
di Guido Alberto Casanova
Dopo quasi cinque anni dall’inizio delle ostilità la guerra civile siriana sembra tutt’altro che conclusa. Dall’inizio della ribellione nel 2011 sono emersi vari attori nel conflitto, le cui vicende e alleanze sono state parecchio alterne: sul campo contiamo oggi l’esercito governativo del presidente Bashar Al-Assad, il fronte ribelle (un’etichetta onnicomprensiva che nasconde le realtà più disparate, comprendendo tra gli altri sia i disertori dell’esercito governativo, sia gli islamisti, sia il ramo siriano di Al-Qaeda cioè il fronte Al-Nusra), lo Stato Islamico e le milizie curde raggruppate nelle YPG (guida della coalizione “Forze Democratiche Siriane” a cui appartengono altre milizie democratiche del nord).
Fin dagli esordi il conflitto siriano si è rivelato di portata ben superiore per il sistema internazionale rispetto a qualsiasi altra guerra civile contemporanea: attorno al variegato panorama di attori siriani si è formata una rosa di Stati interessati al conflitto e disposti a sostenere (o opporre) determinate fazioni, con evidenti ricadute nelle relazioni tra gli Stati stessi.
Se il governo siriano è sostenuto dall’Iran(seguito a ruota dall’alleato libaneseHezbollah) e dalla Russia in quanto alleati nella lotta al terrorismo, i ribelli godono in prima battuta dell’appoggio del terzetto Turchia-Arabia Saudita-Qatar e in seconda di quello israeliano e occidentale generalmente in funzione anti-Assad. Lo Stato Islamico invece (dal momento della separazione dal fronte ribelle e dai suoi sostenitori) non gode di alcun appoggio formale ma si è spesso accusato la comunità internazionale di non far abbastanza per contrastarlo, riferendosi in particolar modo a Turchia (la quale lo agevolerebbe per timore delle milizie curde siriane, visti i problemi interni col separatismo curdo incarnato dal PKK) e paesi del golfo (i quali adottano una visione dell’Islam che presenta molti tratti in comuni con la visione puritana di Al-Baghdadi). Anche i curdi non godono di appoggi formali ma sembrano evidenti le intese raggiunte con gli USA (visto il coordinamento tra bombardamenti della coalizione statunitense ed avanzata curda di terra contro lo Stato Islamico) e con Assad (il quale sarebbe disposto a concedere loro una certa autonomia territoriale a guerra finita). Una situazione dunque estremamente complicata, la cui complessità è emersa già nella preparazione dei negoziati di pace ONU, iniziati a Ginevra a fine gennaio.
Se il governo siriano è sostenuto dall’Iran(seguito a ruota dall’alleato libaneseHezbollah) e dalla Russia in quanto alleati nella lotta al terrorismo, i ribelli godono in prima battuta dell’appoggio del terzetto Turchia-Arabia Saudita-Qatar e in seconda di quello israeliano e occidentale generalmente in funzione anti-Assad. Lo Stato Islamico invece (dal momento della separazione dal fronte ribelle e dai suoi sostenitori) non gode di alcun appoggio formale ma si è spesso accusato la comunità internazionale di non far abbastanza per contrastarlo, riferendosi in particolar modo a Turchia (la quale lo agevolerebbe per timore delle milizie curde siriane, visti i problemi interni col separatismo curdo incarnato dal PKK) e paesi del golfo (i quali adottano una visione dell’Islam che presenta molti tratti in comuni con la visione puritana di Al-Baghdadi). Anche i curdi non godono di appoggi formali ma sembrano evidenti le intese raggiunte con gli USA (visto il coordinamento tra bombardamenti della coalizione statunitense ed avanzata curda di terra contro lo Stato Islamico) e con Assad (il quale sarebbe disposto a concedere loro una certa autonomia territoriale a guerra finita). Una situazione dunque estremamente complicata, la cui complessità è emersa già nella preparazione dei negoziati di pace ONU, iniziati a Ginevra a fine gennaio.
Bisogna tuttavia fare un passo indietro e ritornare a ottobre-novembre 2015 per comprendere gli sviluppi attuali. Da una parte sta l’intervento della Russia di Putin a supporto militare diretto dell’esercito governativo e dall’altra sta il consenso sui termini di un processo di pace, raggiunto durante i negoziati di Vienna dagli Stati coinvolti nel conflitto.
