La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 27 febbraio 2016

La crisi dei profughi e la latitanza dell’Unione Europea

di Udo Enwereuzor
L’anno nuovo non ha portato alcuna novità positiva per le persone che cercano protezione nei paesi dell’Ue costrette dai vari conflitti a fuggire dai propri paesi. Tutt’altro: il 2016 prosegue su questo fronte non semplicemente come l’anno scorso ma peggio per diversi aspetti. Lo testimoniano la contabilità dei morti in mare, le risposte alla crisi formulate da alcuni paesi membri dell’Ue e le misure che il Consiglio Europeo stesso ha adottato e altre che si accinge ad approvare.
Il mese di gennaio si è appena chiuso con circa 162 tra morti e dispersi nel solo mare Egeo, secondo la Guardia costiera greca citata dall’UNHCR, a fronte di un totale di 424 morti e dispersi registrati in tutto il 2015 nella stessa area ( UNHCR, 31 gennaio 2016) .
In questa macabra contabilità di vite perse, i bambini e le bambine rappresentano una percentuale elevata e tutto ciò non ha suscitato né indignazione fra i responsabili politici di diversi paesi europei, né una pragmatica riconsiderazione delle politiche fin qui adottate per far fronte alla crisi. Al contrario, fatti così gravi sono stati ignorati da un parlamento come quello danese che ha approvato una legge che autorizza la confisca dei beni per un valore superiore ai 1350 euro ai profughi che arriveranno in quel paese. In Svizzera, un provvedimento analogo che chiede ai profughi di consegnare fino a 1000 franchi svizzeri a copertura della propria accoglienza, è stato adottato dal Governo ed ha incontrato il favore di larga parte dell’opinione pubblica del paese e gli speculatori di casa nostra non hanno mancato di invocare scelte simili anche in Italia.
La decisione delle autorità danesi è la manifestazione di una vera e propria bancarotta morale che va condannata in modo netto. C’è da sperare che non decidano poi anche di mettere i profughi accolti a lavorare gratuitamente finché non avranno finito di ripagare quanto lo Stato danese avrà speso per loro, per la parte non coperta dai beni a loro sequestrati.
Sul fronte delle istituzioni dell’Unione, si ribadisce la decisione di finanziare la Turchia con 3 miliardi per bloccare il flusso di profughi attraverso il proprio territorio verso l’Ue, nonostante le fondate preoccupazioni di organismi internazionali per i rischi di gravi violazioni dei diritti umani da parte delle autorità turche, che comporterà questo mandato alla Turchia di regolatore dei flussi di profughi.
Come se non bastasse, la Presidenza olandese dell’Unione ha proposto alla Turchia di accettare il rimpatrio sul proprio territorio dei profughi che arrivano in Grecia da lì, in cambio dell’accoglienza nell’Unione di 250,000 persone dai campi profughi sempre in Turchia nei prossimi 3 anni. Di fronte ad una proposta così assurda, c’è da dubitare della comprensione da parte delle istituzioni UE della portata della tragedia in corso: la Turchia ha già sul proprio territorio quasi 2 milioni di profughi Siriani e dovrebbe riammettere le persone che sono arrivate in Grecia partendo da lì, che l’UNHCR indica in 915,270 persone ( UNHCR) dal 1 gennaio 2015 al 30 gennaio 2016?
Quel che appare evidente da questa proposta è la volontà delle istituzioni dell’Unione e di alcuni suoi membri in particolare, di tenere i profughi il più lontano possibile dal territorio dell’UE. Dei profughi e di quel che potrà succedere loro in Turchia se il piano andasse in porto, non importa niente alle autorità dell’UE.
Questo atteggiamento di disinteresse delle istituzioni dell’Unione verso la sorte dei profughi fa il paio con l’egoismo di alcuni paesi membri (nell’ultimo consiglio europeo si è poi aggiunto il coup de théâtre dell’Austria, ndr ) rispetto a quei paesi come l’Italia e la Grecia che hanno i confini maggiormente soggetti alla pressione dei profughi.
Il rimprovero ai due paesi da parte della Commissione Europea di essere inadempienti rispetto agli obblighi derivanti dagli Accordi di Schengen, perché avrebbero registrato solo una piccola parte dei profughi transitati dai loro territori e, la scelta unilaterale di alcuni paesi di reintrodurre i controlli ai propri confini interni, sono insieme il rifiuto di assumersi la responsabilità derivante dagli Accordi di Schengen rispetto alle frontiere esterne e il disconoscimento del principio di solidarietà tra gli Stati membri dell’Unione. Purtroppo non ci sono ragioni per essere ottimisti rispetto alla possibilità di recupero di questi due principi – la responsabilità collettiva per le frontiere esterne nell’area Schengen e la solidarietà tra i paesi membri.
L’insistenza a considerare la crisi dei profughi come una questione di sicurezza dovuta a chi trasporta nell’Ue coloro che fuggono da conflitti che quotidianamente seminano morti (basta pensare agli ultimi due attacchi in autobomba in Siria ed Afghanistan nelle ultime 48 ore), indica anch’ essa che la priorità per le istituzioni UE non è salvare più vite umane possibili.
Prova ne è la bozza delle Conclusioni del prossimo Consiglio Europeo sul trasporto illegale delle persone verso l’UE, discusso il 27 gennaio al Consiglio dei Ministri della Giustizia e degli Interni in cui, facendo coincidere gli “smugglers” (trasportatori illegali) con i “traffickers” (trafficanti di essere umani a scopo di sfruttamento), si criminalizza o marginalizza potenzialmente le organizzazioni della società civile, le popolazioni locali ed i volontari che da mesi stanno accogliendo ed aiutando i rifugiati e migranti che arrivano nell’UE (Statewatch) .
Questa bozza afferma che il “trasporto illegale di migranti e traffico di essere umani sono due tipi distinti di reato, contrastati da distinti strumenti legali a livelli UE ed internazionale” Nonostante questa affermazione, il documento giustifica il considerare le due cose alla stessa stregua perché “entrambi i tipi di reato possono essere spesso collegati e riconoscendo che il trasporto illegale è diventato un tipo di reato sempre più violento, che implica di frequente gravi violenze fisiche o psicologiche e abusi di diritti umani”. Partendo da questa conclusione, il documento prevede di introdurre la registrazione delle organizzazioni e volontari che stanno offrendo assistenza umanitaria ai profughi da mesi nelle isole greche e il Governo di quel paese sta già approntando le procedure relative.
Inoltre, si raccomanda di analizzare l’uso dei social media da parte dei profughi e tenerne conto nei futuri accordi di partenariato con le grandi piattaforme di social media internazionali (Statewatch) .
Tutto questo evidenzia la necessità per la società civile di fare ancora di più di quel che è stato fatto finora perché dagli stati membri dell’Unione non arriveranno spontaneamente soluzioni alla crisi che mettono al centro il salvare vite umane salvaguardando nel contempo la dignità delle persone accolte.

Questo articolo è uscito su www.cospe.org
Fonte: comune-info.net

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