La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 27 maggio 2016

A chi appartiene il passato? Il dibattito sulla "repatriation"

di Elena Canadelli
Di musei, e di musei scientifici in particolare, non si sente parlare spesso. Fa eccezione un tema scottante, che scalda gli animi dagli anni Novanta del secolo scorso: si tratta della restituzione delle collezioni museali alle comunità d’origine – repatriation, come la chiamano gli inglesi – che può riguardare opere d’arte, manufatti o resti umani. Circoscrivendo il discorso ai resti umani, la questione è complessa e delicata, dato che tocca problemi di ordine etico, di tutela e accessibilità del patrimonio culturale e, più in generale, di legittimità scientifica. Lungi dal riguardare unicamente antropologi, etnografi e curatori, il dibattito sulla restituzione fa emergere questioni più ampie, al cuore dell’attuale riflessione pubblica sui rapporti tra scienza, politica e società e uso della storia.
Come e dove tracciare confini, anche legislativi, tra scienza ed etica; come rileggere e rapportarsi a un passato, spesso scomodo, che ha lasciato dietro di sé “cose”, oggi conservate nei musei; come affrontare la questione dell’identità, tra locale e globale, del rapporto tra le culture e di come ridisegnare le finalità dell’istituzione “museo”.
La seconda metà dell’Ottocento ha visto la formazione delle maggiori collezioni di antropologia fisica, etnografia e anatomia di Europa e Stati Uniti: crani, ossa, scheletri, manufatti provenienti da diverse parti del mondo confluirono nei musei occidentali per essere studiate, misurate, catalogate. La dominazione coloniale e l’organizzazione di viaggi scientifici rese possibile l’acquisizione di un numero crescente di resti umani e di testimonianze culturali di popoli “altri”. Acquistati, scambiati, raccolti, i corpi diventarono documenti, prove al servizio della conoscenza scientifica. Negli Stati Uniti poteva perfino succedere che un veterano della guerra civile trovasse esposto il proprio braccio all’Army Medical Museum di Washington!
A essere maggiormente interessati dal dibattito sulla restituzione di resti umani sono oggi soprattutto paesi come Australia, Nuova Zelanda, Canada e Stati Uniti; ovvero quei paesi che hanno vissuto un violento fenomeno di colonizzazione interna di comunità indigene native, relegate in territori sempre più limitati, perseguitate, marginalizzate culturalmente e in alcuni casi, sterminate. A partire dagli anni Novanta del secolo scorso, in questi paesi è iniziato un lungo e complesso tentativo di riconciliazione, che ha coinvolto anche organismi internazionali, quali l’ONU, l’UNESCO e l’ICOM (International Council of Museums), attraverso il riconoscimento delle specificità culturali delle comunità indigene e dei loro diritti sui territori, sugli oggetti di culto e sui resti umani. Questo dialogo ha condotto alla promulgazione di norme come il Native American Graves Protection and Repatriation Act (NAGPRA), emanato dal Governo degli Stati Uniti nel 1990, che regola la restituzione dei resti umani e oggetti di culto alle comunità native. La necessità di una riconciliazione è stata accolta dalle Nazioni Unite con la Dichiarazione dei Diritti dei Popoli Indigeni approvata il 13 settembre 2007. All’articolo 13 si legge infatti che questi popoli “hanno il diritto di preservare e di accedere ai propri siti religiosi e culturali […], di utilizzare e di mantenere il controllo dei propri oggetti cerimoniali […] e il diritto al rimpatrio delle loro salme” e che gli Stati devono adoperarsi “per rendere possibile l’accesso e/o il rimpatrio degli oggetti cerimoniali e delle salme in proprio possesso attraverso meccanismi equi, trasparenti ed efficaci sviluppati di concerto con i popoli indigeni interessati”[1].
