La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 26 maggio 2016

Dall'Istat un pessimo segnale sulla crisi. La speranza è che riprenda il conflitto sociale

di Luca Scacchi
L’Istat ha comunicato una caduta del fatturato e degli ordinativi nell’industria italiana, per il mese di marzo (-3,6% e -3,3% rispetto allo stesso mese del 2015). E’ il calo peggiore dal 2013. Certo, sono dati mensili. Quindi inevitabilmente volatili e poco indicativi. Rivelano comunque la difficoltà della ripresa, un rallentamento della produzione che non si riesce più a nascondere. Un rallentamento collegato alla dinamica economica mondiale (flessione della trentennale espansione cinese e incipiente precipitazione dei suoi disequilibri; insostenibilità della crescita USA drogata dalla FED, guerre commerciali e monetarie sempre sull’orlo dell’esplosione). Un rallentamento che si innesta in una lunga depressione. Il PIL italiano è infatti oggi inferiore di circa il 10% rispetto a quello del 2007.
Nello stesso tempo, si è determinato un restringimento della base produttiva: per Banca d’Italia si è perso circa un quinto della capacità del paese. Non a caso calano costantemente gli investimenti, sia pubblici (strade, trasporti, reti, ecc, che riducono anche la produttività totale dei fattori del nostro sistema industriale), sia privati. Questo rallentamento segna quindi la continuazione, se non l’approfondimento, di questa lunga lunga crisi italiana.
E’ un pessimo segnale per i lavoratori e le lavoratrici. Perché è in questa riduzione della base produttiva che trova origine disoccupazione e cassa integrazione. E’ questa depressione di lungo periodo che ha determinato le tante crisi industriali, profonde ristrutturazioni produttive, una costante pressione padronale per incrementare i ritmi di lavoro e ridurre i salari. Siamo in una fase in cui l’offensiva padronale di Renzi, e l’insipienza sindacale nel rispondere a questa offensiva (assenza di lotte determinate e continuate), ha indebolito i rapporti di forza di classe, i diritti e tutele per tutti i lavoratori e le lavoratrici (occupati, disoccupati e precari). La continuazione della crisi rischia quindi di colpirli pesantemente nei prossimi mesi.
E’ un pessimo segnale per il governo. L’offensiva di questi anni (Job Act, taglio dello stato sociale, attacco al diritto di sciopero ed al sindacato, significativo sostegno con fondi pubblici all’industria privata) non trova lo sbocco di una necessaria ripresa economica, che dovrebbe sostenere le restanti politiche populiste del nostro Renzi.La fragilità strutturale della sua strategia autoritaria rischia di emergere proprio alla vigilia della battaglia decisiva per il Potere: il prossimo plebiscito di autunno sulla riforma costituzionale.
E’ un pessimo segnale per la segreteria CGIL. Da tempo infatti Camusso e compagni (compreso, nell’ultimo anno, il nostro buon Landini) inseguiva vanamente un nuovo patto dei produttori, un nuovo grande accordo con il padronato italiano per cogestire insieme crisi e ripresa del sistema produttivo.
Questa strategia sembrava aver trovato negli scorsi mesi, dopo anni di slittamenti continui, un primo terreno solido su cui avanzare. A gennaio la CGIL, con CISL e UIL, ha proposto un nuovo sistema contrattuale, sempre su due livelli. Una proposta fondata su uno scambio. Nel secondo livello, infatti, le direzioni sindacali hanno pienamente assunto gli obbiettivi padronali: competitività e sviluppo economico, crescita della produttività, efficienza, qualità e innovazione organizzativa. Di più, si concede il welfare contrattuale e anche la durata quadriennale (come una volta, certo, ma senza rinnovi biennali: in pratica si stabilizza nel medio periodo il costo del lavoro, con un conseguente contenimento degli stipendi). Non solo, si promette la cogestione delle crisi (licenziamenti) e della formazione (riqualificazione su obbiettivi aziendali, nel quadro del fondo salariale), arrivando