di Augusto Illuminati
«He may be a son of a bitch, but he's our son of a bitch» – ne fu variamente decorato un dittatoriale soggetto mesoamericano (Somoza o Trujillo) e un presidenziale enunciatore nordamericano, ma il senso è chiaro. Adesso lo ripetiamo per i più loschi figuri della scena mediterranea che riteniamo utili per tutelare “lo stile di vita occidentale”: ieri Mubarak e Ben Ali, oggi Erdoğan e Al-Sisi.
Le Torri Gemelle avevano sdoganato gli a lungo corteggiati dittatori e monarchi arabi (sebbene i sauditi fossero i finanziatori e ispiratori ideologici di al-Qaeda). La minaccia che Daesh ha portato prima nelle zone sensibili per ragioni geopolitiche ed estrattive, poi direttamente nelle nostre case, ha spinto a ricercare soluzioni altrettanto illusorie in improbabili alleanze con i soliti inaffidabilissimi sauditi, con una Turchia in piena deriva islamista (variante Fratelli Musulmani) e autoritaria e con un Egitto altrettanto autoritario ma che i Fratelli Musulmani li perseguita.
Tutto per ridurre al minimo l’impegno diretto occidentale via terra, dopo le amare esperienze delle crociate bushiane e pur di non appoggiare le forze che si battono sul campo contro Daesh (l’esercito del discusso Assad, gli Hezbollah libanesi, le milizie iraniane e i curdi siriani e irakeni). Anzi, i curdi siriani (gli Ypg e le Ypj, quelli di Kobanê, sì!) sono stati esclusi dalla trattativa di Ginevra sulla Siria come “terroristi”! Bella mossa proprio, anche se la suddetta trattativa è andata gambe all’aria, per i veti incrociati tra le fazioni locali e ancor più fra gli sponsor esterni (Arabia, Russia, Usa, Turchia, Francia).
Tutto per ridurre al minimo l’impegno diretto occidentale via terra, dopo le amare esperienze delle crociate bushiane e pur di non appoggiare le forze che si battono sul campo contro Daesh (l’esercito del discusso Assad, gli Hezbollah libanesi, le milizie iraniane e i curdi siriani e irakeni). Anzi, i curdi siriani (gli Ypg e le Ypj, quelli di Kobanê, sì!) sono stati esclusi dalla trattativa di Ginevra sulla Siria come “terroristi”! Bella mossa proprio, anche se la suddetta trattativa è andata gambe all’aria, per i veti incrociati tra le fazioni locali e ancor più fra gli sponsor esterni (Arabia, Russia, Usa, Turchia, Francia).
Oggi i pilastri dello schieramento sunnita che sostiene surrettiziamente Daesh fingendo di combatterlo sono la monarchia saudita (finanza e ideologia) e il dispotismo neo-ottomano di Erdoğan. La dittatura militare di Al-Sisi è alleata con l’Arabia nella guerra anti-huthi sciiti nello Yemen e conduce una doppia campagna contro i Fratelli Musulmani all’interno e a Gaza (in conflitto con la Turchia) e contro Daesh in Libia, per accaparrarsi il petrolio e l’egemonia in Cirenaica. Un re assoluto, un dittatore civile e un generalone sono i “nostri” tre SOB (sons of bitch): non vanno d’accordo fra loro, ma si ritrovano nell’odio per la libertà di stampa e la disinvoltura nel bombardare, rapire e seviziare. Per di più stanno in ottimi rapporti con Israele e temono l’Iran.
Con tutti e tre l’Italia fa ottimi affari e la tecno-burocrazia nostrana ne ricava per sovrappiù tangenti e Rolex a catinelle. Non è il caso di alzare troppo la voce se un connazionale troppo curioso esce fuori strada e finisce in un fossato, se qualche direttore di giornale è condannato all’ergastolo o impallinato, se un blogger si becca qualche centinaio di frustate. Mica sono “terroristi” curdi. Però un cadavere straziato è troppo.
L’Italia ha cercato di defilarsi dallo scenario siro-irakeno, anche se adesso promette di elevare il proprio contingente irakeno da 700 a 1300 soldati, di cui 500 a difesa dell’impresa nazionale che ripara la diga di Mosul. Seconda forza occidentale dopo gli Usa. Combattente sotto mentite spoglie.
