La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 27 maggio 2016

Dal Mutualismo al Terzo Settore. Cosa resta oggi di una soggettività contro?

di Sandro Busso e Enrico Gargiulo
Del concetto di mutualismo, e della sua natura intrinsecamente politica e resistente delle origini, sembra restare una debole traccia nel discorso pubblico attuale. Se è vero che, come suggerisce l’editoriale di Commonware, il dibattito ritorna in auge negli ambienti militanti, il termine sembra quasi scomparso dalle retoriche dominanti, assorbito da categorie più diffuse, generiche e rassicuranti come non profit o terzo settore. Lo slittamento non è solo semantico, ma ha implicazioni politiche profonde, costituendo dunque un buon punto di partenza per comprendere le trasformazioni del fenomeno e il progressivo processo di erosione del potenziale politico antagonista legato alle esperienze di mutualismo.
Due fenomeni, infatti, accompagnano quella che Moro1 definisce “l’invenzione del non profit” come categoria onnicomprensiva: l’emersione sulla mappa economica di un insieme di attori impropriamente aggregati sotto un’unica etichetta che tende ad attenuarne le differenze; la costruzione di un’aura di benevolenza che sa spesso di addomesticamento e incorporazione più che di riconoscimento.
Più in dettaglio, all’interno del contenitore “terzo settore”, il mutualismo delle origini, di stampo “comunitarista” e orientato a promuovere forme rinnovate di socialità e di partecipazione – anche politica – enfatizzando il ruolo di soggettività in conflitto con gli attori statali e di mercato, e contro il capitalismo egemone, viene affiancato da prospettive diverse, animate da intenti niente affatto antagonisti e per nulla politici. Analizziamone brevemente tre.
Il comunitarismo di matrice cattolica, ad esempio, vede nello stato una minaccia in quanto le istituzioni pubbliche minerebbero quelle relazioni sociali basate sulla gratuità e sul dono che sono alla base del vivere sociale. Da questa prospettiva, le forme di mutuo aiuto, organizzate perlopiù all’interno di associazioni di volontariato, non sono un semplice mezzo di rappresentanza degli interessi individuali ma la forma “naturale” della società. Questo tipo di comunitarismo, dunque, elabora certamente una forma di mutualismo “antistatalista”, fondato tuttavia su presupposti del tutto differenti dalle esperienze delle origini. Il progetto politico di rovesciamento del sistema sociale ed economico dominante lascia qui il posto a una sorta di ripiegamento nel privato (sociale), a una concezione che predica e pratica l’estraniamento dalla politica. Lo stato – ma più in generale il potere politico – va temuto e tenuto lontano, al più addomesticato, ma non affrontato direttamente o meno che mai combattuto.
Parallelamente, l’antistatalismo può essere fatto proprio da visioni iper-individualistiche (in alcuni casi apertamente anarco-capitaliste), che attaccano le istituzioni pubbliche in nome della libertà dei singoli, e non della socialità e della partecipazione. Da questa prospettiva, le forme associative sono semplici mezzi a disposizione dei singoli per rappresentare e promuovere i propri interessi. Come tali, dunque, non rivestono significati e non possiedono valenze sociali e politiche ulteriori, tanto da non distinguersi sostanzialmente dalle organizzazioni for profit.
Infine, sono presenti prospettive individualistiche non antistataliste che considerano centrale il ruolo delle organizzazioni di volontariato e di cooperazione senza però delegittimare lo stato e il pubblico. Qui, alle forme di mutuo-aiuto non è attribuito alcun potere costituente; allo stesso modo, la società civile non appare come il luogo di costruzione del consenso generale o, addirittura, dell’egemonia. Il terzo settore è, semplicemente, uno strumento (non politico) di partecipazione degli individui alla vita sociale e di mediazione tra i singoli e le istituzioni pubbliche.
Lo slittamento semantico e pratico dal mutualismo al terzo settore, dunque, rischia di sterilizzare il conflitto sociale accomunando tra loro esperienze disomogenee, e in alcuni casi radicalmente incompatibili.