L’accordo concluso il 14 novembre dalle potenze riunite a Vienna, e recepito dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 18 dicembre tramite la risoluzione 2254, stabilisce la necessità d’istituire entro 6 mesi un’autorità di transizione (concordata tra governo e opposizione), d’imporre un cessate-il-fuoco, d’avviare il processo di scrittura di una nuova costituzione, d’iniziare negoziati volti a tali obbiettivi autorizzando l’inviato ONU per la Siria (il diplomatico Staffan De Mistura) ad organizzare tali incontri per gennaio 2016, e di procedere a libere e giuste elezioni entro 18 mesi secondo i termini della nuova costituzione, chiamando inoltre gli Stati coinvolti nel conflitto a supportare il processo di pace. L’intesa esclude poi dall’accordo tutti i gruppi terroristici ed è qui che crolla il castello di carte: se il fronte Al-Nusra e lo Stato Islamico sono automaticamente fuori dai giochi, non esiste alcun consenso per quanto riguarda la composita galassia ribelle. Infatti i referenti siriani di Arabia Saudita, Turchia e Qatar sono spesso gruppi ribelli considerati da Mosca come gruppi terroristici per il loro fervore ideologico-religioso spesso assimilabile alle correnti jihadiste: tra di questi si possono contare l’Ahrar Al-Sham e lo Jaish Al-Islam, entrambe formazioni centrali del conflitto siriano e coinvolte nella conferenza delle opposizioni tenutasi a Riyad (a inizio dicembre) per coordinarsi in vista del negoziato ONU. L’impossibilità da parte della comunità internazionale d’identificare di “chi” sia l’opposizione di cui parla la risoluzione ONU diventa perciò un problema non indifferente alla soluzione del conflitto.
Il secondo elemento da tenere in considerazione è l’avvio delle provvidenziali operazioni russe il 30 settembre scorso. Infatti nei primi nove mesi del 2015, l’Esercito Arabo Siriano aveva subito grosse sconfitte su tutti i fronti e in molti ritenevano probabile, se non prossimo, il crollo del regime: a nord il governo perdeva la città di Idlib, mentre i ribelli scendevano verso il mare minacciando la regione di Latakia (feudo sciita del presidente dove sono presenti le basi militari russe), Palmira veniva presa dalle truppe nere e anche a sud i governativi arretravano. In tale contesto critico il massiccio supporto russo si è rivelato fondamentale: non solo i russi hanno inviato più materiale e più armi al loro alleato siriano ma hanno anche intrapreso una vasta campagna di bombardamenti per rovesciare le sorti del conflitto. Oggi infatti l’Esercito Arabo Siriano è all’offensiva su tutti i fronti, sia contro i jihadisti che contro i ribelli: il che non può che risultare in una posizione negoziale più forte al tavolo delle trattative.
Ulteriore spinoso argomento di questi colloqui è stata poi la presenza o meno dei curdi. Il “Partito dell’Unità Democratica” (PYD), dal quale sono nate le YPG, è considerato in Turchia come la costola siriana del PKK (il partito politico e gruppo militare indipendentista curdo) e in quanto tale viene anch’essa considerata come un gruppo terrorista. Tuttavia nel corso della guerra siriana le YPG hanno assunto un ruolo chiave nella lotta allo Stato Islamico ed oggi controllano un’ampia fascia del territorio settentrionale a ridosso del confine turco: tenerle fuori da una qualsiasi intesa mirata a sconfiggere il terrorismo è dunque inverosimile. Questo già l’aveva capito l’esercito statunitense che ormai coordina da tempo i propri raid aerei con le offensive di terra curde, ma se l’opportunità militare vorrebbe una stretta relazione tra USA e PYD l’alleanza con la Turchia impedisce a Obama di esporsi troppo a favore dell’invito di Salih Muslim (segretario del PYD e presidente della Rojava, la porzione di Siria sotto controllo curdo) ai colloqui di pace. La Turchia del resto aveva già chiarito che avrebbe boicottato i colloqui di pace (e con essa anche i suoi gruppi ribelli clienti) se una delegazione del PYD si fosse presentata ai negoziati.
Il governo di Damasco, nonostante per molti decenni abbia represso le istanze curde, dall’inizio del conflitto civile sembra aver trovato proprio nei curdi una sponda sulla quale fare affidamento nella lotta contro l’opposizione: tra Assad e Salih Muslim si è dunque trovata una convivenza per cui i governativi hanno lasciato mano libera al PYD nelle regioni settentrionali (col probabile intento di complicare i piani turchi di dominio di quelle zone) e hanno dunque acconsentito alla concessione di una certa forma d’autonomia nella Siria post-guerra civile, mentre i curdi si sono impegnati ad ignorare le truppe governative e a concentrarsi su ribelli e jihadisti. Di qui l’accusa dell’opposizione di connivenza col regime e la contro-accusa curda ai ribelli di essere alle dipendenze del governo turco di Erdogan. A questa posizione si è quindi ricollegata quella della Russia di Putin, la quale a novembre ha poi decisamente virato in favore delle YPG dopo l’abbattimento da parte della Turchia di un jet russo nei cieli siriani, chiaramente in funzione anti-turca. Facile quindi comprendere che Mosca fosse piuttosto favorevole alla presenza di una delegazione curda ai negoziati.
