La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 26 maggio 2016

Napoli. L’acqua bene comune, davvero

di Contropiano
Da un anno e mezzo a questa parte sono spuntati nelle strade di Napoli, quelle ovviamente interessate al passeggio dei turisti, beverini con un’etichetta in bella mostra “Acqua Bene Comune – buona da bere”.L’etichetta non dice bugie. L’azienda speciale ABC, che gestisce il servizio idrico nel capoluogo campano, fa rilievi dei dati sulla qualità dell’acqua in misura cinque volte superiore a quelle imposte dalla legge nazionale. I rilievi sono effettuati alla fonte, alle grandi condutture che portano l’acqua a Napoli, alle vasche e in tutti i punti di prelievo distribuiti in città. Il laboratorio d’analisi dell’ABC ha raccolto nell’ultimo anno più di 143.000 dati per la sola città di Napoli. Il laboratorio, tra l’altro, offre il servizio di analisi anche per conto della Regione Campania e di altri comuni.
Non dispongono di una struttura d’analisi idonea, per esempio, l’accaparratricedel servizio idrico nella popolosa area vesuviana, la S.p.A GORI (società governata dall’ACEA/Caltagirone e dalla multinazionale SUEZ), con a capo il presidente La Boccetta, a sua volta nominato dal senatore Carlo Sarlo (persona di Dell’Utri) e ACQUEDOTTI SCPA, l’azienda privata gestrice dell’analogo servizio nei comuni di Napoli Nord e vicinissima all’onorevole Luigi Cesaro (Giggino ‘a purpetta). L’ABC è un’azienda speciale, non una S.p.A, quindi inaccessibile per i capitali privati. Ha un solo padrone: il Comune di Napoli. E’ d’obbligo dare i meriti al sindaco De Magistris che, assumendo le ripetute istanze del comitato dei cittadini per l’acqua pubblica, un anno fa sollecitò la maggioranza del consiglio comunale a votare la delibera per la “messa in sicurezza” dell’azienda. A De Magistris bisogna riconoscere almeno altri due meriti. Il primo: un anno e mezzo fa nominò presidente dell’ABC un militante del comitato per l’acqua pubblica, Maurizio Montalto. Il secondo: aver scelto per il nuovo CdA dell’Azienda, insediatosi meno di un mese fa, attivisti da anni impegnati in battaglie contro le discariche (la compagna Marika Fioretti e Maria Rosaria Luongo) e contro la privatizzazione del servizio idrico (il compagno Carlo Borriello). Scelte che segnano una nuova politica aziendale che va via via differenziandosi, per modalità di gestione, sia dall’amministrazione del duo Barracco-Panico sia da quella gestita dal gruppo dell’ex presidente Mattei.1). La nuova presidenza ha aperto i CdA ai comitati dei cittadini per l’acqua pubblica.
2) La nascita, poco più di un mese fa, di un Consiglio Civico che si propone di agevolare la partecipazione attiva degli utenti cittadini (pareri, suggerimenti di gestione, chiedere trasparenza su come sono spesi i fondi dell’azienda…).
3) Con un bando pubblico, dal budget del presidente Montalto sono stati stornati 50.000 euro (5.000 euro per otto progetti) in “missioni internazionali” per aiutare la distribuzione dell’acqua potabile in paesi come il Malawi, Palestina, Etiopia…
4) Nei primi quattro mesi del 2016 ci sono state oltre 3.100 visite (in massima parte scuole) interessate a conoscere gli impianti. In tutto il 2013 le visite sono state soltanto 213.
5) Le spese, calcolate in base annua, del nuovo presidente per pranzi, relazioni con la stampa, riunioni e altre rappresentanze sono state di 3.600 euro su una disponibilità di 230.000 euro. Dal 2012 al 2014, per viaggi e rappresentanze sono stati spesi, ogni anno, tra i 30.000 e i 40.000 euro. Nel 2014, con la presidenza Mattei, sono stati assegnati, senza alcun bando pubblico, oltre 80.000 euro a Centri Universitari.
Gli autori di un articolo pubblicato in rete una decina di giorni fa, che ha suscitato più di un brusio tra i compagni, auspicano invece il ritorno alla “normalizzazione legale” della vecchia gestione Mattei. Inoltre, con un linguaggio pescato dagli arsenali delle più cupe burocrazie, scelgono l’arma delle illazioni per accusare Montalto di patteggiare con il vecchio gruppo (Barracco-Panico). Un’accusa che si basa su tre considerazioni. La prima: il nuovo presidente ha reintegrato, nell’aprile del 2015, su intimazione del tribunale del lavoro, il direttore Panico, licenziato nel dicembre 2012 perché era venuto meno il rapporto fiduciario con l’azienda.
La seconda: non ha ascoltato il parere dell’ANAC (creatura di Cantone), perplessa sul fatto che reintegrare Panico nella pienezza delle sue funzioni poteva creare “criticità” in quanto non è possibile escludere che sia portatore di interessi privati.