persino a preludere ad una partecipazione al capitale, in stile tedesco (comitati di gestione) o americano (proprietà di quote azionarie). Il tutto certificato dal Testo unico sulla rappresentanza, che garantisce l’impossibilità di scioperare contro gli accordi, anche se non li si condivide; la non agibilità sindacale e l’incandidabilità nelle RSU se non si condivide questa regola; la disciplina delle RSU elette, pena loro decadenza automatica. In concreto, si tenta di comprimere l’autonomia di classe (l’indipendenza dei lavoratori e delle lavoratrici dal capitale) e quindi l’azione autonoma del sindacato nei luoghi di lavoro.
Nel contempo, però, si traccia una sottile trincea generale: si propone di mantenere il CCNL ed una contrattazione nazionale del salario. Certo, i contratti saranno ridotti e limitati ad un “sistema generale di regole basilari”. Ma rimangono, con una “funzione di primaria fonte normativa e di centro regolatore dei rapporti di lavoro”. Inoltre, dovranno comprendere tutti i lavoratori e lavoratrici (contrattazione inclusiva). Soprattutto, si dovrà garantire una “crescita dei salari –non solo riferita alla tutela del potere d’acquisto- che si rivolga alla generalità delle lavoratrici e dei lavoratori”, conseguendo anche gli obbiettivi macroeconomici del “rilancio della domanda interna e della produttività”. A questo scopo, vengono indicati due indici di riferimento (per i diversi livelli contrattuali): uno relativo alle dinamiche macroeconomiche (PIL), uno agli andamenti settoriali. Inoltre, si prova a utilizzare questo terreno per tamponare gli elementi più deleteri del Job Act: libertà di licenziamento, demansionamento e telecontrollo. Si prospetta infatti di introdurre nei CCNL normative sui licenziamenti disciplinari, “per aggiornarli secondo il principio della proporzionalità tra mancanza e sanzione”; si ipotizza una regolamentazione sulle mansioni; si propongono prassi condivise di utilizzo degli strumenti tecnologici di controllo, “escludendo comunque l’utilizzo dei dati per fini disciplinari”.
Questa linea la segreteria confederale ha provato a praticarla in questi mesi. In primo luogo, nei diversi rinnovi contrattuali (chimici, alimentaristi, ecc). La FIOM ha fatto di tutto, a partire dall’abbandono senza colpo ferire della propria piattaforma e dalla repressione autoritaria del suo dissenso interno (FCA, revoca improvvisa del distacco a Sergio, ecc), per provare a chiudere su queste basi anche il primo CCNL unitario dei metalmeccanici da più di dieci anni. Ma la crisi preme. Il tessuto industriale diffuso del nostro paese vede nella flessibilizzazione estrema anche del salario (con possibili riduzioni, più o meno temporanee, anche dei suoi valori assoluti), l’unica possibilità immediata di comprimere ulteriormente i costi di produzione e recuperare i margini di profitto necessari. Non basta il controllo assoluto del processo di lavoro. Serve rompere l’unità dei salari, garantita dai contratti nazionali. E’ stata la strada indicata da Marchionne: settori consistenti del nostro sistema industriale la vedono come unica strategia possibile di sopravvivenza.
Questo segnale di rallentamento è allora un pessimo segnale per questa segreteria CGIL (e per la FIOM, oramai stabilmente al suo traino). Perché conferma le contraddizioni e le debolezze della sua strategia di fondo. Davanti ad una crisi di così lunga durata, davanti ad un offensiva così determinata (Renzi e Federmeccanica), è vano arretrare dal confronto (sospensione di ogni mobilitazione generale dalla sconfitta sul Job Act) e cercare l’accordo. E’ necessario riprendere la lotta, e cambiare in primo luogo i rapporti di forza di classe.
Si dice che dai diamanti non nasce niente, che solo dal letame nascono i fiori. Speriamo allora che da questo pessimo segnale possa nascere una ripresa del conflitto sociale.

Fonte: controlacrisi.org

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