Come organizzare dunque i negoziati tra le parti, il cui inizio era previsto il 25 gennaio a Ginevra? Il compito dell’inviato ONU De Mistura si è da subito preannunciato molto difficile, tanto che il 25 gennaio non era ancora stato definito chi avrebbe ricevuto l’invito a partecipare ai colloqui e chi no. Oltretutto le opposizioni, riunitesi nel “High Negotiations Committee” (HNC) dopo la conferenza di Riyad di dicembre, hanno da subito cercato di accreditarsi come unico gruppo negoziale con cui fosse possibile trattare: sono dunque state emarginate dal processo di pace tutte le fazioni (come quella curda) non gradite all’Arabia Saudita e agli altri sostenitori dei ribelli, visto che l’HNC non ha accettato modifiche alla propria composizione.
I negoziati sono stati perciò spostati al 29 gennaio. La questione degli inviti si è risolta a favore di Turchia e Arabia Saudita: oltre ovviamente alla delegazione governativa (capeggiata dal Rappresentante Permanente siriano all’ONU Bashar Jaafari) è stato invitato ai negoziati solo l’HNC (che ha nominato a capo della propria delegazione un disertore dell’esercito, Assad Al-Zoubi, e un esponente del Jaish Al-Islam, Mohammad Alloush), mentre una rosa di esclusi dell’opposizione moderata e tollerata da Mosca (tra cui qualche filo-curdo, comunque non parte del PYD-YPG) sono stati invitati ma solo come consiglieri non titolati a prendere parte formale ai negoziati. Salih Muslim e la sua delegazione curda invece non sono stati invitati, il che è stato commentato dai russi come un grave errore.
Le priorità immediate del negoziato, secondo i dettami della risoluzione 2254,sono la fine delle violenze e l’accesso di aiuti umanitari alle città assediate (il coordinamento per la lotta allo Stato Islamico e la pacificazione sono infatti obbiettivi a più lungo termine). Tuttavia il giorno prima dell’inizio dei colloqui l’HNC ha fatto sapere che non avrebbe partecipato se i bombardamenti non si fossero fermati e se non fossero stati istituiti dei corridoi umanitari, mettendo di nuovo a rischio l’avvio del processo di pace. Nonostante De Mistura avesse ben chiarito nell’invito che non esistesse la possibilità di porre precondizioni alla partecipazione, l’opposizione è rimasta sulla propria posizione fin quando il Segretario di Stato USA John Kerry non ha telefonato all’HNC e, assieme all’ONU, ha fornito garanzie. Arrivata il 30 gennaio, la delegazione ha poi subito chiarito di essere venuta per applicare quegli articoli della risoluzione e non per negoziarli (visto che, nell’ottica dell’HNC, l’ONU stessa aveva concordato su questi punti ed era suo dovere applicarli), in una sorta di test della buona volontà del governo siriano: in caso contrario ha però chiarito che avrebbe abbandonato il negoziato. I colloqui sono infine iniziati il giorno seguente secondo la modalità “proximity talks” e cioè con le due delegazioni sedute in due stanze diverse e il personale ONU a fungere da spola (visto che i rappresentanti non si riconoscono reciproca legittimità). Tuttavia, la contemporanea dichiarazione congiunta dei ministri degli esteri di Arabia Saudita e Turchia sul supporto incondizionato all’HNC sia che restasse sia che lasciasse Ginevra gettava un’ombra sul processo.
Il primo febbraio, mentre si apriva ufficialmente il processo di pace, l’Esercito Arabo Siriano (sostenuto da milizie alleate e da pesanti raid aerei russi) iniziava contro l’opposizione una rapida e potente offensiva a nord che in tre giorni riesce a tagliare le vie di rifornimento ribelli che dal confine turco giungono ad Aleppo, lasciando la regione in mano all’opposizione priva di un arteria vitale per la propria sopravvivenza e quasi del tutto accerchiata: uno sviluppo che potrebbe irrimediabilmente compromettere le sorti dei ribelli. Lo stesso giorno dell’inizio delle operazioni gli Stati Uniti hanno chiesto alla Russia di interrompere i bombardamenti ma il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov ha risposto che i raid colpivano gruppi terroristi e che dunque non si sarebbero fermati. Al che, l’HNC ha denunciato la mancanza di volontà da parte del governo di trovare una soluzione politica al conflitto e ha deciso di non partecipare più ai colloqui fintanto che il governo non applicherà il cessate-il-fuoco e non istituirà corridoi umanitari (proposte che tuttavia il governo siriano ha preso in esame ma che considera più come inerenti al processo che come una sua precondizione). Il 3 febbraio De Mistura è dunque stato costretto a dichiarare una pausa ai colloqui destinata a durare fino al 25 febbraio, invitando però USA e Russia a sostenere maggiormente il processo.
