di Rosaria Gasparro
È arrivata anche a scuola, corrosiva, l’ideologia del merito, il valore economico che prende il posto del valore umano, l’incentivo della valùta come deriva della valutazione e come disintegratore di una comunità sfinita e già compromessa nelle relazioni senza collaborazione e solidarietà; una comunità già sapientemente degradata ad arte, da chi di dovere, nell’opinione pubblica.
Abbiamo il dovere di chiederci quanto l’individualismo del presunto merito – quello dei singoli, pochi, individuati dal potere dei dirigenti scolastici, e che non si fa fatica a connotare come tipologia umana e come prestazioni professionali visibili – migliorerà la scuola, quanto faciliterà la formazione di una comunità di persone libere, critiche, creative, di ricercatori appagati del proprio lavoro, quanto produrrà in termini di crescita culturale e sociale.
E quanto, invece, la renderà simile ad un postribolo del pensiero e delle procedure, quanto ostacolerà la vita dei tanti, della maggioranza invisibile che continuerà a preferire e a difendere il suo lavoro d’aula, quello rumoroso, stancante, esposto ai rischi continui di fallimento; quel lavoro innamorato delle minuscole conquiste di ogni giorno, quello che guarda negli occhi e ascolta, porta per mano, asciuga lacrime e moccio, quello indelebile e che si consuma come la grafite dietro le infinite difficoltà di ogni bambino, che ride con loro, che dialoga, che impara. E che si rinnova con una inspiegabile fede e un’illogica allegria dopo ogni sfinimento.
E quanto, invece, la renderà simile ad un postribolo del pensiero e delle procedure, quanto ostacolerà la vita dei tanti, della maggioranza invisibile che continuerà a preferire e a difendere il suo lavoro d’aula, quello rumoroso, stancante, esposto ai rischi continui di fallimento; quel lavoro innamorato delle minuscole conquiste di ogni giorno, quello che guarda negli occhi e ascolta, porta per mano, asciuga lacrime e moccio, quello indelebile e che si consuma come la grafite dietro le infinite difficoltà di ogni bambino, che ride con loro, che dialoga, che impara. E che si rinnova con una inspiegabile fede e un’illogica allegria dopo ogni sfinimento.
Appare così poco meritevole nella buona scuola insegnare. È tutto il resto che conta. La cornice, la vendibilità di sé, l’esposizione in vetrina delle proprie grazie-capacità, l’essere conforme e servile alle richieste dall’alto, senza scrupolo morale, senza interrogarsi sulla propria competenza umana ed esistenziale prima che professionale; basta appropriarsi delle parole d’ordine, meglio se inglesi, dell’aziendalismo scolastico. Il “facite ammuin”, la confusione necessaria per avere il beneficio, il molto rumore per nulla senza scomodare chi comanda. È sensibile il presunto merito alla gerarchia e alla disciplina. Sarà mai meritevole chi pone problemi, chi critica, chi dissente? È così che con l’apologia del merito si può tranquillamente liquidare la democrazia, a colpi di bonus. “Attacca lu ciucce addò vole lu patrune” mi disse una volta in tempi non sospetti una collega avvezza al collaborazionismo.
Perciò io scelgo di essere immeritevole, la considero una virtù. È una forma di amor proprio e di amor degli altri. Un preservare la dignità del mio lavoro e della mia persona, non in vendita. Ho sviluppato da anni gli anticorpi alle eccellenze e alle classifiche, so quanto sono menzognere; gli anticorpi alle misurazioni, ai criteri, agli obiettivi; alle sirene del compenso come ritorno al medioevo. So che la mia qualità è legata alla qualità degli altri, so che non è una quantità che pesa, si allunga, si versa; so che in una classe c’è un multiverso che continua a girare, a espandersi, a chiedere tutte le energie possibili per spostare più in là quel punto di partenza che ci rende così diseguali, che per alcuni è un barcone che affonda. In classe ci valutiamo a vicenda nell’unico senso che gli è proprio, quello del darci valore reciproco, di valorizzare i nostri piccoli talenti per farli crescere senza fretta, senza il misuratore esterno, che ignora le nostre biografie, da dove siamo partiti, da soli e insieme, e dove da soli e insieme siamo arrivati. La nostra è una valutazione diffusa che produce la felicità delle piccole cose, che ci accompagna, aiuta, non giudica, non punisce, non dà voti e premi. Ci rende consapevoli. Noi il merito ce lo riconosciamo ogni momento, quando apprezziamo quello che siamo, quello che facciamo, quello che gli altri ci danno, quando ci fermiamo a guardare il cielo e lasciamo che sia poesia. Dico “noi” perché come maestri siamo coinvolti in ogni momento, aperti ed esposti, in divenire, come loro, i bambini.
Facciamo nei Collegi una dichiarazione di indisponibilità al bonus del merito. Rispediamo al mittente la sua miseria. Nella mia scuola il Consiglio d’Istituto lo ha fatto. Gratitudine ai miei splendidi colleghi.