Questo dibattito è all’origine della cosiddetta “museologia di collaborazione”, sviluppata autonomamente dai diversi musei attraverso il dialogo tra lo staff museale e i rappresentanti delle comunità native. La riconciliazione ha seguito di volta in volta strade diverse, perché in questo campo non ci sono ricette pronte per l’uso, per di più in assenza di una normativa internazionale[2]: in alcuni casi, qualora si sia riusciti a determinare l’esatta provenienza originale dei reperti, i materiali sono stati fisicamente restituiti alle comunità indigene (o in qualche caso a centri culturali indigeni quali il Te Papa Tongarewa in Nuova Zelanda); in altri casi, i musei hanno collaborato con le comunità indigene per la conservazione e l’esposizione di tali oggetti, al fine di preservarne e comunicarne i significati secondo l’ottica delle comunità di origine, come è avvenuto per esempio nel Museo dell’Università della British Columbia a Vancouver, riaperto nel 2010, o nel National Museum of the American Indian di Washington e New York; in altri casi ancora, la proprietà dei manufatti e dei resti umani è stata attribuita alle comunità indigene che ne hanno permesso la conservazione nei musei pur mantenendo la possibilità di un loro uso nelle cerimonie religiose e tradizionali.
Mentre gli antropologi culturali, generalmente favorevoli alle restituzioni, discutono su come, a chi e perché restituire di volta in volta questi oggetti[3], la comunità scientifica è giustamente preoccupata di perdere importante materiale di studio genetico e biologico. Diversamente che per i marmi del Partenone del British Museum a Londra, rivendicati dalla Grecia, o per i bronzi del Benin, richiesti dalla Nigeria al governo inglese, con i resti umani infatti si rischia di perdere informazioni utili allo studio dell’evoluzione e della diversità umana, delle condizioni di vita di certi gruppi umani e della diffusione di malattie nel passato. La questione si fa ancora più complicata nel caso di resti umani antichi, in cui è difficile determinare il legame di discendenza reale tra i resti e le comunità che li reclamano. Si pensi per esempio a quanto è avvenuto con la cosiddetta “Kow Swamp collection”, formata da resti umani risalenti al Pleistocene, rinvenuti tra il 1968 e il 1972 presso la palude di Kow, nello stato di Victoria, in Australia. Fondamentali per ricostruire le dinamiche del popolamento e delle migrazioni della specie umana sul continente australiano, nel 1990, in seguito all’appello della comunità di aborigeni echuca, i resti furono riseppelliti – pur senza evidenze di un legame genealogico – con grave perdita per la ricerca, che grazie alle nuove tecniche avrebbe potuto apprendere di più sul popolamento del continente. O ancora, si pensi al controverso caso del cosiddetto Kennewick Man, uno dei più antichi resti umani del Nord America (vecchio all’incirca 8,500 anni)[4]. Trovato casualmente nel 1996, nel Columbia Park a Kennewick, Washington, da due ragazzini, fu ben presto al centro di un’animata polemica che diede vita a una lunga vicenda giudiziaria, conclusasi solo nel 2004, ma che ha strascichi ancora oggi. Tutto nacque dall’affermazione di un archeologo indipendente che sosteneva trattarsi di resti di un nativo americano e che per questo sarebbe dovuto ricadere sotto il NAGPRA. Se nel 2014 uno studio morfologico del cranio aveva affermato la non affinità con i nativi americani, una ricerca sul genoma del Kennewick Man, pubblicata nel 2015 su Nature, stabiliva invece che quell’antico uomo è più vicino al corredo genetico dei nativi americani che a quello di qualsiasi altra popolazione umana, rinfocolando così le polemiche[5]. Oggi i resti si trovano in “territorio neutrale”, nei depositi del Burke Museum, in attesa di sviluppi futuri.
A più di venti anni di distanza dall’emanazione del NAGPRA, il mondo degli addetti ai lavori continua a essere spaccato. Lo mette in evidenza un breve commento uscito qualche settimana fa su Nature di David Hurst Thomas, curatore di antropologia presso l’American Museum of Natural History di New York[6]. Nel recensire due volumi freschi di stampa, che rappresentano due diversi atteggiamenti di fronte al problema, Thomas presenta le ragioni di chi, come la sociologa Tiffany Jenkins, nel suo Keeping their marbles: How treasures of the past ended up in museums and why they should stay there (Oxford University Press, 2016), difende il diritto dei musei a continuare ad acquisire, conservare, studiare ed esporre le collezioni, e chi, come lo storico Samuel Redman, nel suo Bone rooms: From scientific racism to human prehistory in museums (Harvard University