, sostituito, secondo gli autori, da una sorta di imperialismo transnazionale delle multinazionali. Questo qualche anno prima che gli Stati Uniti scatenassero una serie di guerre neocoloniali e neoimperialiste in giro per il mondo, mettendo in evidenza la continua centralità dello Stato nell’era della globalizzazione neoliberista.
E qui entra in gioco un altro clamoroso errore analitico della sinistra, che ha ulteriormente contribuito ad avallare ideologicamente l’euro: ossia quello di aver inteso il neoliberismo come un processo di erosione se non addirittura di superamento dello Stato a favore del mercato – in virtù di presunte dinamiche capitalistiche esterne agli Stati (cambiamenti tecnologici, ecc.) e che questi potevano fare poco per contrastare – quando in realtà è palese che lo Stato ha giocato e continua a giocare un ruolo assolutamente centrale nella gestione del neoliberismo e dei processi di accumulazione capitalistica. Sono gli Stati che hanno promosso e continuano a promuovere l’internazionalizzazione dei processi di produzione (anche se forse con Trump le cose si apprestano a cambiare), la liberalizzazione del commercio, la deregolamentazione della finanza, la liberalizzazione dei flussi di capitale, ecc., che hanno in sostanza creato quell’architettura internazionale che oggi chiamiamo globalizzazione neoliberista; allo stesso modo sono sempre gli Stati che oggi garantiscono le condizioni per l’accumulazione capitalistica a livello nazionale, attraverso la compressione salariale, la deregolamentazione del mercato del lavoro (vedasi Jobs Act), la repressione dei movimenti di protesta, la creazione del consenso, e così via; e, infine, sono sempre gli Stati che devono intervenire per salvare le grandi imprese (soprattutto finanziarie ma non solo, e in Italia gli esempi non mancano) quando queste rischiano la bancarotta. Di quale “fine dello Stato” stiamo parlando esattamente?
C’è tutta una parte della sinistra odierna che però sembra ignorare questo fatto e ancora continua a giustificare il processo di integrazione europea in virtù di una presunta obsolescenza dello Stato che non trova assolutamente nessun riscontro nei fatti. Questo è particolarmente grave perché non capire la centralità dello Stato all’epoca del neoliberismo impedisce poi di capire come funziona realmente l’eurozona. Essenzialmente si confonde la riduzione del potere statuale – che è in larga parte un mito – con la riduzione della sovranità nazionale, che invece c’è stata eccome, soprattutto in Europa. Ma è evidente che in Europa e in particolare nell’eurozona la sovranità nazionale non è stata “usurpata” dalla globalizzazione o dai mercati finanziari (il che implicherebbe una certa irreversibilità di tale processo); al contrario, è statavolontariamente ceduta dagli Stati nazionali ad organizzazioni sovranazionali quali la Commissione europea e la BCE al fine anche di creare un “vincolo esterno” artificiale che offre alle autorità politiche nazionali organismi o presunti “fattori oggettivi” esterni su cui scaricare la responsabilità di scelte politiche impopolari, in primis la compressione salariale e lo smantellamento delle tutele del lavoro.
Il processo trentennale che abbiamo qui brevemente tratteggiato ha determinato una situazione paradossale, nel senso che oggi abbiamo molte persone a sinistra che riconoscono che l’euro è stato un errore; accettano che una riforma keynesiana/progressista dell’eurozona non è possibile (un fatto ormai acclarato anche da numerosi esponenti del mainstream, vedi Stiglitz e altri); ma allo stesso tempo, proprio in virtù di questa eredità ideologica, rimangono convinti che dall’euro non si possa uscire. Si tratta di una posizione politicamente suicida: accettare da un lato che l’euro non è riformabile ma sostenere dall’altro che non esiste altro orizzonte all’infuori dell’euro vuol dire accettare che la sinistra – e parlo della sinistra di estrazione socialista – non ha più alcun ruolo da giocare in Europa. I movimenti socialisti e rivoluzionari si sono sempre fondati sull’idea che esistesse un orizzonte ideale verso il quale tendere. Era proprio quell’orizzonte ideale ad animare le speranze di milioni di persone. È evidente, però, che dentro l’euro non c’è spazio per alcun orizzonte ideale che non sia quello di una rivoluzione continentale che rimane tanto irrealizzabile oggi quanto lo era cento anni fa, checché ne dicano i neotrotskisti come Varoufakis.
Oggi come ieri, l’unico orizzonte entro il quale è possibile immaginare un progetto di trasformazione radicale della realtà – con tutte le sfide e le difficoltà che questo comporta – è e rimane quello nazionale. Sarebbe a dire che un programma realmente emancipatorio è concepibile solo fuori dall’euro. Personalmente ritengo che salvaguardare quell’orizzonte ideale sia sufficientemente importante da giustificare i rischi di una strategia politica che abbia il coraggio di guardare oltre l’euro. Senza minimizzare i costi di un’uscita, ma mettendo in discussione alcune delle verità acquisite, in particolar modo a sinistra, sul presunto “tramonto dello Stato-nazione”. In un libro che sto ultimando con l’economista australiano Bill Mitchell cerchiamo precisamente di mostrare come gli Stati economicamente avanzati che dispongono di sovranità monetaria abbiano a disposizione tutti gli strumenti tecnici e finanziari per garantire giustizia sociale, piena occupazione e stabilità economica, e come i numerosi “vincoli esterni” che vengono spesso invocati per dimostrare l’impotenza delle singole nazioni sono, nella maggior parte, vincoli autoimposti.
In conclusione, possiamo dire che i problemi della sinistra europea vanno rintrecciati soprattutto nella sua incapacità, da almeno trent’anni a questa parte, di concepire una realtà alternativa al neoliberismo, nonché nella sua accettazione acritica dell’idea della morte dello Stato-nazione. Da ciò deriva anche l’incapacità di immaginare un futuro (a sinistra) fuori dall’euro.

Fonte: senso-comune.it

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