La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

lunedì 9 novembre 2015

Il Paese dove fioriscono i limoni

di Domenico Finiguerra
Nel 1795, nel romanzo di formazione Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister, Goethe faceva cantare così Mignon, la ragazzina di origini italiane che Wilhelm incontra tra un gruppo di danzatori di strada, decidendo di prenderla sotto la sua protezione:
Conosci tu il paese
dove fioriscono i limoni?
Brillano tra le foglie cupe
le arance d’oro,
Una brezza lieve
dal cielo azzurro spira,
Il mirto è immobile,
alto è l’alloro!
Lo conosci tu?

L'impossibile connessione tra capitalismo e democrazia

di Franco Astengo
Osservatori attenti e di lunga esperienza quali Marc Lazar e Ilvo Diamanti hanno posto in evidenza come, nella fase di modernità della comunicazione di massa, stia rivelandosi impraticabile la connessione tra capitalismo e democrazia e come ci si stia avviando verso forme di nuovo autoritarismo. Scompaginamento sociale, crisi del modello di partito, personalizzazione, individualismo competitivo paiono rappresentare la frontiera di una dimensione di vero e proprio “abbattimento” dei meccanismi storicamente collaudati della rappresentanza, del confronto, della decisionalità. 
La struttura decisionale delle politiche pubbliche dell’Unione Europea, dopo il fallimento del tentativo di costituzionalizzazione avvenuto all’epoca dei Trattati di Nizza e di Lisbona, è apparsa, per un certo periodo, il “punto – limite” di un assestamento del processo di riduzione della democrazia novecentesca di stampo parlamentare, ma adesso ci si sta inoltrando per sentieri apparentemente non ancora battuti: l’U.E., cresciuta a dismisura e con un Parlamento pletorico e dalle prerogative vieppiù incerte, sta lasciando via libera a esprimenti di inediti accentramenti di espressione del potere, tra i quali il “caso italiano” assume sicuramente un ruolo di preminenza, quasi un modello per altre situazioni.

Ricominciare a tessere. Se la voce di Gaia esce dal silenzio

di Cristina Mattiello
C’è una voce, a lungo «costretta al silenzio dalla voce maschile», una voce che è altra dalle innumerevoli voci di donne altrettanto costrette al silenzio nei secoli, ma che tutte le accoglie, le comprende e in qualche modo le origina. È la voce di Gaia, una voce che, come afferma la teologa cattolica statunitense Rosemary Radford Ruether, «non si traduce in leggi o in conoscenza intellettuale, ma ci chiama alla comunione con tutte le creature». Solo ascoltandola possiamo guarire: curare la Terra per curare noi stessi. L'ecoteologia femminista, come il femminismo stesso, il pensiero ecologico e la Teologia della Liberazione, che sono le sue fonti, è di per sé plurale, una diversità di linee di ricerca in fieri che travalicano i confini spaziali e quelli tra le religioni e si intersecano nell'elaborazione teorica e nel vissuto reale dei gruppi di donne. Con un fondamento comune: il nesso privilegiato tra donna e natura.

Giubileo come Expo, in fondo che differenza c’è?

di Ilaria Bonaccorsi
Il papa è buono e voleva tanto cambiare la Chiesa. Poi mannaggia, ancora due corvi (un po’ come i gufi della politica che frenano l’ardore di cambiamento del premier Renzi) glielo vogliono impedire. Cattivi! Anzi cattivoni, è proprio il caso di dirlo. Far uscire documenti riservati e conversazioni private – anche del pontefice – dai quali si evincono le sterminate risorse del Vaticano e l’uso (o l’abuso) che ne viene fatto, non è ammissibile. E così si corre ai ripari: in galera la strana coppia di corvi (monsignor Vallejo Balda e Francesca Immacolata Chaouqui, rispettivamente l’economo e la commissaria del papa), fonti segrete di due libri che preoccupano il Vaticano (Via crucisdi Gianluigi Nuzzi e Avarizia di Emiliano Fittipaldi) perché offuscano l’ardore di “cambiamento” anche di Francesco. Imponendo una “trasparenza”, questa volta non desiderata, su ricchezze sterminate, immobili per quattro miliardi di euro, decine di scandali finanziari, fondazioni vaticane dedicate ai bambini che investono migliaia e migliaia di euro per le case di cardinali importanti e soldi, tanti soldi, di imprenditori indagati ancora nascosti dallo Ior.

Non solo slot: ogni anno 2 miliardi di 'Gratta e vinci

di Luca Sappino
Anche in questa legge di stabilità la voce “giochi” ha il segno più. Quelle di chi gioca d’azzardo sono tasche a cui non si smette di attingere, inventando nuovi giochi (sono 57 i diversi “gratta e vinci”, 11 le lotterie, cinque i giochi tipo Superenalotto), facendo pubblicità, tassando un po’ di più chi gestisce il mercato. Ed è questa, in particolare, la via scelta dal governo Renzi (che punta a raccogliere così 600 milioni di euro in più), che però ha anche scelto, come contropartita per gli operatori delle slot, di rinnovare tutte le concessioni in scadenza e di sanare circa 5mila negozi, centri scommesse, o corner irregolari.
È in questo quadro che durante un recente question timealla Camera, il ministero dell’Economia e delle Finanze ha reso pubblico un dato abbastanza sconcertante che riguarda però i “gratta e vinci”, all’apparenza così meno voraci delle slot. Con un’interrogazione a risposta immediata il deputato di Sinistra italiana, Giovanni Paglia ha chiesto al governo: «Quanti sono i biglietti del tipo “Gratta e Vinci” venduti negli anni 2012, 2013 e 2014?».

Europa, Italia, Eritrea: patto di sangue

di Gianni Ballarini
Uscita dalle stanze del potere eritreo, la delegazione italiana sprizzava ottimismo nei commenti: «Dialogo aperto e franco», il giudizio di Raffaele De Lutio, direttore centrale per i paesi dell’Africa subsahariana della Farnesina. «Una svolta», la chiosa di Stefano Pontesilli, ambasciatore italiano ad Asmara. La missione ad alto livello in Eritrea era composta anche da Giampaolo Cantini, direttore generale della Cooperazione italiana e da Cristina Rovaglia, direttrice generale del dipartimento per gli italiani all’estero e delle politiche migratorie.
Il 24 marzo scorso, gli alti funzionari del ministero sono stati ricevuti dal presidente Isaias Afwerki, dal suo eterno consigliere politico Yemane Gebreab e dall’uomo forte dell’esecutivo, il generale Sebhat Ephrem, ex ministro della difesa, ora a capo del dicastero delle miniere e dell’energia, l’uomo che non solo conosce molto bene l’esercito, ma che attualmente gestisce i rapporti economici con chi vuole investire nel paese.

Nella morsa delle mafie

di Pierpaolo Romani
Era il 1991 quando a Tuarianova, in Calabria, la testa di un consigliere comunale fu lanciata in aria e usata per il tiro al bersaglio.L’eccidio creò grande scalpore in Italia e il governo in carica, secondo una logica emergenziale che per lunghi anni ha accompagnato la legislazione antimafia, emanò un decreto: venne introdotta così nell’ordinamento la possibilità di sciogliere per infiltrazioni e condizionamento mafioso i consigli comunali e provinciali. 
La norma era stata pensata come una misura di carattere preventivo, la cui ratio può essere riassunta in questo modo: essendovi il fondato sospetto che si sia verificata la circostanza per cui la pubblica amministrazione non persegue il bene comune ma finalità illegali e criminali, lo Stato interviene con un’azione di bonifica capace di ripristinare la legalità e di creare le condizioni perché al governo della comunità vi siano persone oneste e competenti.