Realisticamente, l’HNC non ha la forza negoziale necessaria per imporre precondizioni, soprattutto se si tratta di sospendere i raid russi. Il vero problema del processo di pace è che nessuna delle due delegazioni è interessata alla pace dato che ognuna delle parti pensa di avere ancora qualche carta da giocare e dunque che fare concessioni sia svantaggioso:Assad confida nella superiorità assicurata dal sostegno russo e iraniano, mentre l’opposizione si appoggia a Erdogan e al re saudita Salman speranzosa che questi l’aiuteranno a riequilibrare la situazione. In effetti il processo di Ginevra è nato non per volontà siriana ma sotto l’impulso della comunità internazionale, decisa volontaristicamente a porre termine alla carneficina siriana senza troppo badare alla reale situazione sul terreno e alle partite geopolitiche che si giocano attorno ad essa.
Realisticamente, l’HNC non ha la forza negoziale necessaria per imporre precondizioni, soprattutto se si tratta di sospendere i raid russi. Il vero problema del processo di pace è che nessuna delle due delegazioni è interessata alla pace dato che ognuna delle parti pensa di avere ancora qualche carta da giocare e dunque che fare concessioni sia svantaggioso:Assad confida nella superiorità assicurata dal sostegno russo e iraniano, mentre l’opposizione si appoggia a Erdogan e al re saudita Salman speranzosa che questi l’aiuteranno a riequilibrare la situazione. In effetti il processo di Ginevra è nato non per volontà siriana ma sotto l’impulso della comunità internazionale, decisa volontaristicamente a porre termine alla carneficina siriana senza troppo badare alla reale situazione sul terreno e alle partite geopolitiche che si giocano attorno ad essa.
Alcuni dati interessati sono però emersi dopo la sospensione dei colloqui. Gli Stati Uniti, fin dal 2011 grandi sostenitori dell’opposizione, hanno apertamente invitato l’HNC a non lasciare Ginevra nonostante l’offensiva russo-siriana, dando l’idea di una sempre minor disposizione a sostenere il fronte ribelle (aspramente criticato in privato da Kerry per la sua scelta, che secondo lui ora lascia mano libera ad Assad) e di un’abbozzata inclinazione a seguire ormai le iniziative russe. Di ciò sembrano essersene accorte con disagio Turchia e Arabia Saudita, e la risposta non si è fatta attendere. Il 4 febbraio il portavoce delle forze armate saudite ha fatto sapere che il suo paese sarebbe disposto ad inviare truppe di terra nel quadro di una campagna a guida USA contro lo Stato Islamico, mentre la Russia ha denunciato la possibilità di un imminente intervento di terra in Siria da parte della Turchia che a sua volta ha bollato l’annuncio come propaganda, riaffermando comunque il diritto a prendere misure per proteggere la propria sicurezza. In ogni caso, la posizione negoziale dei ribelli uscirebbe decisamente rafforzata se eserciti di paesi alleati mettessero gli scarponi in Siria, fosse anche solo contro lo Stato Islamico.
Che l’intervento turco sia una possibilità reale è un ipotesi difficile da valutare. Sicuramente un intervento saudita risulta meno probabile/possibile di quanto annunciato, date operazioni militari già in corso in Yemen e le difficoltà di budget. Certo è però che i due paesi hanno recentemente istituito un corpo di coordinamento militare. L’opinione generale è che tali tattiche mirino semplicemente ad addolcire Assad e Putin e li riportino al tavolo negoziale, ma la posta potrebbe essere ben più elevata: questo sembra suggerire l’invito del ministro degli esteri iraniano Mohammad Javad Zarif a istituire un cessate-il-fuoco e a riprendere i negoziati.
Ammesso e non concesso che il processo di pace riprenda, gli scogli da superare sono ancora molti. Ad esempio la risoluzione 2254 non tocca la questione del controllo dell’apparato poliziesco/repressivo siriano (a detta di molti, una delle colonne portanti del potere di Assad), non parla di come l’assemblea costituente dovrà essere formata e lascia aperto il futuro di Bashar Assad: una gran parte dei nodi che complicano la transizione siriana sono dunque rimandati al domani, nella speranza che il negoziato tra le parti in lotta possa essere il mezzo giusto per risolverli e che il conflitto siriano possa essere trovare una conclusione politica e non militare.
Fonte: sconfinare.net
Originale: http://www.sconfinare.net/?p=27989
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