Press, 2016), in taluni casi considera invece giusto aprire il confronto con le comunità d’origine, con uno sguardo privilegiato a quanto avvenuto nei musei di antropologia e medicina degli Stati Uniti. Se Jenkins dà la priorità a ciò che è meglio per oggetti, studiosi e pubblico, Redman propone di affrontare con spirito collaborativo le richieste di restituzione da parte di comunità indigene di materiali acquisiti in maniera spesso illecita, rubati o saccheggiati. Più vicino alle posizioni di Redman, l’autore dell’articolo si schiera tra coloro che invocano l’apertura di un dialogo proficuo tra scienziati e “richiedenti”, anche per favorire un ritorno di fiducia nei confronti delle istituzioni museali, in modo che i musei possano continuare a svolgere una funzione di “democrazia scientifica” proprio tramite un dialogo basato su dati scientifici.
Ogni caso merita un’analisi circostanziata. Di fronte alle richieste avanzate qualche anno fa dal governo australiano e dagli aborigeni australiani e della Tasmania al governo inglese, il direttore del British Museum di Londra ha condivisibilmente risposto che i 20.000 resti umani provenienti da tutto il mondo conservati nel suo museo rappresentano una risorsa insostituibile per la ricerca scientifica sull’evoluzione e la diversità umana. Per contro nel 1991 l’Università di Edimburgo ha deciso di restituire all’Australia i resti umani conservati nel suo Dipartimento di Anatomia[7]. Anche la Germania e la Francia sono state coinvolte. Tra le richieste più celebri di repatriation vi sono quelle della “vénus hottentote” del Musée de l’Homme di Parigi e delle “tête Maori” del Museo di Storia naturale di Rouen[8]. E in Italia? Nel 2010 il Governo australiano ha presentato al Ministero per i Beni e le Attività Culturali la richiesta di restituzione di alcuni reperti scheletrici umani provenienti dal territorio australiano, conservati presso la Sezione di Antropologia ed Etnologia del Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze. Al termine dei lavori, una commissione nazionale di consulenti esperti in materia ha tratteggiato alcuni condivisibili punti fermi, tra cui: il valore scientifico di queste collezioni, anche alla luce del progresso delle tecniche di indagine; l’importanza di mantenere l’integrità delle collezioni storiche; il fatto che questi resti fanno parte del patrimonio museale italiano e come tali sono beni inalienabili dello Stato, come stabilito anche dal Codice dei Beni culturali del 2004; e infine che i resti in questione “non sono giunti in Italia illegalmente, a seguito di saccheggi o genocidi, ma per acquisto, baratto, donazione o scambio e che quindi l’Italia non ha responsabilità di alcun tipo o, comunque, tali da comportare un dovere di riconciliazione con le comunità residenti nei Paesi di provenienza di tali resti”[9]. Il Museo di Firenze, dove si sta portando avanti un progetto di collaborazione con alcune comunità native, rappresenta un caso positivo di confronto.
Nell’alveo del fenomeno delle restituzioni di resti umani, che come si è visto per il Kennewick Man possono dare origine a lunghe battaglie legali, si colloca anche il controverso, o, come è stato definito da Nature, “bizzarro”[10], caso italiano del cranio del presunto “brigante” calabrese Giuseppe Villella conservato presso il Museo Lombroso di Torino. La vicenda è periodicamente finita sulle pagine dei giornali, animando il dibattito sui social network, dove il “Comitato No Lombroso”, espressione della galassia politica neoborbonica e meridionalista, ha prosperato e continua a prosperare, a partire dal blog di Beppe Grillo che nel 2010 ospitò gli attacchi al “museo dell’orrore” e all’astrusa petizione per la sua chiusura lanciata su change.org, che ha finora raccolto 15.809 sostenitori. Tutto ebbe inizio nel 2009, in seguito all’inaugurazione del nuovo allestimento del Museo storico di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso” dell’Università di Torino; un Museo che, come si legge nella sua mission, ha assunto “l’impegno di negare la teoria dell’atavismo criminale e di mettere in evidenza gli errori di metodo che portarono Lombroso a fondare una scienza poi risultata errata”. Per chiunque