Cento milioni di nuovi poveri a causa dei cambiamenti climatici

di Megan Rowley
Da un nuovo rapporto della Banca mondiale emerge che le crisi legate ai cambiamenti climatici – come alluvioni, carestie e ondate di calore – danneggiano soprattutto le persone più povere delle zone colpite.
Altre cento milioni di persone potrebbero finire sotto la soglia di povertà entro il 2030 a causa degli effetti dei cambiamenti climatici. Le regioni maggiormente colpite saranno l’Africa subsahariana e il Sudest asiatico. 
L’impatto più profondo viene dal settore agricolo. Secondo quanto previsto dai modelli elaborati, i cambiamenti climatici minacciano di provocare perdite globali nelle rese dei raccolti per valori che si aggirano intorno al 5 per cento entro il 2030 e toccano il 30 per cento entro il 2080. 

Partecipazione e deforma costituzionale: tempi duri per la sovranità popolare

di Carlo De Marco
Il ruolo attivo dei cittadini nell’esercizio dei pubblici poteri, in un processo che ri-accentra questi nelle mani dello Stato, non si colloca bene. Anzi, il neo-centrismo nega la partecipazione popolare che nel disegno dei Costituenti rappresenta, invece, una delle due facce (fra loro coessenziali) della sovranità del popolo. Esiste, infatti, un’evidente linea armonica che fonda il dinamico combinato disposto fra gli artt. 1; 3, 2° comma; 49; 56; 58 Cost. La sovranità popolare, in altri termini, si esercita attraverso l’elezione a suffragio universale e diretto dei rappresentanti che eserciteranno i poteri, ma anche attraverso l’effettiva partecipazione di tutti al loro esercizio. L’art. 5 Cost., inoltre, si colloca vicino all’art. 3: la Repubblica delle autonomie sarebbe destinata a favorire la presenza attiva dei cittadini in un futuro quadro istituzionale in cui primeggia il livello territoriale e locale dei pubblici poteri.

Requisitoria contro la Tav


Domenica 8 novembre 2015 è stata pronunciata una sentenza storica di condanna dell’intero SISTEMA DELLE GRANDI OPERE.
Una sentenza che accoglie l’impianto accusatorio e lo rafforza, che riconosce la violazioni di diritti fondamentali non soltanto in Val di Susa, che denuncia la violazione di convenzioni internazionali da parte degli stati che le hanno sottoscritte, che chiede per la Valsusa la sospensione dei lavori e la cessazione dell’occupazione militare.
Le requisitorie
1. Presidente, giudici,
compete a me, in rappresentanza dei ricorrenti, tirare le somme di queste due giornate e rivolgere a voi le nostre richieste. Lo faccio – non lo nascondo – con grande emozione. Mi è accaduto spesso, in oltre 40 anni di magistratura, di assumere conclusioni in processi complessi e delicati. Ma oggi è diverso. Perché, mano a mano che procedevano i lavori, è accaduta una cosa inedita: i ricorrenti sono come scomparsi e la scena è stata occupata da un movimento di popolo imponente che, con forza e determinazione, ha chiesto giustizia. Si tratta di un movimento di cui la comunità della Val Susa è, in qualche modo, esponenziale.

Per Luciano, il grande sociologo che difese il lavoro

di Curzio Maltese
Quando ho sentito a Bruxelles la notizia della morte di Luciano Gallino mi è tornata in mente un’immagine della più bella autobiografia mai scritta, Dei miei sospiri estremi, di Luis Bunuel. Verso la fine del libro e della vita, ormai ottuagenario, il grande maestro surrealista, “ateo per grazia di Dio”, racconta un sogno, quello di uscire qualche volta dal cimitero per andare soltanto fino all’edicola, comprare l’ultima edizione e vedere a che punto sia giunta la follia del mondo. Fino agli ultimi mesi, ormai provato dalla malattia, dalle operazioni e dai ricoveri, Luciano Gallino è rimasto un uomo profondamente appassionato al futuro del nostro Paese, dell’Europa, del mondo. 
Uno sguardo lungo che ha ispirato le sue ultime opere, per così dire pedagogiche, dove ha cercato di spiegare con parole semplici alle generazioni più giovani quanto stava accadendo nelle società occidentali, in gran parte alle loro spalle. Da molto tempo i fatti si erano incaricati di dare ragione alle sue lucide, chiarissime analisi s ul l’evoluzione del capitalismo globalizzato e sulle conseguenze catastrofiche di una sballatissima costruzione dell’Unione europea.

Tutti gli esuberi del finanzcapitalismo

Intervista a Luciano Gallino di Giuliano Battiston
Luciano Gallino, tra i più autorevoli sociologi italiani, è morto ieri, 8 novembre 2015, a Torino. Lo ricordiamo con un’intervista apparsa nello speciale “Democrazia al lavoro”, a cura de il manifesto e di Sbilanciamoci.info, in occasione dello sciopero generale della Fiom dell’11 febbraio 2012 .
Nel suo ultimo libro, Finanzcapitalismo, analizza la trasformazione del passato capitalismo produttivo nell’attuale capitalismo dei mercati finanziari. Una trasformazione durante la quale come nuovo criterio guida dell’azione economica viene adottata la massimizzazione del valore per l’azionista. In che termini questo paradigma ha dato vita a una nuova concezione dell’impresa, favorendone quell’irresponsabilità da lei già criticata ne L’impresa irresponsabile?
"La concezione dell’impresa è stata trasformata con grande rapidità, non solo sul piano teorico ma anche nella pratica della gestione e del governo delle imprese, soprattutto dopo gli anni Ottanta del Novecento, quando si è passati da una concezione che potremmo definire istituzionale dell’impresa – per cui essa è o dovrebbe essere un insieme di complessi rapporti sociali tra proprietari, dirigenti, dipendenti, fornitori, comunità locali – a una concezione prevalentemente contrattualistica.

Guardo a sinistra e vedo triplo

di Carlo Clericetti
Sinistra italiana, sinistra civatiana, sinistra giapponese. Non è vero che in Italia la sinistra è scomparsa, il problema è che ce ne sono troppe. La prima è quella che ha dato inizio a una "fase costituente" per un nuovo partito, e il suo manifesto è stato sottoscritto da sei sigle (oltre a Sergio Cofferati e Andrea Ranieri): Sel, Prc, L'altra Europa con Tsipras, Futuro a Sinistra (l’associazione di Stefano Fassina), Act, Possibile. Quest'ultima, però - quella guidata da Pippo Civati - mostra di voler mantenere una sua autonomia, con i suoi parlamentari che non aderiranno ai gruppi che Sinistra italiana sta costituendo in Senato e Camera e forse con candidati propri alle prossime amministrative. E infine c'è la "sinistra giapponese", cioè di coloro che vogliono continuare a combattere all'interno del Pd e ad uscirne non ci pensano proprio, come ha chiarito definitivamente Pier Luigi Bersani nella sua ultima intervista. Che cosa impedisce una Syriza all'italiana, che farebbe aumentare le possibilità di tornare ad avere un partito di sinistra con una massa critica sufficiente a contare davvero?

