La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 3 maggio 2016

Bentornato Socialismo?

di Commonware
Nelle trasformazioni politiche e sociali seguite alle lotte e insorgenze degli anni ’60 e ’70, nel pieno della controrivoluzione capitalistica, nell’affermarsi di nuove figure del lavoro e forme di produzione, abbiamo provato a indagare le linee di continuità e di discontinuità con il passato. Un punto importante di riflessione politica, con precise conseguenze pratiche, è stata la crisi della forma-Stato e della rappresentanza. A ciò si abbina quella che abbiamo individuato come chiusura degli spazi di riformismo, che hanno storicamente fatto perno esattamente sul binomio Stato-rappresentanza.
Negli ultimi anni, nello sviluppo di quella che abbiamo definito come crisi permanente, il quadro di analisi è in molti casi mutato. Le esperienze di Syriza e di Podemos, le figure di Corbyn e di Sanders, ognuna a suo modo e in forme diverse, sono spesso interpretate come possibilità di conquista di spazi verso l’alto, che poggiano sull’accumulazione politica e soggettiva dei movimenti, portandola a trasformare il piano istituzionale.
Non vi sono molto dubbi, in chi sostiene queste ipotesi, del carattere riformista avanzato di tali esperienze; proprio tale carattere è però letto positivamente, come stadio necessario per uscire dall’impotenza dei movimenti. Al contempo, le proposte politiche paiono ritornare sul campo keynesiano (investimenti pubblici, redistribuzione, welfare), ancorché pensato in termini radicali e innovativi rispetto al passato, o rivolto a una sovranità non più nazionale ma sovranazionale.
Il problema non è per noi assumere una posizione ideologica rispetto al piano istituzionale. Ravvisiamo invece tre ordini di problemi. Il primo è la sottovalutazione o la rimozione del nodo dei rapporti di forza, senza cui qualsiasi opzione, fosse anche di blando riformismo, è inapplicabile. Per dirla in termini semplici: perché i capitalisti dovrebbero redistribuire la ricchezza verso il basso se possono governare concentrandola verso l’alto? Il secondo è la praticabilità di tali opzioni. Se non interpretiamo la resa di Tsipras semplicemente come cattiva volontà (che sia anche questo, poco ci interessa ai nostri fini), dovremmo forse interrogarci sugli spazi effettivi di mutamento dei processi cosiddetti “verticali” che passano attraverso le istituzioni esistenti. Lo stesso Sanders ammette preventivamente che il presidente della potenza americana ha delle possibilità limitate di azione: lo fa sicuramente per mettere le mani avanti, ma in questo modo svuota di contenuto concreto quel suo definirsi “socialista” che ha mobilitato insospettabili simpatie nell’ambiente radicale statunitense e internazionale. Last but not least, vi è il problema della direzione che assume la soggettività prodotta nei movimenti. Non si tratta semplicemente di cooptazione, che pure esiste, bensì del rischio di un pensiero della subalternità alla fase capitalistica. È come se, in tempi di crisi, non ci potessimo più permettere un punto di vista radicale che è invece praticabile in fasi espansive. Tutto ciò avviene, inoltre, in un contesto in cui quelle variegate e molteplici opzioni malamente definite “populiste” hanno a loro modo interpretato e agito la crisi della rappresentanza, il processo di radicalizzazione e polarizzazione sociale determinato dalla crisi, la chiusura degli spazi riformisti, l’esaurimento delle tradizionali dialettiche istituzionali.
Ci sembra quindi arrivato il momento di aprire un dibattito attorno a questi nodi: rappresentanza, riformismo o keynesismo sono superati o vanno reinterprati? Su quali figure sociali e del lavoro fanno eventualmente perno e con quali prospettive? Cosa significa ciò per i militanti e le soggettività di movimento? Dopo avergli dato l’addio, dobbiamo constatare il ritorno di un socialismo 2.0?

Per inviare contributi al dibattito: info@commonware.org

Fonte: commonware.org

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