La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 27 febbraio 2016

Oltre la democrazia

di Fabrizio Bernardi e Robert Ferro
Dai tempi in cui Francis Fukuyama proclamava la vittoria definitiva del capitalismo democratico e, con essa, «la fine della Storia» (cfr. La fine della Storia e l'ultimo uomo, Rizzoli, Milano 1992), qualche cosa è indubitabilmente cambiata. E «la fine della fine della Storia» (come titolava poco tempo fa un articolo di Le Monde, 16-10-2014) non può che rimettere in discussione tutto ciò che, con quelle tesi, pareva acquisito: la democrazia come orizzonte politico insuperabile della contemporaneità, la fine delle classi sociali e della loro lotta, la perdita di centralità del lavoro salariato, la capacità del capitalismo a perpetuarsi indefinitamente senza «generalizzare le proprie contraddizioni» (Marx). E, almeno su questi punti, tra i vari maitres à penser del postmoderno, da quel Samuel Huntington teorico dello Scontro di civiltà (Occidente vs. Islam) fino a Impero di Toni Negri e Michael Hardt, i più strenui oppositori e antagonisti potevano, nonostante tutto, trovare un qualche terreno d'accordo.
Che le classi esistano e che la lotta di classe possa condurre oltre il capitalismo e oltre la democrazia è invece l'assunto di fondo che permea tutto il saggio di Dauvé e Nesic che qui presentiamo. E benché i temi e i riferimenti siano tutt'altro che nuovi, e non mancheranno di far storcere il naso per cotanto vecchiume, il libro che ne risulta è unico o quasi; e il suo merito fondamentale è quello di prendere finalmente sul serio il proprio bersaglio.
Se la maggior parte dei critici – di ispirazione marxista o libertaria – hanno finito per esserne riassorbiti, i pochi e residuali refrattari hanno creduto di poter regolare i conti con la democrazia trattandola come una semplice farsa, orchestrata al solo scopo di illudere e sviare la rivolta degli sfruttati e dominati. Una concezione, questa, di matrice squisitamente illuminista, votata a dissolvere, tramite un'opportuna Aufklärung, le cortine fumogene che mettono in scacco la ragione – e che va dunque a situarsi, in tutto e per tutto, in continuità con l'episteme borghese, sul modello della critica della religione da parte dell'ateismo filosofico del '700. Questo libro – profondamente dialettico – sarà indigesto per gli uni e per gli altri, poiché la sua tesi fondamentale si costruisce «non cercando una posizione intermedia, bensì passando attraverso gli estremi, la cui non verità è da smascherare in base alla loro idea.» (Theodor W. Adorno, Dialettica negativa, Einaudi, Torino 2004, p. 34). Riallacciandosi implicitamente a Marx, esso mette in luce come la pregnanza e la vitalità della rivendicazione democratica – anche e sopratutto da parte di coloro che ne esperiscono gli «effetti collaterali» piuttosto che i benefici – affondi le sue radici al cuore di ciò che struttura (e non ha mai smesso di strutturare) la società moderna, ossia il rapporto salariale – e, più precisamente, nel suo sdoppiarsi in rapporto di produzione e rapporto di distribuzione. Giacché – secondo l'architettura concettuale marxiana – un simile sdoppiamento vuole dire conversione del (plus)valore prodotto all'interno del «segreto laboratorio della produzione» nelle sue forme empiriche (profitto-interesse, rendita, salario), al momento della distribuzione entriamo in quel «vero Eden dei diritti innati dell'uomo»… e del cittadino, in cui tutte le classi sembrano trarre il reddito a cui hanno diritto e la stessa compravendita della forza-lavoro si pone come una transazione tra uguali.
«Tutti sanno che le pompose leggi della distribuzione vengono compilate nell'oscuro laboratorio della produzione […] E tutti sanno anche che il regno della distribuzione è stato il vero primo paese del socialismo, e prima i sognatori con le loro utopie, poi i riformisti con il loro realismo, infine tutti i «capi amati» che sono per sventura toccati al movimento operaio, hanno sempre visto lì la realizzazione delle armonie sociali e la fine della lotta tra le classi e la pace eterna fra gli uomini, dopo che fosse stato assicurato un equo profitto ai capitalisti, un equo salario agli operai, uno Stato giusto ai cittadini, e un giusto stipendio ai funzionari. […] Quando si tratta di distribuire quello che si è prodotto, tutta la podestà della distribuzione sta già nelle mani di chi ha esercitato il comando sulla produzione.» (Mario Tronti, Operai e capitale, Einaudi, Torino 1966, p. 204).