Portogallo. Domani a casa il governo delle destre

Intervista a Pedro Felipe Soares di Argiris Panagopoulos
“Martedì si manda via il governo della destra e si apriranno nuove strade per i cambiamenti in Portogallo e in Europa con l’abbandono dell’austerità e sostenendo la nostra gente, il lavoro, la democrazia e i diritti”, ha detto ad “Avgi” il capogruppo del Blocco di Sinistra, Pedro Felipe Soares.
La gente progressista, democratica e di sinistra ha l’impressione che in Portogallo abbiano tentato di fare una specie di colpo di stato. 
"Il presidente della repubblica Cavaco Silva ha dato il mandato della formazione del governo al leader della destra. Martedì cercheranno di appoggiare al parlamento un governo che non ha la maggioranza. In questo momento il Partito Socialista e Comunista, il Blocco di Sinistra e i Verdi, stiamo elaborando un accordo per sostenere un governo alternativo. I nostri negoziati hanno come obbiettivo la formazione di un governo che potrà garantire la crescita dei redditi dei cittadini colpiti dalla crisi, l’aumento dei redditi famigliari, l’aumento del salario minimo e specialmente delle pensioni più basse e l’abolizione dei tagli agli stipendi nella pubblica amministrazione. L’aumento del salario minimo è molto importante perché riguarda un numero molto grande di lavoratori in Portogallo. Abbiamo come obbiettivo aumentare il salario minimo a 600 euro fino al termine della legislatura, che avverrà dopo quattro anni."

Finito Expo, nasce il partito di Expo

di Roberto Maggioni
Tra poco del parco tematico che ha messo in fila 21 milioni di persone non resterà quasi più nulla. L’eredità di Expo sono tante eredità : tante quante le persone che vi hanno partecipato e tanti quanti gli interessi che ha mobilitato.
Una Expo partita con un progetto e finita in un altro, impantanata per tre anni nella gestione Moratti-Formigoni-Berlusconi , sbloccata dalla nomina del commissario unico, Giuseppe Sala , l’uomo simbolo dell’Esposizione. Con la città ospitante, Milano , sotto al faro che Expo ha tenuto acceso per tutto il 2015 e che ora non dovrà spegnersi.
Tra le eredità di Expo c’è quella per le casse pubbliche: alla fine ci sarà un segno più o meno? 1.3 miliardi per costruire il sito, 120 milioni per acquistare i terreni, 800 milioni per la gestione dei sei mesi, altri 90 per i servizi extra di Milano. Per il pareggio dei soli 800 milioni di gestione bisognava vendere 24 milioni di ticket a una media di 22 euro a biglietto. Non è andata così, tra sconti, ingressi a 5 euro e meno ticket venduti.

La forza come sintomo di debolezza

di Paolo Missiroli
La prima impressione che sorge di fronte alla violenza operata a Bologna contro i manifestanti è di scoramento. La partecipazione non si fa solo, ma si fa anche in piazza. Pensare che non ci siano le condizioni di possibilità per tali movimenti a fronte di una tale violenza, è quasi istintivo. Come organizzare una resistenza concreta, se poi questa resistenza può essere “disattivata” senza troppa difficoltà? Come pensare di costruire un movimento partecipato, costruttivo se in queste modalità terminano moltissime delle manifestazioni più partecipate degli ultimi anni?
Mi pare importante cercare di ribaltare quest’impressione, senza dimenticare la gravità della situazione e i problemi che questa svolta alla Bava Beccaris della gestione dei problemi di agitazione sociale comporta.
In effetti è esattamente il contrario. L’utilizzo massivo di questo tipo di violenza, lungi dal manifestare una forza del sistema (mi si perdoni l’utilizzo di questi termini così vaghi, ma vorrei non parlare solamente a chi ha studiato filosofia) ne manifesta una profonda debolezza. Cos’è il potere?

La fine del ciclo progressista

di Raúl Zibechi
Ognuno sceglie il luogo dal quale guardare il mondo, ma questa scelta ha delle conseguenze e determina ciò che si può vedere e ciò che irrimediabilmente sfugge. Il punto di osservazione non è mai un luogo neutrale, così come non lo può essere colui che osserva. Di più, l’osservatore è modellato dal luogo che sceglie per realizzare il suo compito, al punto che cessa di essere mero spettatore per diventare partecipe – per quanto si dica obiettivo – della scena che crede solamente di osservare.
Di fronte a noi, si dispiegano gli sguardi più diversi: da quelli localizzati negli stati (partiti, forze armate, accademie), a quelli che provengono dai paesi potenti e dal capitale finanziario, fino agli sguardi radicati nelle comunità indigene e nere e nei movimenti antisitemici. Una vasta gamma che, con una certa arbitrarietà, possiamo sintetizzare come sguardi de arriba (di sopra, ndt) e sguardi de abajo (di sotto, ndt).

Autonomia scolastica: dentro o fuori dalla Costituzione?

di Antonia Sani
Autonomo/a è chi, libero/a da qualsiasi forma di condizionamento, decide in piena indipendenza delle proprie scelte, dei propri comportamenti. Il termine greco “nomos-legge” è tuttavia stringente: l’autonomia non può essere disgiunta dal principio di responsabilità . In questo senso autonomia e libertà formano nella Costituzione italiana un nesso inscindibile in cui autonomia rappresenta l’esercizio della libertà secondo comportamenti liberamente scelti (ma non lesivi delle istituzioni democratiche e dei rapporti civili e sociali). “La libertà personale è inviolabile” recita l’Art.13/Cost, ma poi seguono i casi in cui può – nei limiti stabiliti dalla legge- essere violata…
La deformazione del significato autentico inizia a partire dall’ambito lavorativo, dove “lavoro autonomo”, da sinonimo di attività indipendente (libera professione, creazione-conduzione di azienda…) assume sempre più il significato di “iniziativa privata”, con tratti e caratteristiche “esclusive” che la distinguono dal “pubblico impiego”, vissuto dall’opinione pubblica come una sorta di calderone indistinto.

Contratto modello Eataly. Un accordo pericoloso

di Clash City Workers
Qualche giorno fa, è stato siglato il contratto integrativo aziendale (CIA) per i circa 1890 dipendenti del gruppo Eataly. Protagonisti, da un lato, i sindacati Filcams-CGIL, Fisascat-CISL e Uiltucs, e la dirigenza aziendale capitanata da Francesco Farinetti dall’altro.
L’evento fa notizia (qui, qui e qui): si parla di “armonia di intenti per i sindacati”, di “accrescimento dei processi di partecipazione dei dipendenti” e di “nuove forme di welfare aziendale”. Eataly da parte sua ne esce indubbiamente rafforzata, dando di sé l’immagine di un’impresa multinazionale sostenibile, in grado di coniugare crescita, qualità del prodotto e diritti sul lavoro. Un risultato in grado di sostenere le scelte del nuovo presidente esecutivo Andrea Guerra, già consigliere economico di Matteo Renzi, il quale ha accelerato l’ingresso in borsa del gioiello di famiglia Farinetti.

E la lotta di classe si sposta tra i banchi di scuola

di Marco Lodoli
Per alcuni decenni la scuola è servita anche ad avvicinare le classi sociali: nelle aule convergevano interessi e aspettative, si respirava la stessa cultura, si creavano possibilità per tutti. In fondo al viale si immaginava un mondo senza crudeli differenze, senza meschinità e ingiustizie. La conoscenza era garanzia di crescita intellettuale, e anche sociale ed economica. Chi studiava si sarebbe affermato, o quantomeno avrebbe fatto un passo in avanti rispetto ai padri. Tante volte abbiamo sentito quelle storie un po' retoriche ma autentiche: il padre tranviere che piangeva e rideva il giorno della laurea in medicina del suo figliolo, la madre che aveva faticato tanto per tirare su quattro figli, che ora sono tutti dottori.
Oggi le cose sono cambiate radicalmente. Chi viaggia in prima classe non permette nemmeno che al treno sia agganciata la seconda o la terza: vuole viaggiare solo con i suoi simili, con i meritevoli, gli eccellenti, i vincenti. "A me professò 'sto discorso del merito mi fa rodere. La meritocrazia, la meritocrazia... ma che significa?

