La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

lunedì 8 febbraio 2016

Illegittimo








di Giuseppe Aragno
Metto le mani avanti: non sogno il rinnovamento “a tutti i costi”, ma non mi rassegno all’idea che nulla possa cambiare perché alla fine “sono tutti eguali” e basta un cappello da caporale, perché un uomo diventi generale. Più semplicemente, prendo atto di ciò che accade e non me ne sto a guardare.
C’è chi crede che Renzi e la sua banda di oche giulive e voltagabbana siano i “grandi ostacoli” sulla via del cambiamento possibile. Io penso invece che Renzi sia la conseguenza, non la causa della crisi di valori che attraversiamo e lascio a Grillo e soci ogni lettura moralistica di questa autentica tragedia.
Sono ormai due anni che la vita politica italiana è paralizzata da un impasse che ricorda tempi di grandi speranze e atroci delusioni. il Parlamento, di fatto, è fuorilegge, quanto e forse più del “lurido” Senato fascista contro il quale Croce tuonava nel ‘43. E’ stata la Corte Costituzionale a sancirlo con inconsueta baldanza. Subito dopo, però – ed ecco l’impasse – impaurita dal suo coraggio e fedele a una storia in cui trova posto persino Azzariti, il capo del fascistissimo Tribunale della razza, la Consulta ci ha spiegato che sì, c’è stata una inaccettabile violazione della sovranità popolare, ma non possiamo farci nulla, perché più della colpa gravissima, conta il principio inviolabile della “continuità dello Stato”.
Senza scomodare Toqueville, sarebbe facile dimostrare che storicamente, quando un sistema di potere, pur di garantire se stesso e gli interessi che rappresenta, ha usato violenza alle regole che si era dato, la continuità non si è potuta imporre in forza di un dibattito teorico tra giuristi, ma ha dovuto fare i conti con la forza della risposta di chi difendeva interessi colpiti e diritti negati.
In casi come questi molti parlano enfaticamente di “crisi rivoluzionaria”, ma non è detto che la rivoluzione sia lo sbocco obbligato. La sola certezza è che l’esito del conflitto tra interessi contrapposti non può più nascere dal Parlamento illegittimo, come nulla nacque dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni, ma verrà fuori dalla qualità degli elementi di discontinuità, dalla volontà reale di rottura e dalla capacità di aggregare consensi fuori da Istituzioni violate che mostreranno le forze del cambiamento.
La storia non è un processo rettilineo verso il “progresso” e non a caso Vico individua avanzate verso la crescita civile e ritorni al passato più oscuro. Sbaglia, però, quando affida tutto alla mano di Dio. La Provvidenza siamo noi, donne e uomini colpiti barbaramente da una reazione di classe che ha i connotati della regressione, della “repressione preventiva” e della “eversione dall’alto”. In questo contesto, Renzi è solo un uomo di paglia sostituibile. I nemici veri sono il passato che egli incarna, la reazione che torna, gli sta dietro e lo sostiene. Per continuare a massacrare i diritti, i padroni potranno tenerlo in piedi, sostituirlo e, in ultima analisi, imporci gli effetti della “continuità dello Stato”, solo se lo slancio necessario alla lotta non troverà dalla sua l’impeto delle immense forze che possono esprimere gli sfruttati. La vittoria sul passato è in mano nostra.
In questo senso, la lezione della guerra di Liberazione e la nascita di una repubblica zoppa, figlia dell’antifascismo, ma più fascista che mai, può essere preziosa. Fare i conti col passato per liquidarlo non significa solo batterlo militarmente. Sui monti la partita era vinta, ma non bastò. Dove andò a finire, allora, il sogno di un mondo migliore, cosa spense quella sensazione di libertà, quella visione del futuro a cui fece da presidio una visione del mondo, che Calvino descrisse con parole immortali? Il “senso della vita come qualcosa che può ricominciare da capo” fu spento da un errore che non va ripetuto: credere che si possa costruire il futuro, riconoscendo dignità di interlocutori agli uomini che rappresentano il passato.
Qui non si tratta di fare il processo alla “continuità” in quanto tale, che è caratteristica naturale della vita politica, finché non si giunge a un disastro. Il fatto è che la catastrofe c’è e i padroni lo sanno così bene, che ancora una volta intendono dare alla “continuità” i connotati dell’eversione dall’alto, ancora una volta trasformano in reazione ciò che per decenni è stata “conservazione”. Quando questo accade, la rottura è nei fatti. Nel dopoguerra mancò il coraggio di andare a uno scontro che non doveva essere a tutti i costi rivoluzione e il fascismo cambiò semplicemente camicia.
L’Italia vera, quella che non vota per delusione, non lotta perché non trova riferimenti e parole d’ordine mobilitanti, questa Italia non sogna l’impossibile, ma non intende patire nuove delusioni. Nessuno resterebbe a casa tra gli sfruttati e tutti sentirebbero il bisogno di lottare fino alla fine, se finalmente qualcuno chiamasse alla lotta, affermando un principio sacrosanto: questo Parlamento peggiore di quello fascista, questo governo di passacarte per conto d’altri, questo Presidente della Repubblica che non scioglie le Camere illegali che lo hanno eletto, non hanno più alcuna legittimità politica e morale. Noi non daremo più, perciò, né soldi, né rispetto, né obbedienza a gente che occupa abusivamente ruoli a cui nessuno li ha designati, finché elezioni politiche legali non ci ricondurranno alla correttezza costituzionale, che è garanzia di giustizia sociale.
Di qui occorre partire per ricominciare e su questo preambolo va costruito un programma di totale autonomia. Ciò che accadrà dopo dipenderà dai padroni di Renzi, ma non può impedire la rottura. Perciò, cominciamo.

Fonte: Esseblog

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