abbia visitato il Museo, appare chiaro come l’intento celebrativo, denunciato dal Comitato No Lombroso, sia totalmente assente dagli allestimenti realizzati dai curatori, che attraverso le collezioni raccolte da Lombroso hanno invece voluto ricostruire in maniera storiograficamente critica una stagione della scienza italiana. Il medico e criminologo Cesare Lombroso è noto infatti soprattutto per la sua teoria dell’atavismo, poi rivelatasi infondata; una teoria che a suo dire era dimostrata da quella “famosa” fossetta occipitale osservata nel cranio di Villella e da lui erroneamente interpretata come un segno della natura atavica dei criminali. Il Comitato, senza alcun coinvolgimento precedente della comunità e delle autorità locali e con scopi prettamente ideologici, ha chiesto la restituzione del cranio a Motta Santa Lucia, luogo di nascita di Villella, appellandosi all’avvenuta restituzione alla Namibia, da parte delle autorità tedesche, di 20 crani di vittime del colonialismo germanico dell’inizio del Novecento. Peccato che, come si legge nella risposta ufficiale di ICOM Italia al Comitato No Lombroso[11], Villella, nato in Calabria e morto all’Ospedale di Pavia nel 1864, sia da considerare a tutti gli effetti cittadino italiano, membro cioè di una nazione che si è formata con l’unificazione e con l’apporto di tutte le comunità della penisola. Non risulta, insomma, che i calabresi siano una minoranza etnica. Senza contare che Lombroso non trafugò illegalmente il cranio, dato che come avveniva normalmente all’epoca, dopo l’autopsia i resti venivano conservati a fini di studio, né aveva come obiettivo quello di screditare il meridione; tanto più che lasciò disposizione di far collocare il suo scheletro accanto agli altri pezzi della sua collezione.
Una prima sentenza favorevole alla restituzione è stata pronunciata dal giudice Gustavo Danise del tribunale di Lamezia Terme nell’ottobre 2012, senza che però venisse consultato un pool scientifico – una tendenza della giustizia italiana denunciata con preoccupazione anche sulle pagine della rivistaNature[12]. L’esito del ricorso dell’Università di Torino alla Corte d’Appello di Catanzaro è atteso per settembre 2016, dopo numerosi rinvii. Le vicende di Villella e del suo cranio sono state ricostruite con competenza e coraggio dall’antropologa “nativa” calabrese Maria Teresa Milicia nel suo libro Lombroso e il brigante. Storia di un cranio conteso (Salerno Editrice, 2014), che sulla base di una ricerca storica rigorosa ha svelato punto per punto la pretestuosità ideologica delle richieste e delle argomentazioni del Comitato. Alla luce del dibattito internazionale sulle restituzioni di resti umani, il caso Villella è l’esempio di come questi argomenti NON debbano essere affrontati. Dispiace, infatti, che un tema così sensibile sia utilizzato per fini politici di basso profilo – come dimostra la visita del 2010 di una delegazione guidata dall’onorevole Scilipoti… – in una rilettura ideologicamente distorta della storia italiana, che impedisce un serio confronto tra le parti.
Quanto sta succedendo, in Italia e all’estero, dimostra quanto sia importante continuare a lavorare sulle narrazioni del passato, dentro e fuori i musei. Per contribuire a mettere in dialogo le varie professionalità e i diversi punti di vista sul tema della restituzione dei resti umani e dell’uso, anche simbolico, dei corpi a partire dall’Ottocento, si terrà all’Università di Padova, dal 30 maggio al 1 giugno, il convegno internazionale The Great Laboratory of Humanity. Collection, Patrimony and the Repatriation of Human Remains. Storici, antropologi culturali, genetisti, medici e museologi si confronteranno con il tema della patrimonializzazione dei corpi-documento e dei corpi-monumento durante il colonialismo e il processo di costruzione della nazione, fino ad affrontare la questione delle restituzioni nell’era postcoloniale da punti di vista opposti. Oggi, in un clima sociale sovente anti-scientifico o con posizioni irrazionali di rifiuto della scienza, è sempre più necessario favorire spazi di dialogo e confronto, per riaffermare il ruolo centrale dei musei scientifici nello studio e nella narrazione del passato dell’umanità.