Logistica. La lotta degli “invisibili”

di Carmine Tomeo
Il 29 e 30 ottobre c’è stato uno sciopero generale che non ha avuto grande risalto nella stampa main stream. Stiamo parlando dello sciopero di quelli che comunemente vengono chiamati “facchini”, cioè i lavoratori della logistica, proclamato da Si Cobas e Adl Cobas. Ma dietro il termine “facchini” si dispiega una miriade di lavori, di solito precari, sottopagati, con pochi diritti; con molte ore di lavoro ogni giorno, per svolgere un lavoro spesso massacrante. Insomma, i “facchini”, oggi, sembrano incarnare il lavoratore tipo di domani che è nelle idee del padronato, di Squinzi, di Marchionne, del presidente del Consiglio, Matteo Renzi.
Un lavoro spesso invisibile, che magari si è soliti associare semplicemente al gesto della consegna di un pacco con corriere espresso. Ma quell’immagine non è che la parte più immediatamente visibile di una lunga catena. Tanto per rendere l’idea di ciò di cui stiamo parlando, della fatica del lavoro della logistica, sarà utile fare un esempio concreto. Prendiamo l’esempio forse più emblematico di lavoro nella logistica: il colosso del commercio online, Amazon.

Renzi, la TASI e il dèjà-vu

di Carlo Seravalli
Il provvedimento che a nostro giudizio permette maggiormente di capire il senso politico della nuova Legge di Stabilità del Governo Renzi è l’abrogazione della tassa sulla prima casa. Analizziamo la questione in modo più approfondito.
Si noti, in primo luogo, che si tratta di una misura del tutto analoga a quella presa da Berlusconi nel 2008 con l’abolizione dell’Ici, abolizione che, essendo stata annunciata in campagna elettorale, aveva contribuito significativamente alla vittoria del centro-destra alle elezioni politiche. Lo stesso Renzi non ha nascosto questa affinità che, anzi, ha rivendicato in molteplici dichiarazioni tv e a mezzo stampa. Su questo punto torneremo, ma è necessario preliminarmente fare alcune osservazioni sul corso del dibattito politico che si è sviluppato all’indomani della conferenza stampa del 15 ottobre, quella nella quale il Premier e il Ministro Padoan hanno presentato il profilo della nuova manovra economica.

Critica del pasolinismo. L’ideologia italiana. “Pasolini” a quarant’anni dalla morte

di Rocco Ronchi
Non di Pier Paolo Pasolini vorrei parlare ma del pasolinismo, vale a dire di un’ideologia diffusasi a macchia d’olio nell’Italia dei quarant’anni successiva alla sua morte. Questa ideologia si è nutrita, ripetendola come un ritornello, della concettualità prodotta dal Pasolini “corsaro” in articoli e interventi pubblici che non hanno certo bisogno di essere qui ricordati. Se il poeta Pasolini, il cineasta Pasolini, lo scrittore Pasolini possano poi essere effettivamente ridotti al pasolinismo è questione aperta sulla quale è perlomeno prudente non pronunciarsi. Noto soltanto che in tempi non sospetti, siamo nel 1965, quando Pasolini era ancora bel lungi dal diventare la santa icona dell’intellettualità italiana, Alberto Asor Rosa, tenendo conto della produzione poetica, dei romanzi e delle primissime esperienza cinematografiche, aveva scritto pagine mirabili nelle quali aveva colto il tratto specifico della poetica pasoliniana in un certo populismo estetizzante e decadente, così coerente con l’italica tradizione. Ma non è questo il punto. Ciò che mi interessa – anche per ragioni autobiografiche, essendo io cresciuto nell’Italia post-Pasolini – sono le ragioni del consenso generalizzato, entusiasta, talvolta addirittura fideistico, che, come un’onda irresistibile, la proposta teorica e critica del Pasolini corsaro ha suscitato.

Turchia: un colpo alla democrazia, ma non definitivo

di Fabio Marcelli
Certamente l’aspirante sultano Erdogan è molto determinato a instaurare la sua personale dittatura in Turchia. Una sorta di Renzi in versione ottomana, forse meno furbetto ma con una ben più consistente dote di ferocia e spregiudicatezza antidemocratica. Per vincere le elezioni non ha certo lesinato mezzi di ogni genere. Anzitutto, ha rilanciato in grande stile il conflitto con il Pkk nel Sud-Est, buttando alle ortiche anni e anni di aperture e negoziati. In tal modo ha raggiunto vari obiettivi con un solo colpo: ha fatto incetta di voti della destra nazionalista del Mhp, spaventato i kurdi moderati che hanno in parte abbandonato l’Hdp e più in generale creato un clima di terrore applicando in modo egregio gli insegnamenti della strategia della tensione, oramai un classico per ogni aspirante autocrate che si rispetti.

Del povero Pd (e degli altri)

di Rino Genovese
Se fossero fino in fondo sinceri con se stessi, i Prodi e i Bersani avrebbero dovuto ammettere da tempo che dare vita al Partito democratico fu un errore. Per contrastare un blocco populistico di destra spesso spostato su posizioni estreme, e seguendo il miraggio di una democrazia dell’alternanza tra una formazione di centrodestra e una di centrosinistra, spinsero per la liquidazione dell’esperienza post-comunista dei Ds e post-democristiana della Margherita, per ottenere alla fine quale risultato? Il blocco populistico di destra c’è sempre ed è sempre più spostato a destra; inoltre – per partenogenesi, si potrebbe dire – è nato e si è rafforzato un neoqualunquismo uguale e contrario come quello grillino – stessa antipolitica, stesso leaderismo pseudocarismatico, che pesca in questo caso nelle acque tradizionali della sinistra.

La “Buona Università”? C’è già… e non ci piace!

di Virginio Pilò
Il tema de “la Buona Università” inizia ad emergere, da poco, anche tra i non addetti ai lavori. L’opinione generale è che si tratti di una trasposizione della pessima riforma denominata “la Buona Scuola” al campo universitario.
Ebbene no!
Chi lavora o insegna all’Università, così come gli addetti ai lavori di cui sopra, sa perfettamente che i contenuti della riforma scolastica di Renzi sono già ben presenti negli atenei e più che operativi. Anzi, son persino più crudi…
La vera riforma dell’Università, una vera e propria ristrutturazione dell’intero sistema universitario forse ancor più profonda di quanto non preveda la stessa “Buona Scuola”, porta il nome di Gelmini.

Sharing economy, innovazione e tecnologia: quale cultura politica per evitarne gli eccessi?

di Francesco Piccinelli
Le critiche che vengono mosse alla sharing economy sono almeno tre. La prima vuole che la sharing economy abbia molto poco della condivisione, la seconda è che – per come è configurata – è che è orientata al profitto, la terza è che è in mano a piattaforme come AirBnB che guadagnano da ogni transazione e vanno a ingrossare i propri profitti.
Queste critiche sono fondate. Pandora e le ha già affrontate in un bell’articolo di Nicola Melloni. Il problema, però, è che ormai queste piattaforme fanno parte del sistema. Ne sono diventate infrastrutture e assolvono a bisogni che non sono tanto di mercato, quanto sociali in senso stretto.
Probabilmente esagero a immaginare Internet e società in termini di struttural-funzionalismo, tuttavia i numeri che certificano il successo di AirBnB e il suo status di infrastruttura del turismo mondiale sono pazzeschi.