Ma il vero fronte su cui siamo pressati a intervenire è un altro: la Libia. Qui la situazione è irrisolta, sovrapponendosi un precario governo di coalizione insediato dall’Onu in Tunisia ai due governi effettivi di Tripoli e Tobruk e a una forte presenza terrorista a Sirte e Derna – alimentata da Sud da Boko Haram e da Nord-est da Daesh. I resti del disperso ma ben attrezzato nucleo gheddafiano sono confluiti, armi e denari, nelle formazioni radicali islamiche oppure nel governo di Tobruk – come il generale Haftar, passato da Gheddafi alla Cia e infine al ruolo di signore della guerra autonomo. Le milizie tribali si spartiscono il grosso del territorio. In questa situazione “impossibile” dal punto di vista delle alleanze e della gestione si ingeriscono pretendenti esteri, che cercano di accaparrarsi giacimenti di petrolio, falde acquifere e porti strategici: Francia, Inghilterra, Egitto e, sullo sfondo, gli Usa. E l’Italia?
Non si direbbe che Renzi sia entusiasta di prendere la guida formale di una campagna di guerra (che tale sarà, malgrado tutte le ipocrisie definitorie e gli avalli internazionali), di una campagna per di più in cui le strategie effettive e i vantaggi toccheranno a potenze concorrenti militarmente più fornite (Francia, Inghilterra) o disposte a fornire carne da macello con stivali (Egitto), ma tant’è, non potrà evitarlo. Con l’imbarazzo supplementare del crimine Regeni, che definisce bene la natura del nostro “alleato” più visibile sul terreno, il SOB Al-Sisi. Non si tratta soltanto di ripetere in funzione subalterna la sciagurata avventura coloniale del 1911, come già fu fatto nel 2011 dall’euforico Napolitano e da Berlusconi obtorto collo, ma di infilarsi in un affare complicato e rischioso, in una strategia antiterrorista sbagliata da cima a fondo e il cui unico esito sarà di consegnare la Libia (o almeno la Cirenaica) al blocco saudita-egiziano, lasciando il resto all’anarchia o a satelliti anglo-francesi. Ci resterebbe l’orrida speranza di stipare i migranti in lager sulla quarta sponda, una dubbia sicurezza degli approvvigionamenti di gas e petrolio e una serie assai più probabile di ritorsioni e attentati. I vantaggi di un patto con Al-Sisi sono stati forse sopravvalutati dal governo Renzi e non è solo un problema di disgusto morale, come ha ben spiegato A. Negri sul Sole-24 ore del 5 febbraio scorso.
Tanto per chiudere il discorso sulle strategie balorde e sui controproducenti “nostri” SOB, nelle prossime settimane, mentre Putin (SOB, ma non certo “nostro”) con metodi assai sbrigativi trascina Assad alla riconquista di Aleppo stabilizzandolo sul terreno, i turchi del SOB Erdoğan si preparano a controbilanciarlo assumendo il controllo delle zone curde al confine, con prevedibili stragi delle popolazioni locali (e, avendo appena commemorato il centenario del genocidio, perché non dei superstiti armeni e assiri?), facendo un enorme regalo all’Isis. Il nuovo direttore della Stampa, Molinari – spesso e volentieri portavoce della destra israeliana –, preme perché Obama appoggi un intervento di terra saudita in funzione pro-Al Nusra e anti-russa. L’invasione della Libia sarebbe il tassello mancante per saldare in un unico arco le forze fondamentaliste sunnite da Raqqa e Mosul alla Nigeria settentrionale. Il NO alla guerra libica e all’invasione turca nel Rojava è ciò che può trattenere una catastrofe epocale. Notiamo di sfuggita che papa Francesco, per salvaguardare la presenza cristiana in MO, sta costruendo una triangolazione con Putin (attraverso il patriarca ortodosso Kyrill) e con l’Iran di Rûhani: diplomazia pragmatica di vecchio stampo ma con maggiori speranze di vittoria.
Fonte: dinamopress.it

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