Comunicate altre azioni di disobbedienza al Comitato di valutazione e ai bonus scrivendo a carmosino@comune-info.net
No al Comitato di valutazione
(con la delibera del Consiglio d’Istituto)
Nella nostra scuola, gli insegnanti, i genitori e il personale ATA respingono la logica del merito da riconoscere con un bonus economico elargito dal dirigente scolastico. Il Consiglio d’Istituto delibera con 17 voti favorevoli, 1 voto contrario (dirigente scolastico) e 1 astenuto (DSGA), di non costituire il Comitato di valutazione dei docenti. Gli stessi pensano che la valutazione sia un processo complesso e delicato che non può essere ridotto e declinato in criteri già previsti dalla contrattazione o inapplicabili e che lasciano intatto il potere discrezionale del dirigente. La qualità dell’insegnamento o il successo formativo e scolastico dello studente non sono misurabili, perché imponderabile è la variabile dell’alunno, ognuno con le sue caratteristiche cognitive, emotive, affettive e sociali.
Tale sistema di elargizione di un bonus economico annulla la libertà d’insegnamento, aumenta la competizione individuale tra i docenti e trasforma la scuola pubblica in azienda. Non solo, ma dare ai genitori la possibilità di valutare i propri docenti, senza averne le competenze per farlo, alimenta la conflittualità tra docenti e genitori e frantuma quell’unità che le componenti del mondo della scuola stanno cercando di costruire faticosamente.
Se ogni Istituto scolastico restituisse al mittente tale proposta indecente, la scuola darebbe un grande segnale di dignità e civiltà e sarebbe un presidio attivo di democrazia.
Di seguito il testo della delibera.
***
IL CONSIGLIO D’ISTITUTO DEL COMPRENSIVO “GIOVANNI XXIII” DI SAN MICHELE S.NO (BR)
PRESO ATTO
– che la legge n. 107/2015 prevede l’istituzione di un “Comitato per la valutazione dei docenti” presieduto dal dirigente scolastico e composto da tre docenti (di cui due eletti dal Collegio docenti e uno dal Consiglio di Istituto), da due rappresentanti dei genitori (eletti dal Consiglio d’Istituto) e da un componente esterno individuato dall’USR;
– che il dirigente scolastico, sulla base dei criteri individuati dal comitato per la valutazione dei docenti, assegni annualmente ai docenti “meritevoli” una quota del fondo istituito per la valorizzazione del merito i quali riceveranno un premio (bonus) in denaro per il quale il governo ha stanziato complessivamente 200 milioni di euro;
– che i criteri sui quali si procederà alla valutazione dei docenti devono essere individuati sulla base:
a) della qualità dell’insegnamento e del contributo al miglioramento dell’istituzione scolastica, nonché del successo formativo e scolastico degli studenti;
b) dei risultati ottenuti dal docente o dal gruppo di docenti in relazione al potenziamento delle competenze degli alunni e dell’innovazione didattica e metodologica, nonché della collaborazione alla ricerca didattica, alla documentazione e alla diffusione di buone pratiche didattiche;
c) delle responsabilità assunte nel coordinamento organizzativo e didattico e nella formazione del personale.
CONSIDERATO
-che, in qualsiasi forma saranno declinati, i suddetti criteri non cancellano il potere discrezionale del dirigente scolastico;
– che un siffatto meccanismo di valutazione spinge i docenti ad uniformare l’attività didattica adattandola a priori ai criteri prestabiliti, sacrificando di fatto la libertà d’insegnamento, nonché le reali e specifiche peculiarità della singola classe e dei singoli alunni;
– che tale sistema di valutazione rischia di favorire uno sterile aumento della competizione individuale tra i docenti, i quali cercherebbero di dimostrare di essere i più meritevoli e quindi i più asserviti alle logiche e alle imposizioni del DS, mentre al contrario una scuola di qualità ha bisogno di effettiva collegialità e cooperazione;
– che il potere di assegnazione di premi (bonus) attribuito al dirigente scolastico può determinare una forte gerarchizzazione e aziendalizzazione della scuola pubblica, minandone il pluralismo e la democrazia previsti dalla Costituzione.
– che dare ai genitori la possibilità di stabilire dei criteri per valutare i propri insegnanti, senza avere né i mezzi né le competenze per farlo, alimenta la conflittualità tra genitori e docenti spezzando quell’unità e quell’armonia che le due componenti del mondo della scuola stanno cercando di costruire;
DELIBERA
sulla base delle considerazioni sopra esposte, che qui si richiamano:
1.di non accogliere la logica competitiva e il processo di aziendalizzazione della scuola, il potere discrezionale del dirigente scolastico, la limitazione della libertà d’insegnamento e la avverabile conflittualità tra genitori e docenti, sottese alla costituzione del comitato di valutazione;
2. di non nominare i propri componenti all’interno del comitato di valutazione e, quindi, di non procedere all’elezione dei propri membri;
3. di dare mandato al dirigente scolastico di inviare la presente delibera al Ministro dell’Istruzione, al Dirigente dell’URS di Bari e al Provveditore agli studi di Brindisi, e di pubblicarla sul sito della scuola.
Fonte: comune-info.net

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