TPP, ecco la condanna a morte che ci attende

di Claudio Messora
“Peggiore di qualunque cosa avessimo mai immaginato“. “Un atto di guerra al clima“. “Un omaggio all’agricoltura intensiva“. “Una condanna a morte per la libertà della rete“. “Il peggior incubo“. “Un disastro”.
Questo è il tenore dei commenti di chi ha letto e studiato il testo del TPP, il fratello gemello del TTIP, l’accordo di libero scambio commerciale tra Usa e Ue, negoziato in segreto, di cui vi ho parlato mercoledì sera a La Gabbia.
Il TTIP fa parte di una gigantesca strategia globale degli Usa, le cosiddette “Tre T“, che comprendono anche il TTP e il TISA. Il TTIP è l’accordo di liberalizzazione commerciale che stanno negoziando (in segreto) Usa e UE. Il Tisa (Trade in Services Agreement) è l’accordo, anche peggiore, sullaliberalizzazione dei servizi e il TPP (Trans Pacific Partnership), è l’omologo del TTIP sul fronte pacifico, che includerà 12 paesi, tra cui Singapore, la Nuova Zelanda, gli Stati Uniti, l’Australia, il Messico, il Giappone e il Canada.

Ivg, a che punto siamo con l'applicazione della 194

di Claudia Bruno
Per la prima volta in Italia il numero annuale di interruzioni volontarie di gravidanza (IVG) è inferiore a 100.000. A riportarlo è larelazione del ministero della salute appena presentata in Parlamento e relativa all'attuazione della legge 194 del 1978 nel nostro paese. Nel 2014, si legge nel rapporto, sono state notificate dalle regioni 97.535 IVG (dato provvisorio), con un decremento del 5.1% rispetto al dato definitivo del 2013 (102.760 casi), e un dimezzamento rispetto alle 234.801 del 1982, anno in cui si è riscontrato il valore più alto di interruzioni volontarie di gravidanza nel nostro paese. Il tasso di abortività[1], che nel 2013 si registra al 7,6 per 1000 rimane tra i più bassi di quelli osservati nei paesi industrializzati. Dati, questi, che andrebbero però tenuti insieme alla quantificazione degli aborti clandestini. L’Istituto Superiore di Sanità ne ha fatto una stima inclusa tra i 12.000 e i 15.000 casi per il 2012, riscontrando una sostanziale stabilizzazione del fenomeno negli ultimi anni. Si tratta di cifre comunque sempre molto alte se si considera che tra le cause potrebbe esserci proprio la difficoltà nell'accesso ai servizi. 

Le comunità resilienti cambiano il mondo

di Luciana Percovich
Coordinato da Grove Harris, venerdì 16 ottobre di quest’anno, al Parliament of World’s Religions di Salt Lake City (Utah) c’è stato uno sfavillante incontro traVandana Shiva e Starhawk. Questa sessione del parlamento, fondato nel 1893 a Chicago da Swami Vivekananda, Charles Bonney e Susan B. Anthony con l’intento di portare a uno scambio permanente tra il pensiero religioso d’Oriente e d’Occidente e che ha continuato da allora a riunirsi in varie parti del mondo, aveva messo a tema quattro filoni di riflessione, su questioni molto attuali e realmente interreligiose: la dignità delle donne e i diritti umani, i conflitti interreligiosi, il cambiamento climatico e le culture delle comunità indigene.
È stata la prima volta che la spiritualità femminile ha avuto voce autonoma e il tavolo con Vandana Shiva e Starhawk ha intrecciato nel migliore dei modi possibiliil pensiero delle donne con il pensiero della crisi ecologica.

La questione palestinese e l'afonia della sinistra

di Romana Rubeo
Ci sono silenzi inspiegabili e per questo assordanti.
Sicuramente assordante è il silenzio della sinistra italiana su quello che sta accadendo sull’altra sponda del Mediterraneo, nella terra di Palestina.
È questo il mio pensiero costante da settimane, precisamente dal giorno in cui la diciottenne Hadeel al-Hashlamoun è stata uccisa a un checkpoint di Hebron e lasciata agonizzante a terra senza essere soccorsa, fino al sopraggiungere della morte. In mano la borsa dell’università, indosso un niqab che lasciava trapelare solo lo sguardo terrorizzato. Immediata la spiegazione dei militari: si parla di un tentativo di accoltellamento, Hadeel passa da vittima a carnefice nel giro di poche ore, complici la pronta versione ufficiale dell’IDF da una parte e la retorica ormai dominante, tesa a identificare gli arabi islamici con i terroristi, dall’altra. A poco valgono le foto e i video che mettono in dubbio la tesi della legittima difesa,[1] o la condanna di Amnesty International su questo e altri fatti di sangue.[2] Le smentite, si sa, hanno un impatto minore sull’opinione pubblica e il dado è ormai tratto.

La politica con altri mezzi

di Arundhati Roy
Anche se non credo che i premi siano una misura del lavoro che facciamo, vorrei aggiungere il Premio Nazionale per la migliore sceneggiatura che ho vinto nel 1989, alla pila crescente dei premi già restituiti. Voglio anche chiarire che non restituisco questi premio perché sono “sconvolta” da quella che viene chiamata la “crescente intolleranza” incoraggiata dal nostro governo.
Prima di tutto, “intolleranza” è la parola sbagliata da usare per i linciaggi, le sparatorie, i roghi e gli omicidi di massa di esseri umani come noi. Secondo, abbiamo avuto tanti preavvisi di quello che c’era in serbo per noi – quindi non posso affermare di essere sconvolta da quello che è avvenuto dopo che questo governo è stato entusiasticamente mandato al potere con una maggioranza schiacciante. Terzo, questi orribili omicidi sono soltanto un sintomo di un malessere più profondo. La vita è anche un inferno per chi ci vive. Intere popolazioni – milioni di dalit, adivas, musulmani, cristiani sono costretti a vivere ne terrore, senza sapere quando e da dove attiverà l’attacco.

L'Eurozona esporta deflazione

di Shahin Vallée 
Le ultime previsioni economiche della Commissione Europea pubblicate giovedì mostrano una inquietante permanenza del recente accumulo di squilibri all’interno dell’Unione Monetaria Europea. Si prevede per la Germania un surplus delle partite correnti record, superiore all’8,5% del PIL, per il 2015 e 2016, mentre tutti gli altri paesi dell’eurozona continueranno a girare in tondo inseguendo una quota maggiore della domanda estera attraverso svalutazioni interne. E questi squilibri sono ancora accompagnati da una narrazione fallace, che suggerisce che un surplus di partite correnti è la conseguenza di competitività e bontà del settore export.
“Ripristinare la competitività attraverso riforme strutturali,” come dice il mantra, è stato in pratica un criterio non tanto orientato alla creazione di incrementi di produttività ma piuttosto pensato per perseguire la riduzione dei salari e dei prezzi per incentivare le esportazioni. Quando queste riduzioni nominali o reali dei salari erano difficili da ottenere politicamente, sono state sostituite da svalutazioni fiscali, che hanno spostato il peso fiscale dal lavoro verso le imposte indirette. È una politica che imita una svalutazione del tasso di cambio mediante la modifica dei prezzi relativi.

Cibo, cosa non ha detto l’Expo

di Filippo Schillaci
È finito ottobre e con esso si è concluso l’Expo milanese dedicato all’alimentazione. Anche chi non è andato a visitarlo ma conosce il mondo in cui vive può avere un’idea di quale quadro della realtà alimentare mondiale esso possa aver dato; proviamo qui invece a tracciare un quadro basato non sulle esigenze di facciata ma sull’analisi della realtà alimentare che ci riguarda da vicino, proviamo cioè a parlare di ciò che l’Expo certamente non ci ha detto (leggi anche Dopo l’Expo).
Se a questo punto ci si aspetta che io parli di accordi internazionali, di politiche agrarie, di multinazionali, che io faccia cioè dei discorsi sui massimi sistemi, temo che si rimarrà delusi. Ho letto di recente un articolo sui cambiamenti climatici: preciso, esatto, denso di dati e fatti assolutamente convincenti. Ma non mi è piaciuto. Non mi è piaciuto perché non ci ho trovato nessuna traccia di me, di te, di noi. Tutta l’attenzione di chi l’ha scritto era concentrata su “loro” che hanno deciso di incrementare le estrazioni di carbone, di aprire nuovi impianti, nuove centrali…loro, sempre e solo loro, ma chi sono “loro”? Sembra, nel leggere simili articoli, che quanto sta avvenendo sulla Terra sia opera di entità distanti, astratte, inconoscibili e irraggiungibili. Immense e trascendenti. Di fronte a una simile visione delle cose il fatalismo, la resa, è d’obbligo. E se invece colui che fa tutte queste cose fossi io?

