La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 29 marzo 2016

Un sogno europeo contro la guerra

di Nigrizia
Siamo persone comuni – “Contiamo come polvere sulla bilancia, come goccia da un secchio”, parafrasando il profeta Isaia (40,15) – ma nessuno ci può impedire di ribellarci e dire no all’intesa sui migranti del 18 marzo scorso tra Unione europea e Turchia. Molti, uomini e donne d’Europa, ne siamo convinti, condividono i nostri sentimenti di indignazione e vergogna. I capi di stato e di governo che ci rappresentano hanno deciso di chiudere le frontiere per non fare entrare altri che fuggono dalla guerra in Medio Oriente, che solo in Siria ha causato 4 milioni di profughi e 7 milioni di sfollati.
Sono già troppi quelli che sono stati accolti nel 2015 – ci dicono – e se ne accetteranno soltanto 70mila. Poco importa se i richiedenti asilo in Europa sono 1 milione e 200 mila a fronte di una popolazione di 550 milioni, un rapporto di 2 profughi su mille abitanti, mentre il Libano, con possibilità di accoglienza infinitamente inferiori, ne ospita circa 1 milione e mezzo, 1 profugo su 4 abitanti.
L’Europa se la prende con le vittime: con chi paga il prezzo di conflitti che non ha provocato. Nessuna autocritica. Né tantomeno l’Ue osa criticare le superpotenze internazionali con cui è alleata, Stati Uniti in primis, che continuano ad alimentare queste guerre. E non una parola sulla corsa al riarmo dei paesi dell’area del Golfo: nel periodo 2010-2015, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Kuwait e Qatar hanno importato armi convenzionali per più di 21 miliardi di dollari. E sappiamo perché. I venditori in ordine decrescente sono Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Italia e Germania. Bombe italiane sono state acquistate dall’Arabia Saudita e utilizzate dall’aviazione per bombardare lo Yemen, in contraddizione con la legge 185 che proibisce l’esportazione di armi a paesi in guerra, come è stato denunciato di recente da associazioni per la pace.
Secondo l’intesa tra Bruxelles e Ankara, la Grecia dovrà “rimpatriare” in Turchia tutti i migranti arrivati irregolarmente sulle sue coste, compresi i siriani che avrebbero diritto di asilo. Per ogni siriano entrato irregolarmente e rispedito in Turchia, l’Europa si impegna ad ammettere un altro siriano, ospitato nei campi profughi turchi, che abbia presentato regolare richiesta di asilo.
Quante bugie dietro a parole politicamente corrette. Si parla di rimpatrio, cioè di ritorno al paese di origine. Ma non è così, perché la Turchia non è il paese di origine di siriani e di altri rifugiati che sono approdati sulle coste europee. Si parla di irregolari. Irregolare è invece la guerra e non chi scappa per evitare di essere ucciso.
Sempre secondo l’intesa, non hanno diritto di asilo i migranti economici che saranno rimandati dalla Turchia nei paesi di provenienza. Da un giorno all’altro Bruxelles, nel febbraio scorso, ha deciso di classificare come migranti economici gli afghani, che sono circa un quarto del milione e più di persone arrivate in Europa nel 2015. Bisogna essere in malafede per non vedere che non si lascia l’Afghanistan semplicemente per migliorare le proprie condizioni economiche. La guerra iniziata nel 2001 dagli Usa e dai paesi della Nato ha seminato morte e distruzioni e non può dirsi terminata solo perché gli americani hanno avviato dal 2014 il ritiro delle loro truppe. In Afghanistan permane un clima di insicurezza e di violenza diffusa, e non ci sono condizioni che facciano sperare in un futuro pacifico.
Intanto il terrorismo continua a colpire anche in Europa come dimostrano gli attentati sanguinari del 22 marzo a Bruxelles. La disperazione, abbinata al fanatismo, è una miscela esplosiva. È una reazione che si può innescare anche nel cuore di profughi cui è stato negato il diritto di asilo e si vedono costretti a tornare indietro dopo aver investito tutto nel viaggio che li ha portati in Europa in mezzo a privazioni e a rischio della vita.
La negazione di un diritto e il rifiuto dell’accoglienza sono una violenza che evoca altra violenza in chi non ha nulla da perdere. Tutto ciò non sfugge ai movimenti terroristici che sanno dove adescare nuovi adepti. E per proteggersi dal terrorismo, dai kamikaze e dalle autobomba non bastano la repressione e i servizi di intelligence.
La via più difficile, ma più efficace, passa attraverso il rispetto del diritto di asilo, la solidarietà e l’intelligenza politica. E richiede l’impegno di tutti, a partire dai nostri leader in Europa, a favore della pace, nella ricerca di un negoziato genuino tra le parti in conflitto, ponendo fine al riarmo di paesi in guerra e favorendo una politica di riconversione dell’industria bellica a quella civile. Un progetto e un sogno per cui vale la pena spendersi.

Fonte: Nigrizia 

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