di Zygmunt Bauman
Il cuore dell’ Europa è stato colpito con successo? come hanno scritto influenti opinionisti (per esempio il rispettato e seguito editorialista del New York Times, Roger Cohen)? O dovremmo, forse, condannare ed evitare questo simbolismo così apprezzato dai terroristi?
Il cuore dell’ Europa è stato colpito con successo? come hanno scritto influenti opinionisti (per esempio il rispettato e seguito editorialista del New York Times, Roger Cohen)? O dovremmo, forse, condannare ed evitare questo simbolismo così apprezzato dai terroristi?
Questo cuore, che i terroristi hanno scelto, studiato e colpito, corrisponde proprio a un luogo dove le telecamere della televisione sono sempre nei paraggi, dove i corrispondenti della stampa sono alla continua ricerca di sensazionalismi scioccanti capaci di assicurare un’elevata audience per qualche giorno. Un numero di vittime anche dieci volte superiore in qualche luogo tra il Tropico del Cancro e del Capricorno (tipo Somalia, Yemen o Mali) non avrebbe alcuna possibilità di beneficiare dell’ eco e della copertura che offrono invece gli attacchi di New York, Madrid, Londra, Parigi o Bruxelles.
E’ in questi luoghi che il vociferare diventa potente come un tuono; per un minuto di tempo investito – un biglietto aereo, un Kalashnikov, un esplosivo rudimentale e le vite di un pugno di disperati- qualcuno alla ricerca di un’eco può ottenere ore e ore, giorni, settimane di audience televisiva gratuita.
E, quel che più conta, ottenere che i dirigenti nazionali dichiarino violati i valori democratici che loro proteggono e che i terroristi vogliono distruggere.
E’ proprio questo il principio della strategia del terrorismo internazionale sin dalle sue origini: essendo evidenti la mediocrità e i limiti delle risorse dei terroristi, loro fanno affidamento alla mobilitazione illimitata, ma nei fatti vulnerabile e assolutamente non infinita, delle risorse dei loro nemici ufficiali.
I terroristi imparano velocemente – ed in modo astuto- l’arte di avere pubblicità importante e crescente e i benefici della diffusione della paura a partire da mezzi modesti e in diminuzione; loro investono e scommettono sullo zelo con cui i loro avversari saranno obbligati o sceglieranno di prestargli aiuto per fare in modo che i loro piani e aspettative si realizzino.
I terroristi riescono a fare in modo che (attenzione: con il nostro aiuto) in base a dove le carneficine hanno luogo, i loro effetti si ripercuotano in tutta l’Unione europea. Ironicamente, a oggi, gli attentati terroristici sono i fattori più potenti di avvicinamento tra i membri dell’Unione.
La paura, l’impatto di un volume crescente di risorse per la costruzione di muri, per l’equipaggiamento di un esercito sempre più munito di organismi di sicurezza, per l’ordine, l’acquisto e l’installazione di strumenti di spionaggio sempre più cari nella vana speranza di impedire il prossimo attentato… questo influenza non soltanto le zone direttamente sotto attacco, ma anche le zone lontane nei paesi europei detti “seconda zona”. Paesi che i terroristi, avendo razionalmente calcolato il rapporto costi/ benefici probabile, non hanno intenzione di attaccare.
Contrariamente a quanto il primo ministro ungherese Viktor Orban aveva affermato -” tutti i terroristi sono migranti”, quasi tutti i terroristi che operano sulla scena europea sono nati in Europa. I pianificatori più abili, astuti e malevoli, che hanno ordinato o sollecitato i vari attentati dalla sicurezza delle loro basi, possono anche vivere in paesi lontani, ma i loro servi sono reclutati tra la gioventù locale, povera, discriminata, umiliata e assetata di rivincita e che fa fronte, ancora una volta con il nostro aiuto diretto o indiretto, deliberato o derivante dalla nostra negligenza, a un avvenire senza prospettive.
E’ proprio in questo stato di povertà che i problemi sociali, che esigono un’azione a livello sociale, vengono trasformati in problemi di sicurezza tali da necessitare una risposta militare. Forse è su questo punto che i nostri responsabili cooperano con i terroristi: seguendo la legge del taglione invece di ricorrere a una morale combinata con un approccio radicale a lungo termine, noi continuiamo a elargire la base di un reclutamento che i pianificatori degli attentati sono così avidi da poter sfruttare a pieno.
Incapaci di fornire ai loro co-religionari delle vite dotate di senso (e noi, da parte nostra, non volendo farlo o evitando di farlo per negligenza), gli islamisti radicali offrono loro la seconda scelta al fine di salvare quello che gli resta della loro dignità umana e della loro autostima. Sono numerosi coloro che cedono alla tentazione dopo aver tentato senza successo altre strade verso la dignità umana.
Troppo spesso, nei grossi titoli di giornale, attraverso i commenti degli esperti invitati in televisione e i discorsi dei dirigenti politici, ci viene detto che noi siamo in guerra contro il terrorismo. Ma la guerra contro il terrorismo (e non abbiamo modo di discuterne qui) non è altro che un ossimoro. Se si applica alla serie attuale di attacchi terroristici e alle nostre risposte (la maggior parte – o tutte – le metafore fanno riferimento alla retorica militare, sono fuorvianti e portano il pensiero nella direzione sbagliata) nasconde la verità della condizione presente invece di favorirne la comprensione. Sostanzialmente, è molto inopportuno sviluppare metafore militari nel tentativo di minare le radici del terrorismo globale.
La maggior parte delle guerre divide i combattenti tra vincitori e perdenti, trionfatori e vinti. E’ per questo che la nostra battaglia contro il terrorismo non può essere classificata come una guerra: nessuna delle due parti può uscire vittoriosa da questa battaglia (eccetto forse i produttori, i venditori e trafficanti di armi). Il mercato mondiale delle armi – di fatto libero e portato avanti dall’avidità dei venditori- ha trasformato il pianeta in un campo minato; sappiamo che alla prima mossa falsa esploderà, ma non siamo in grado di dire né dove né quando l’esplosione avrà luogo.
Armi per uso criminale sono disponibili in grandi quantità (come Anton Tchekov insegnava ai drammaturgi realisti in erba: “Se c’ è un fucile appoggiato al muro nel primo atto di un’ opera, qualcuno se ne dovrà servire nel terzo…”). La selezione dei bersagli è, dopo tutto, determinata dall’arma di cui si dispone…(…).
Per quanto riguarda il nostro pianeta globalizzato, sminare i campi minati potrà difficilmente divenire realtà in un futuro prossimo.
A confronto, l’idea di attaccare le radici del problema -cioè privare gli amanti del terrore e quanti promuovono un terreno di reclutamento (vasto e che continua a crescere persone che vengono forzate o addestrate) di queste armi per obiettivi iniqui- benché possa apparire fantasiosa in sé, sembra nettamente più realista.
La sola, e molto seria, ragione di avere paura, è la (spero debole) possibilità che l’Europa abbandoni i valori che difende e che si pieghi allo stato d’animo e al codice di comportamento dei terroristi, commettendo così un suicidio della verità, della morale e della bellezza, della culla delle idee di liberté, égalité et fraternité.
Traduzione di Sara Cese per Sinistra in Europa
Articolo originale: http://www.voxeurop.eu/fr/content/article/5072982-une-guerre-imaginaire-et-suicidaire
Fonte: Sinistra in Europa

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