Usa, lobby davvero trasparenti?

di Giovanni Battista Zorzoli
Quasi tutti i media italiani hanno scelto di descrivere le primarie Usa per scegliere i candidati democratico e repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, privilegiandone gli aspetti più folkloristici. In questo aiutati da un candidato, come Donald Trump, che si presta egregiamente alla bisogna. Anche quando si è cercato di offrire una descrizione più puntuale delle diverse posizioni finora emerse, l’analisi è rimasta confinata al palcoscenico, senza informazione alcuna su quanto sta avvenendo nel backstage. Dove si svolge uno spettacolo non proprio edificante.
A farci sapere qualcosa di più è un’indagine del «New York Times», secondo cui appena 158 soggetti, in proprio o tramite le società che controllano, ciascuno con almeno 250.000 dollari, hanno contribuito a finanziare la prima fase delle primarie USA, per un totale di 176 milioni di dollari. Sono quasi tutti bianchi, ricchi, anziani e maschi, che risiedono in un arcipelago di quartieri ricchi ed esclusivi, del tutto separati dal resto di un’America dove gli aventi diritto al voto sono prevalentemente più giovani, donne, neri o «brown». Se aggiungiamo al mazzo i duecento «poveretti» che hanno contribuito con appena poco più di 100.000 dollari, si supera di parecchio la metà dei finanziamenti raccolti dai candidati alle primarie USA.

Marx e il bisogno di religione

di Renato Caputo
Il passaggio da una visione mitologico-religiosa a una visione filosofico-scientifica segna il passaggio dal mondo antico, dall’ancien régime al mondo moderno. Ciò era evidente già a Hegel che nell’esporre le forme dello spirito assoluto, ossia le forme attraverso cui le civiltà si sono comprese, ha indicato per il mondo antico la forma artistico-mitologica, per il mondo cristiano la forma religiosa, per il mondo moderno, posteriore alla Rivoluzione francese, la forma filosofico-scientifica.
Tale Rivoluzione aveva coinvolto solo in modo marginale la Prussia e, soprattutto, con la sconfitta di Napoleone si era aperta una fase di Restaurazione, per molti versi analoga a quella della nostra epoca storica, in cui si era cercato di reimporre con la forza la visione del mondo religiosa. Anzi la Nato del tempo, ossia la più potente alleanza militare volta a impedire ogni tentativo di mettere in discussione l’ordine imposto dalla Restaurazione, prendeva il nome di Santa Alleanza. Quest’ultima, di cui la Prussia era una pedina fondamentale, aveva represso nel sangue i primi moti rivoluzionari dei primi anni Venti, ma era riuscita solo parzialmente a contenere i moti rivoluzionari degli anni Trenta.

Via il prefetto!

di Luigi Einaudi
Isti­tu­zione vene­randa, venuta a noi dalla notte dei tempi, il pre­fetto è quasi sino­nimo di governo e, lui scom­parso, sem­bra non esi­stere più nulla. Chi comanda e chi ese­gue fuor dalla capi­tale? Come opera l’amministrazione pub­blica? In verità, il pre­fetto è una lue che fu ino­cu­lata nel corpo poli­tico ita­liano da Napo­leone. (…) Si cre­dette di instau­rare libertà e demo­cra­zia e si fog­giò lo stru­mento della dit­ta­tura. Demo­cra­zia e pre­fetto repu­gnano pro­fon­da­mente l’una all’altro. Né in Ita­lia, né in Fran­cia, né in Spa­gna, né in Prus­sia si ebbe mai e non si avrà mai demo­cra­zia, fin­ché esi­sterà il tipo di governo accen­trato, del quale è sim­bolo il pre­fetto.
Coloro i quali par­lano di demo­cra­zia e di costi­tuente e di volontà popo­lare e di auto­de­ci­sione e non si accor­gono del pre­fetto, non sanno quel che si dicono. Ele­zioni, libertà di scelta dei rap­pre­sen­tanti, camere, par­la­menti, costi­tuenti, mini­stri respon­sa­bili sono una lugu­bre farsa nei paesi a governo accen­trato del tipo napoleonico.

Gli occhi della “Storia”

di Luca Cellini
All’inizio di quest’anno in molti ci chiedemmo il perché dell’avvicinamento degli Stati Uniti a Cuba.
Cosa ha realmente spinto il governo di Obama a muoversi verso la normalizzazione delle relazioni con Cuba? Moltissimi media descrissero quest’azione come un nobile sforzo, quasi un atto umanitario per aiutare Cuba ad uscire dal proprio decennale isolamento ed unirsi finalmente alla comunità internazionale. “Un avanzamento di democrazia e libertà” titolavano i giornali.
Gli ultimi 50 anni di storia di politica estera statunitense però ci dicono altro. Ci insegnano che i governi USA non hanno mai fatto niente per niente, ci insegnano che hanno sempre basato le loro politiche con gli altri Stati su un rapporto tra dominante e dominato. I fatti ci raccontano un’altra storia, una storia fatta di colonizzazioni mediatiche ed economiche, di spoliazione storica, identitaria e culturale d’interi popoli. Almeno questa è la storia di quei paesi come il nostro che con le buone si sono assoggettati al predominio e alla colonizzazione economico-culturale statunitense.

Il diritto di torturare un popolo


Intervista a Norman Finkelstein di Haniya Khalid
Quando è esplosa la violenza a Gerusalemme e in Cisgiordania questo ottobre, il mondo osservava stancamente mentre le scintille di un conflitto di 70 anni, radicate in un’occupazione di 50 anni, ancora una volta distribuivano le loro ustioni brucianti su ogni cosa nello spazio di attacco. Mentre le scene di brutalità, di sangue e di tribalismo mostrati su smartphone e schermi televisivi, un sospiro collettivo proveniente dalla comunità internazionale si poteva quasi sentire al di sopra degli slogan furiosi, degli insulti e dei litigi tra gli aderenti autoritari di entrambi i lati della frattura durata anni.
Infatti, secondo Norman Finkelstein – considerato sia dai suoi ammiratori che dai suoi più feroci detrattori un esperto della polveriera che spesso esplode, cioè il conflitto israelo-palestinese – del punto cruciale dell’occupazione durata mezzo secolo che alimenta le battaglie ricorrenti che formano la costante natura di questo conflitto, e della sua risoluzione agognata, sta semplicemente e soltanto nella legge formulata dalle più alte autorità legali del mondo.

I Curdi ancora sprezzanti dopo le elezioni turche

di Joris Leverink
Appena pochi giorni prima delle elezioni di domenica (1° novembre) in Turchia la gente del piccolo villaggio sudorientale di Kocaköy, si era radunata per commemorare la morte di uno dei suoi figli. Renaz Karaz era stato il suo nome di battaglia, ma sua madre lo ricordava come Muhammed. Aveva soltanto 21 anni quando è morto il 30 ottobre 2014 a Kobane, dove stava contribuendo alla difesa della città contro gli attacchi del cosiddetto gruppo Stato Islamico.
La madre di Muhammed, Rukiye Şık, va in giro stringendo mani, baciando guance e confortando i suoi ospiti. C’è uno scintillio nei suoi occhi è la sua faccia è abbellita da un sorriso che scompare solo ogni tanto. E’ difficile capire come qualcuno che ha sofferto una tale perdita possa ancora trovare l’energia di confortare le persone attorno a lei.
Quando le chiedono come sia possibile mantenere un sorriso sulla sua faccia, la sua risposta ci fa penetrare in modo unico nella mente curda in questi tempi critici.