Gli autori non si sono soffermati nemmeno per un istante a valutare che la posizione del nuovo presidente è stretta da un conflitto di “pareri” tra due organismi di Stato. La terza considerazione: Montalto ha nominato responsabile corruzione (“settore chiave” definito dagli articolisti) Pasquale Speranza, teste nel processo che Panico ha intentato contro l’ABC. Badate bene: “teste”, non imputato né indagato. In più, con un’altra malcelata insinuazione, sempre gli stessi autori hanno puntato il dito su questo Speranza (che può essere una onestissima persona o un emerito mascalzone, ma né il sottoscritto né loro due hanno elementi certi per formulare un giudizio in merito) perché tempo addietro fu nominato da Panico ad amministrare la Net Service s.r.l.
Penso in tutta franchezza che i compagni dovrebbero essere garantisti convinti e pertanto prendere le dovute distanze dalla politica scandalistica.
Ho chiesto a Montalto ragguagli sulla questione e lui, laconico, ha risposto: “L’azienda ha chiesto all’ANAC di verificare gli appalti che possano aver creato dubbi e perplessità, ricevendo dall’Ente di Stato riscontro positivo da definire con protocolli d’intesa. Inoltre ha chiesto e ottenuto dal Presidente del Tribunale la nomina di un curatore speciale per il recupero di tutte le somme (oltre tre milioni di euro!) imputate al direttore Panico e a Barracco ”.
L’ABC non è un’oasi socialista e in essa non mancano contraddizioni di fondo, che sono poi più o meno le stesse di ogni istituzione del Sistema borghese, ma resta un’azienda pubblica, che va difesa dalle politiche liberiste così come vanno difese la scuola pubblica, la sanità pubblica e il trasporto pubblico. Non sarà difendibile se, per esempio, una volta stabilizzati (con l’obiettivo di assumerli) i lavoratori della Net Service s.r.l., non avvierà una concreta strategia per completare l’internalizzazione dei servizi, in massima parte già affidati ai lavoratori ABC.
In molti comuni della città metropolitana di Napoli, dove il servizio idrico è affidato ad aziende private, sono sorti nuovi comitati per l’acqua pubblica. Chiedono ai rispettivi sindaci di scegliere ABC e non un gestore privato. Una sfida, quella dei comitati, contro la legge regionale sull’acqua in Campania, costruita apposta per aprire le porte alle grandi lobby. Qualche comitato più animoso sta tentando di organizzare squadrette per il “riallaccio dal basso” di quelle utenze, vessate dalla povertà, staccate perché morose. Parliamoci chiaro e con un minimo di realismo politico: il diritto all’acqua non può essere competenza delle aziende; deve essere assunto, semmai, dai capitoli di spesa dello Stato con una legge nazionale che dovrà farsi carico di garantire il servizio idrico anche a tutti quelli che non possono pagare le bollette. Sperare, però, che ciò avvenga attraverso le democratiche vie istituzionali è “o un’ingenuità o un imbarazzo” (Cit. A. Labriola).
Che fare allora? La prima cosa che mi viene in mente è quella di dare una mano a questi comitati; la seconda è di approfittare di ogni occasione (come questa mia risposta polemica all’articolo suindicato) per parlare alle “energie antagoniste” napoletane e spingerle a sostenere la battaglia di chi vuole che sia “l’anomalia” ABC e non una azienda privata a gestire il servizio idrico nella città metropolitana. Perché solo dopo aver raggiunto tale obiettivo, potremmo vedere aprirsi scenari di “emulazione” in altre regioni del Paese. E forse, chissà, dietro un’auspicabile spinta più tenace da parte dei comitati, si potrebbe acuire la “crisi di rapporti”tra i sindaci dei comuni e lo Stato Centrale. In poche parole, ogni battaglia politica deve essere inserita in una strategia più ampia, dal locale al nazionale, atta ad avviare una crescita permanente del conflitto sociale.
Concludo con una considerazione rivolta in primo luogo a me stesso e poi a tutte le anime militanti, dai circoli di partito ai centri sociali, dai comitati dei cittadini al sindacalismo conflittuale: ritroviamo il coraggio dell’umiltà del dialogo, riacciuffiamo il filo logico della dialettica materialista, cerchiamo di comprendere la realtà delle cose senza lasciarci sedurre dal fascino discreto dell’intrigo e, soprattutto, lasciamoci alle spalle ogni velleità di copyright su questa o quella questione.

Fonte: Contropiano 

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