Alla luce di queste considerazioni, quali prospettive offre un terzo settore sempre più percepito – a torto – come un insieme omogeneo per lo sviluppo di soggettività politiche antagoniste? Se è vero che, come ci ricorda l’editoriale, “era proprio l’uso politico che ne faceva il nascente movimento operaio a spaventare la borghesia ottocentesca. La questione che ci sembra dirimente allora è: senza soggettività organizzata, e organizzata contro, non c’è alcuna possibilità di trasformazione”.
Un primo livello di analisi sul ruolo del TS nel favorire la partecipazione politica rimanda a quella che Alia definisce “politica del bisogno”. Il nodo centrale qui ci pare legato alla fondamentale distinzione tra soddisfazione dei bisogni o liberazione dagli stessi, dove alla seconda corrisponde il maggior potenziale nel creare soggettività. Forme associative e cooperative che operano all’interno di sistemi di welfare in contrazione, sempre più lontani dalla garanzia dei diritti, appaiono in questo senso fortemente depotenziate. Dipendenti da progetti, finanziamenti spot e spesso costretti a filoni di interventomainstream, gli attuali soggetti del terzo settore sembrano aver perso la capacità di progettare nel lungo periodo, capaci al più di sperimentare modelli alternativi e non di realizzarli in modo stabile. Operando nel sistema del welfare mix finiscono per assorbire vincoli e caratteristiche di un sistema che sempre meno promuove capacità, e in cui l’emancipazione e la capacitazione si trasformano nel predicato di un paradigma dell’occupabilità e della condizionalità, dove al lavoro (e al mercato) è deputata la garanzia dei diritti.
Il nodo principale ci sembra però riguardare la questione della creazione di soggettività politiche “contro”, o il potenziale antagonista nei confronti del sistema. Il mutare della prospettiva ha infatti un ruolo importante nel depoliticizzare le esperienze di mutualismo e cooperazione. Ancora una volta lo slittamento è prima di tutto semantico: la locuzione “società civile” perde i connotati gramsciani di terreno di confronto e scontro su idee e cultura finalizzato alla costruzione dell’egemonia, per accostarsi piuttosto a un ideale tocquevilliano, attualizzato attraverso il ricorso a concetti come quelli dicoesione sociale e capitale sociale, dotati di un grande appeal anche sul versante delle politiche. La creazione di reti, spazi di libertà e autonomia diviene così “un bene in sé”, non terreno di scontro ma risorsa diffusa e, soprattutto, non in alternativa al ruolo regolatore dello stato o del mercato.
Il dibattito pubblico, politico e scientifico si appiattisce così su visioni non conflittuali e “bipartisan”, dal momento che il carattere intermedio tra stato e mercato attribuito al terzo settore si presta a generare consenso tra posizioni politiche e concezioni del ruolo dell’intervento pubblico opposte. Lo sviluppo del non profit, in tutte le sue forme, è quindi gradito sia a tradizioni liberal-liberiste che auspicano, per l’appunto, una “liberazione” del mercato dalla stretta dell’autorità pubblica e della società dal suo paternalismo, sia ad approcci che, al contrario, si pongono in aperta opposizione ai processi di mercificazione che proprio il modello liberista favorisce. Tradizioni opposte convergono così sulla necessità di promuovere sfere d’azione imperniate sul volontariato, sull’altruismo, nonché sulla produzione non mercificata di relazioni e tessuto sociale.
Il terzo settore, da un punto di vista concettuale non è dunque strumento di parte, di lotta politica, di costruzione di spazi antagonisti e di contropotere. Non è temuto ma invocato da tutti, e in quanto strumento condiviso smette di rappresentare una minaccia. Al contrario, diviene strumento di legittimazione per lo status quo: dimostrazione del fatto che il mercato e il capitalismo non sono “cattivi” per definizione, che possono al contrario generare socialità, e che i loro esiti dipendono dall’uso che se ne fa.
A disinnescare ulteriormente il potenziale antagonista è poi il piano delle pratiche, e il meccanismo di cooptazione degli attori del terzo settore che entrano gradualmente dapprima nella partita della gestione dei servizi, e in seguito nel processo politico di programmazione. L’evoluzione verso il modello della governance e della co-progettazione distribuisce infatti le responsabilità della gestione del welfare su tutti i soggetti coinvolti, includendo di fatto il non profit anche nella definizione degli obiettivi e delle strategie di pubblico interesse.