NOTE

[1] Per maggiori informazioni: Documento sulla questione della richiesta, presentata dal Governo Australiano, di restituzione di resti scheletrici umani provenienti dal territorio Australiano conservati presso la Sezione di Antropologia ed Etnologia del Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze, in Museologia scientifica, 2011, 5 (1-2), pp. 11-21,http://www.anms.it/upload/files/documento_MUSCI_5_PAG%2011-21.pdf

[2] Per farsi un’idea sull’esposizione dei resti umani e il caso inglese: Francesca Monza, Esporre i resti umani: un problema tra ricerca, etica e comunicazione. Il caso britannico, in Museologia scientifica, 2014, 11, pp. 241-244, http://www.anms.it/upload/rivistefiles/a...

[3] Si veda per esempio Adriano Favole, Appropriazione, incorporazione, restituzione di resti umani: casi dall’Oceania, in Antropologia, 2003, 3, pp. 121-140 e soprattutto C. Tuniz, R. Gillespie e C. Jones, I lettori di ossa (Springer, 2009).

[4] Per saperne di più: due articoli pubblicati sullo Smithsonian Magazinehttp://www.smithsonianmag.com/history/kennewick-man-finally-freed-share-his-secrets-180952462/?no-ist=&page=3 e sul sito del Burke Museum, dove il Kennewick Man è tuttora conservato,http://www.burkemuseum.org/blog/kennewick-man-ancient-one

[5] Ewen Callaway, Ancient American genome rekindles legal row. 'Kennewick Man' sequencing points to Native American ancestry, in Nature, vol. 522, 25 giugno 2015, http://www.nature.com/news/ancient-american-genome-rekindles-legal-row-1.17797 e l’articolo di M. Rasmussen et al., The ancestry and affiliations of Kennewick Man, in Nature, vol. 523, 23 luglio 2015, http://www.nature.com/nature/journal/v52...

[6] David Hurst Thomas, Museums: Ethics of exhibition, in Nature, vol. 531, 17 marzo 2016, http://www.nature.com/nature/journal/v53...

[7] Si veda Giovanni Pinna, I diritti dei popoli indigeni e la museologia di collaborazione, in Museologia scientifica, 2011, 5 (1-2), pp. 28-52 http://www.anms.it/upload/rivistefiles/2...

[8] Su quanto accaduto in Francia: Alain Froment, Argumentaire sur la conservation et l’étude des collections de restes humains, in Museologia scientifica, 2011, 5 (1-2), pp. 22-27http://www.anms.it/upload/rivistefiles/253.PDF , Giacomo Giacobini, Una minaccia per le collezioni di antropologia biologica (e non solo), in Museologia scientifica, 2011, 5 (1-2), pp. 8-10 http://www.anms.it/upload/rivistefiles/2...

[9] Documento sulla questione della richiesta, presentata dal Governo Australiano, di restituzione di resti scheletrici umani provenienti dal territorio Australiano conservati presso la Sezione di Antropologia ed Etnologia del Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze,http://www.anms.it/upload/files/documento_MUSCI_5_PAG%2011-21.pdf



[12] Murky manoeuvres. Scientific reform promised to give Italy’s scientists the respect and autonomy they deserve, and political posturing must not be allowed to tip the burgeoning system off balance, vol. 491, 1 novembre 2012, http://www.nature.com/news/murky-manoeuv...

Fonte: MicroMega online - La Mela di Newton 

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