I guru dell’individualismo di massa. Sugli hipsters

di Daniela Voso
Alcuni sostengono che il fenomeno hipster sia in discesa e che stia per scomparire. Negli Stati Uniti ha avuto già due fasi dal 1999 al 2009, soprattutto a New York, San Francisco, Los Angeles e Seattle; in Europa ha raggiunto il suo apice con un decennio di ritardo, e città come Milano o Roma ne sono ancora piene. Questo particolarmente negli ambienti in cui si concentrano artisti, designer, lavoratori della comunicazione, pubblicitari e creativi in genere. Dunque il Pigneto e Monti per Roma; da via Paolo Sarpi ai Navigli, a Milano.
Una delle peggiori offese che si possa fare a un hipster è quella di chiamarlo hipster. In linea con un esasperato narcisismo, l’hipster non ama essere racchiuso in una definizione, non ama che la sua immagine possa legarsi a uno stereotipo e soprattutto non ama essere uguale a qualcun altro. Detesta essere ciò che oggettivamente è: parte di una serie, o forse l’espressione della nuova conquista capitalista, nello specifico la colonizzazione di un nuovo territorio di consumatori omologati. Resta pertanto impossibile dare una definizione in cui un hipster si possa riconoscere. Chi sono allora gli hipsters degli anni ’10 in Italia?

Ricordare Ken Saro-Wiwa

di Francesco Cecchini
La Nigeria sono linee di frontiera tracciate dal colonialismo inglese che contengono etnie, religioni, idiomi e culture molto differenti tra loro. Le etnie sono 250, tre le dominanti: gli Ibo a est, gli Yorubà a ovest e gli Hausa a nord.
Per questo Ken Saro-Wiwa, un nigeriano Ogoni, che partecipò alla guerra del Biafra, parlò di necessità di una reale autonomia politica, economica e sociale per il proprio popolo, gli Ogoni. Un’ indicazione che, se si guarda a quello che è accaduto ed accade in Nigeria, ha, ancora oggi, un valore di attualità.
Alle undici e trenta di mattina del 10 novembre 1995, Ken Saro-Wiwa fu impiccato, dopo lunghi giorni di detenzione e di torture psicologiche e fisiche, in una caserma di Port Harcourt. Per l’impiccagione fu trasportato alla prigione di questa città. I boia, arrivati un paio di giorni prima da Sokoto, nel nord, dovettero appenderlo alla forca 5 volte prima di rubargli la vita. Con lui furono impiccati 8 suoi compagni.

domenica 8 novembre 2015

Addio a Luciano Gallino, maestro di pensiero critico

Luciano Gallino ci ha lasciato. Ma non la profondità e l’attualità del suo pensiero critico e l’insegnamento della sua passione civile e politica. Questi saranno sempre con noi.
Fino all’ultimo, Gallino ha lavorato per comprendere e per fare conoscere i meccanismi che regolano il moderno capitalismo, il finanzcapitalismo, come lui stesso lo ha definito, e per tracciare la strada di un suo superamento. Ha disvelato le profonde contraddizioni su cui è stata costruita l’Unione europea e la moneta unica ed è stato un critico inflessibile e puntuale delle sue politiche, fornendo un contributo imprescindibile alla delineazione di una politica alternativa per l’Europa che recuperasse e inverasse i progetti dei suoi primi ideatori.

Dai beni comuni al fare in comune: l’antidoto al renzismo dominante

di Roberto Ciccarelli 
Alla ricerca della «con­nes­sione tra le lotte» nei ter­ri­tori col­piti dalla stra­te­gia di «deva­sta­zione e sac­cheg­gio» impo­sta dallo Sblocca Ita­lia di Renzi, dal tra­di­mento siste­ma­tico del refe­ren­dum dell’acqua pub­blica del 2011, dalla pri­va­tiz­za­zione dei ser­vizi e dei beni comuni. L’assise del forum dei movi­menti per l’Acqua a Roma (con­ti­nua oggi al cowork Mil­le­piani nel quar­tiere della Gar­ba­tella con inter­venti, tra gli altri, di Gae­tano Azza­riti, Marina Boscaino e Mau­ri­zio Lan­dini) ieri è diven­tata l’occasione per una rifles­sione su una stra­te­gia di resi­stenza, di disob­be­dienza civile e contro-insorgenza demo­cra­tica con­tro la gestione com­mis­sa­riale del paese ini­ziata con le grandi opere, pro­se­guita con l’Expo e oggi appli­cata nella Capi­tale con il Giubileo.
Lo spa­zio poli­tico per una simile stra­te­gia è for­nito, in nega­tivo, dalle poli­ti­che del governo Renzi in mate­ria di gestione dei ser­vizi essen­ziali (come l’acqua), dell’energia (gas e petro­lio), dello svi­luppo infra­strut­tu­rale del paese basato su ener­gie fos­sili, alta velo­cità, cemento, tri­vel­la­zioni, ren­dita finan­zia­ria e immo­bi­liare, gestione pri­va­ti­stica del pub­blico e dei beni comuni.

Partigiani del lavoro: ecco Sinistra italiana

di Daniela Preziosi
La «cosa rossa» va in sof­fitta, ora un nome c’è, è «Sini­stra ita­liana». Sulla rete suona vin­tage invece «è sem­plice, plu­rale, espres­sivo», spiega Alfredo D’Attorre al Tea­tro Qui­rino di Roma dove ieri si pre­sen­tano i nuovi gruppi par­la­men­tari. Tea­tro troppo pieno, i pom­pieri a un certo punto chiu­dono gli accessi. Ma a mez­zo­giorno le cen­ti­naia di per­sone restate fuori bat­tono sulle porte al ritmo di «Bella ciao». Ste­fano Fas­sina, Nicola Fra­to­ianni, Arturo Scotto, D’Attorre e il gio­vane Marco Fur­faro cor­rono ai ripari: escono in strada e improv­vi­sano un dop­pione dei loro comizi «per non delu­dere i com­pa­gni» venuti anche da fuori per essere pre­sente al gran giorno. È l’anniversario della Rivo­lu­zione d’Ottobre ma qui, come altrove, non se lo ricorda nes­suno. «Una con­giun­tura astrale, un alli­nea­mento di stelle e astri, la cer­tezza di un appun­ta­mento che scon­vol­gerà il mondo ci ha por­tato qui pro­prio il 7 novem­bre», iro­nizza Fabio Mussi. Non c’è dub­bio: il Qui­rino non è il Pre­si­dium, e nella sala per il momento non si rico­no­sce quel Lenin che John Reed descrive come «lo strano capo popo­lare, inco­lore, privo di umo­ri­smo ma dotato della capa­cità di spie­gare idee pro­fonde in ter­mini semplici».