Benché siano i rapporti di produzione a determinare i rapporti di distribuzione, fintanto che i primi si riproducono, altrettanto fa la sfera della distribuzione che – tramite il suo pendant, la politica – diviene il piano privilegiato in cui i conflitti sociali si manifestano e si regolano. Tutto va allora per il meglio nel migliore dei mondi possibili? Non proprio. Perché, nonostante tutto, la sfera della distribuzione non cancella i rapporti di produzione e il loro carattere primordiale. E chi di distribuzione ferisce di distribuzione perisce: è così che tra democrazia e socialismo, è stata la prima ad avere la meglio. Ma anche la democrazia è, secondo la formula di Dauvé e Nesic, «trionfante e impossibile»… poiché anche se in condizioni normali la lotta di classe tende naturalmente a sublimarsi nella sfera della distribuzione, quest'ultima non la esaurisce e, ad un momento dato, in circostanze particolari, i rapporti di produzione sottostanti alla distribuzione possono ritornare in superficie, rimettendo in causa il modo di produzione nella sua globalità. Al lettore il compito di scoprire, nel libro e nella realtà, il perché e il per come. A noi preme di legare ciò che precede con la più scottante attualità.
A cinque anni dalla pubblicazione di Au-delà de la démocratie in Francia, se la retorica della palingenesi democratica permanente è ancora intatta, non è certo per merito dei governi (democratici e non), ma semmai dei manifestanti che – da Occupy Wall Street alle Primavere Arabe di Tunisia ed Egitto, dagli Indignados alle manifestazioni anti-Erdogan in Turchia, fino alle recenti proteste di Hong Kong – l'hanno rivitalizzata nelle strade e nelle piazze; inverando, almeno in apparenza, le profezie di un altro acuto apologeta del mondo attuale:
«A differenza dei rivoluzionari comunisti di una volta, che avevano il progetto di costruire una società nuova al posto del capitalismo, questi nuovi contestatori non proporranno, per la maggior parte, nessun sistema alternativo. Dopo il fallimento del comunismo, nessuna utopia sembra più disponibile né al posto del mercato, né al posto della democrazia. Ad eccezione di qualcuno, che proporrà il ritorno alla teocrazia.» (Jacques Attali, Breve storia del futuro, Fazi, Roma 2007, p. 178).
La prognosi di Attali, riletta oggi, può senz'altro colpire per la sua aderenza agli avvenimenti successivi; ma basta questo a prenderla per buona? Ci si permetta di dubitarne. Mera variazione sul tema rispetto alla teleologia di Fukuyama, anche la visione di Attali pone la democrazia come il compimento definitivo della storia sociale e politica mondiale – una democrazia, certo, ancora perfettibile e perfino passibile di mutarsi in iperdemocrazia, ma dal cui tracciato sarebbe ormai esclusa qualsiasi deviazione – perché non osa o non riesce a concepire alcuna deviazione dal tracciato della (re)distribuzione. Aggiungiamo che, al giorno d'oggi, prendere in considerazione la sola sfera della distribuzione, e dunque il rapporto salariale soltanto come rapporto di distribuzione, significa diluire la specificità del lavoro che si scambia direttamente contro capitale nel magma del lavoro che si scambia contro reddito e, di rimando, dissolvere il proletariato nella salarizzazione generale, che – è bene sottolinearlo – nei paesi più capitalisticamente sviluppati si estende grossomodo ai quattro quinti della società: non proprio il 99% celebrato dal movimento Occupy, ma quasi. A tutto profitto delle classi medie (come ha ben compreso Fukuyama). Ma, piaccia o meno, il riemergere dei rapporti di produzione, qualora abbia luogo, manda giocoforza in frantumi ogni unanimismo di tutto il popolo, e non risparmierebbe certo quello del «we are the 99%».
Diversamente da Attali non ci arrischieremo in profezie, e dunque non daremo una tale rottura come certa e inevitabile. Ci limiteremo a due constatazioni non prive di importanti conseguenze (a buon intenditor…). In primo luogo: dai giorni felici del movimento altermondialista alle sollevazioni che si sono susseguite dal 2010 a questa parte, la crisi capitalistica ha di fatto cancellato la prospettiva di «un altro mondo possibile» realizzabile tramite la redistribuzione del reddito, e non resta ormai che l'appello alla rifondazione democratica dal basso, talvolta inframezzata dalla condanna degli eccessi finanziari. Almeno su questo punto, l'altermondialismo parodiava il socialismo del XIX e del XX secolo, per il quale ben raramente si trattò d'altro, appunto, che di socializzare le forze produttive sviluppate dal modo di produzione capitalistico. In secondo luogo: a livello del puro andamento economico, tutto o quasi (rallentamento delle economie cinese e tedesca, tendenze deflazionistiche etc.) concorre a far pensare che le modalità attuali di contenimento della crisi in termini di politica economica e monetaria – il quantitative easing su tutti – non bastino più, e che altri dirompenti nodi stiano venendo al pettine. Solo il seguito ci dirà se la combinazione potenzialmente esplosiva di questi due elementi potrà aprire la strada a ciò che Dauvé e Nesic chiamano comunizzazione. «Del doman non v'è certezza» diceva Lorenzo de' Medici, ma è certo che con questo libro i due Autori ci offrano non solo una riflessione profonda sugli splendori e le miserie della moderna democrazia, ma anche sul movimento che potrebbe radicalmente superarli.

Fonte: Il Lato Cattivo

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