La ricerca di modelli alternativi non ha più un carattere antagonista. Semmai, questa appare finalizzata a trovare soluzioni più efficaci ed efficienti all’interno di un sistema di mercato (o più propriamente di quasi-mercato, vista la mole di risorse che dipendono dal settore pubblico). Questo vale in particolar modo per la ricerca di nuove fonti di finanziamento, di cui parla Abidah, finalizzate ad innovare un sistema mercatistico la cui legittimità non è messa in discussione, con il presupposto implicito del superamento di un modello di stato sociale keynesiano. Non che l’ambiguità tra opposizione e riproduzione del sistema capitalistico non fosse presente alle origini del movimento, come nota Meriggi nella sua intervista. Tuttavia qui l’ambiguità sembra sciogliersi in direzione della seconda opzione.
La cooptazione nei processi decisionali ha poi due effetti particolarmente rilevanti. Il primo riguarda la condivisione di responsabilità che deriva dall’inclusione nei tavoli e nelle sedi della programmazione. La semplice presenza, se non la partecipazione attiva, tende a legittimare le decisioni rendendole condivise e non imposte dall’alto, indipendentemente dalla capacità di voice che gli attori del terzo settore sono in grado di esprimere.
Come mostrato efficacemente da Moini2, del resto, l’introduzione di retoriche e pratiche partecipative all’interno delle politiche pubbliche è uno strumento estremamente utile alle classi dirigenti per stornare la responsabilità intorno a decisioni impopolari in materia di politiche sociali, favorendo il depotenziamento dei conflitti sociali, la corresponsabilizzazione rispetto alle scelte pubbliche di soggetti considerati in condizioni di minorità e quindi passibili di processi di empowerment, la depoliticizzazione delle poste in gioco attraverso lo spostamento delle responsabilità verso la sfera delle interazioni private, la compensazione dei costi sociali ed economici delle politiche neoliberiste attraverso il coinvolgimento dei cittadini nei processi decisionali a livello locale.
Ma all’interno delle sedi della programmazione partecipata si gioca anche un’altra importante partita sul piano culturale, che ha che fare con il restringimento dello spazio discorsivo, con l’uniformità e il conformismo del discorso pubblico e con l’assenza di soluzioni radicali o nel segno della discontinuità.
I processi di rimozione del ruolo politico “contro” del terzo settore non vanno però confusi con una depoliticizzazione tout court. Al contrario, per resistere su un mercato che la crisi ha reso sempre più competitivo, cooperative e associazioni hanno sempre più bisogno di stabilizzare e potenziare legami politici. La partecipazione ai tavoli può così diventare strumento per accrescere la propria influenza, rafforzare reti e accedere ai canali di finanziamento. Pochi osservatori sembrano preoccuparsi della democraticità e della legittimità del ruolo politico del terzo settore, che pure desta più di una preoccupazione. C’è innanzitutto il problema di chi partecipa ai processi decisionali e di come viene coinvolto: la partecipazione ai tavoli richiede in primis capacità organizzative che solo le realtà più grandi hanno, con conseguente esclusione delle organizzazioni “minori”, acuita anche dai meccanismi di selezione spesso informali e non del tutto trasparenti. In altri termini, la cooptazione segue regole che tendono a negare la voice di realtà isolate o, soprattutto, non allineate. Altro nodo critico è poi la presenza di attori che sono spesso considerati “rappresentativi” di altre realtà del terzo settore, ma che agiscono al di fuori di ogni vincolo formale di rappresentanza, e possono dunque mettere in atto comportamenti strumentali o quantomeno non condivisi, nascondendo conflitti di interesse rilevanti. Conflitti di questo tipo, peraltro, sono acuiti dal fatto che la partecipazione del non profit ai processi decisionali è costitutivamente ambivalente: le organizzazioni del privato sociale sono presenti ai tavoli della programmazione e, al contempo, sono affidatarie di compiti gestionali.