Una guerriglia per l’acqua pubblica

di Riccardo Petrella 
Il muro dell’acqua è stato costruito negli ultimi ven­ti­cin­que anni. Anche se esi­stenti da tempo, i mate­riali per l’edificazione sono stati uti­liz­zati a par­tire dagli anni ’90. Pren­diamo, ad esem­pio, il primo: il prin­ci­pio che in una società capi­ta­li­sta di mer­cato un bene è un bene eco­no­mico, cioè pri­vato, se è oggetto di riva­lità e di esclu­sione. Ela­bo­rate da Paul Samuel­son nel 1950, Pre­mio Nobel per l’economia nel 1970, le teo­rie sul bene eco­no­mico hanno con­sen­tito ai gruppi domi­nanti di ini­ziare un pro­cesso di capo­vol­gi­mento delle teo­rie eco­no­mi­che sui diritti umani e l’economia del wel­fare. Essi hanno soste­nuto che non solo l’acqua ma la grande mag­gio­ranza dei beni (e ser­vizi) stru­men­tali alla sod­di­sfa­zione dei prin­ci­pali diritti umani sociali ed eco­no­mici sono oggetto di riva­lità e di esclu­sione e, quindi, dei «beni eco­no­mici» (oggi si dice di «rile­vanza eco­no­mica»). Così, quando le forze ostili all’economia del wel­fare e all’intervento dello Stato con­qui­sta­rono il potere alla fine degli anni ’80, la comu­nità inter­na­zio­nale, in preda alle grandi ondate di glo­ba­liz­za­zione libe­ri­sta pre­da­trice, affermò nel 1992 (alla Con­fe­renza dell’Onu sull’acqua a Dublino) che l’oro blu doveva essere con­si­de­rato essen­zial­mente come un bene eco­no­mico sot­to­messo alle logi­che dei mer­cati, e non più un bene sociale, un bene comune (il cosid­detto «terzo prin­ci­pio di Dublino»).

E’ tempo di cambiare

di Norma Rangeri
La sini­stra ita­liana c’è. E ha ini­ziato il suo viag­gio in un luogo aperto al popolo di sini­stra. Era da tempo che non si vedeva tanta gente riu­nita per discu­tere e con­fron­tarsi sulle ragioni e sul futuro pos­si­bile di una forza poli­tica, non solo di oppo­si­zione al ren­zi­smo domi­nante e al blocco di cen­tro­de­stra che cerca di rior­ga­niz­zarsi. Per­ché quello che abbiamo sem­pre pro­mosso e auspi­cato è la volontà di far incon­trare e unire più voci, più orga­niz­za­zioni, più aggre­gati sociali in grado di pro­porre e di costruire un’alternativa cre­di­bile, forte, con­vin­cente «di governo».
Lavoro garan­tito nei diritti e nel red­dito; wel­fare; scuola pub­blica; immi­gra­zione come risorsa cul­tu­rale e eco­no­mica; eco­lo­gia per lo svi­luppo soste­ni­bile; sobrietà nello stile poli­tico; assi­stenza sani­ta­ria uni­ver­sa­li­stica. Sono alcuni dei temi al cen­tro dell’incontro di Sini­stra ita­liana, essen­ziali e costi­tuenti di un pro­gramma diverso per il Paese.

Che crescita! 3 milioni di famiglie in bolletta

di Roberto Ciccarelli 
Il 10,2% delle fami­glie ritarda il paga­mento delle bol­lette per le utenze dome­sti­che. La per­cen­tuale cre­sce tra i nuclei che pagano l’affitto: il 16,9%. In media, il 6,3% delle fami­glie che pagano un mutuo sulla casa è ritardo di una rata. Le fami­glie ita­liane «in dif­fi­coltà» con il paga­mento delle spese per la casa sono circa 3 milioni, l’11,7% del totale. È la stima dell’Istat, secondo cui tanti sono i nuclei fami­liari che nel 2014 si sono ritro­vati in arre­trato con il paga­mento delle rate del mutuo, dell’affitto o delle utenze dome­sti­che.
Nero su bianco, que­sti sono i dati dell’Istat con­te­nuti in un docu­mento ela­bo­rato in occa­sione delle audi­zioni sulla legge di sta­bi­lità in Par­la­mento. Le cate­go­rie di fami­glie mag­gior­mente inte­res­sate dal pro­blema sono quelle del quinto quin­tile, ovvero della fascia di red­dito, più povero (29,2% sono state in arre­trato con le spese per la casa, pari a 1 milione e 505mila fami­glie) e, più in gene­rale, quelle in affitto (27,6%, 1 milione e 320mila) o quelle gra­vate da un mutuo per la casa (14,8%, 561mila). Le spese per l’abitazione (con­do­mi­nio, riscal­da­mento, gas, acqua, altri ser­vizi, manu­ten­zione ordi­na­ria, elet­tri­cità, affitto, mutuo) costi­tui­scono infatti una delle voci prin­ci­pali del bilan­cio fami­liare.

Pinotti, droni e padri padroni

di Tommaso Di Francesco e Manlio Dinucci
Lo stesso giorno in cui ter­mi­nava la Tri­dent Junc­ture 2015 – una delle più grandi eser­ci­ta­zioni Nato svol­tasi in Ita­lia, Spa­gna e Por­to­gallo dal 3 otto­bre al 6 novem­bre – la mini­stra della difesa Roberta Pinotti, appena avuta l’autorizzazione al drone dal padre padrone Usa, ha ester­nato, in una inter­vi­sta al Cor­riere della Sera, il ren­zi­pen­siero sull’uso della forza armata.
La Tri­dent Junc­ture – cui hanno par­te­ci­pato oltre 230 unità ter­re­stri, aeree e navali e forze spe­ciali di 28 paesi alleati e 7 part­ner (tra cui l’Ucraina), con 36 mila uomini, oltre 60 navi e 160 aerei da guerra – costi­tui­sce per il segre­ta­rio della Nato Jens Stol­ten­berg, «un chiaro mes­sag­gio a qual­siasi poten­ziale avver­sa­rio che la Nato non cerca il con­fronto, ma che siamo pronti a difen­dere tutti gli alleati». La Tri­dent Junc­ture, la mag­giore delle oltre 300 eser­ci­ta­zioni nel 2015, è stata una evi­dente prova di guerra con­tro la Rus­sia, cui la Nato — che come patto mili­tare offen­sivo si è allar­gata per 20 anni a est alla fron­tiera dell’ex Urss — capo­vol­gendo i fatti, attri­bui­sce la respon­sa­bi­lità di aver creato in Ucraina «una situa­zione poten­zial­mente più peri­co­losa di quella della guerra fredda».

Podemos candida Rodriguez, l’ex capo di stato maggiore

di Luca Tancredi Barone e Giuseppe Grosso
Con l’avvicinarsi della data delle ele­zioni, i par­titi poli­tici spa­gnoli hanno ini­ziato la tra­di­zio­nale cam­pa­gna acqui­sti. Que­sta set­ti­mana è stato il turno di Pablo Igle­sias. Nono­stante il par­tito teo­ri­ca­mente dovrebbe pren­dere le deci­sioni con il mec­ca­ni­smo delle pri­ma­rie, Igle­sias ha fatto un annun­cio col botto: l’ex capo di stato mag­giore per il governo socia­li­sta, José Julio Ródri­guez, a un passo dalla pen­sione (con l’arrivo della quale può svin­co­larsi dell’obbligo alla neu­tra­lità) cor­rerà con Pode­mos a Sara­gozza. Non solo.
Igle­sias non ha avuto dubbi nell’affermare che il mili­tare, noto per le sue posi­zioni anti­con­for­mi­ste, sarebbe diven­tato il suo mini­stro della Difesa. In Spa­gna dall’avvento della demo­cra­zia a capo del mini­stero della Difesa c’è sem­pre stato un civile. Apriti cielo. Il governo ha rea­gito con iste­ria, addi­rit­tura annun­ciando nella con­fe­renza stampa dopo il Cdm di venerdì che l’avrebbe «sospeso» dai suoi inca­ri­chi — di fatto ormai solo la pre­senza in un orga­ni­smo di rap­pre­sen­tanza — e che aveva «perso la fidu­cia» nei suoi con­fronti.