A fianco alla perdita del potenziale antagonista, l’attuale ruolo del terzo settore comporta rischi anche più rilevanti, che hanno a che fare con l’esercizio del potere e con l’inversione dei presupposti che avevano alimentato il mutualismo delle origini. Il terreno principale su cui questa ambiguità è riscontrabile è quello del lavoro. Se il terzo settore assume rilevanza sempre maggiore nel generare occupazione, la qualità del lavoro non sembra all’altezza della quantità. I dati Istat mostrano una presenza di contratti precari, a termine, di collaborazione esterna di gran lunga superiori a quanto non sia riscontrabile nel settore profit, e il confronto con gli operatori rivela spesso retribuzioni non adeguate. Molto spesso, paradossalmente, oggetto di questo trattamento sono gli stessi soci delle cooperative e i membri delle associazioni. Elemento centrale nelle dinamiche di estrazione di valore dal lavoro sociale è quello delle “ricompense immateriali” , spesso considerate integrative, quando non sostitutive, del salario. Tali ricompense hanno origini diverse. Ad un primo livello esse sono riconducibili alle ricadute sociali del lavoro svolto: la gratificazione che deriva dalla componente solidaristica può spesso motivare i lavoratori anche in presenza di condizioni contrattuali che altrove sarebbero ritenute inaccettabili, in una costante oscillazione tra la percezione di sé stessi come lavoratori piuttosto che come “volontari retribuiti”.
Le giustificazioni della debolezza delle posizioni lavorative nascono però anche proprio dall’appartenenza al terzo settore o al mondo della cooperazione. Ad avere valore, qui, è proprio l’inserimento in un contesto lavorativo che – almeno a livello di ragione sociale – sceglie di non fare proprie le logiche del profitto connesse all’economia di mercato. Il valore della demercificazione, paradossalmente, viene qui rimercificato divenendo sostitutivo di ricompense materiali, generando un valore che può essere quantificato economicamente in termini di risparmio per il sistema (da qui il valore delle esternalizzazioni) e di aumento della competitività sul mercato. Si genera però anche un capitale politico e sociale, che può essere con profitto speso per rafforzare la posizione dell’organizzazione o dei suoi vertici. Il corto circuito che rischia di generarsi è evidente: tanto più valore si è in grado di estrarre dal lavoro, tanto più si riuscirà a diventare attori chiave sulla scena della governance locale.
L’universo simbolico positivo associato alle forme cooperative pesa poi in modo considerevole sulle dinamiche di rimozione del conflitto sui posti di lavoro. I “buoni”, come mostra bene l’omonimo romanzo di Rastello, possono facilmente sfuggire all’esplicitazione delle gerarchie, esercitando un potere che si cela dietro retoriche egualitariste ed inclusive.
Anche i beneficiari dei servizi, siano essi membri o soci o semplicemente utenti, possono rientrare in questa dinamica. Agendo nel mercato, le associazioni di terzo settore beneficiano spesso di un elevato grado di discrezionalità, che permette di esercitare un potere di selezione e disciplina degli utenti, ai quali può spettare il compito di garantire visibilità all’associazione e dalla cui “performance” può dipendere il giudizio sull’efficacia della stessa.
Non si può, ovviamente, generalizzare ed estendere dinamiche di questo tipo alle forme che la cooperazione assume oggi. Tuttavia, ci pare altrettanto improprio bollare le degenerazioni del sistema come comportamento predatorio di soggetti “devianti”. Distinguere i buoni dai cattivi rischia di occultare dinamiche sistemiche responsabilizzando unicamente gli attori. Se l’ambiguità tra funzione antagonista e ruolo funzionale alla riproduzione del capitalismo ha da sempre accompagnato le esperienze del mutualismo, sembrano infatti mutate le condizioni sistemiche in cui questa ambiguità prende forma. Il rischio non è soltanto quello di svolgere un ruolo suppletivo dell’intervento dello stato consentendone la ritirata in modo “indolore”. Quello che pare più pericoloso è la possibilità di legittimare un assetto – e un mercato – sulla cui distribuzione dei ritorni esistono grandi perplessità.
Perché nuove esperienze di mutualismo possano ritrovare un ruolo antagonista occorre forse, in primis, una ridefinizione delle categorie all’interno delle quali queste sono destinate a collocarsi; categorie in cui il politico deve tornare a ricoprire un ruolo primario. La categoria di terzo settore, in questo senso, appare più una gabbia che un’opportunità.

1 Moro G., Contro il No profit, Laterza, 2014

2 Moini G. (a cura di), Neoliberismi e azione pubblica. Il caso italiano, Ediesse, 2015

Fonte: commonware.org 

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