La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 13 agosto 2016

Grecia, un anno dopo. L'autunno caldo di Atene

di I Diavoli
C’è un Paese dove 230 mila attività hanno chiuso i battenti negli ultimi sei anni. È un Paese in cui le pensioni sono state tagliate almeno una dozzina di volte. C’è un Paese dove la metà dei giovani non riesce a trovare lavoro e la diseguaglianza aumenta. È un Paese in cui la povertà ha il volto di un bambino: la povertà infantile è praticamente raddoppiata dal 2008 secondo l’UnicefC’è un Paese che ha un debito interno di 220 miliardi di euro, praticamente tutti crediti in sofferenza. È un Paese che ha perso un quarto del Prodotto interno lordo rispetto ai livelli pre-crisi del 2007.
C’è un Paese che ha un debito estero che sfonda i 300 miliardi di euro, una cifra che non può sperare di ripagare in pieno.
C’è un Paese che vive una crisi nella crisi, con oltre 46 mila migranti che vivono «in condizioni squallide». (Il prossimo 17 agosto #iDiavoliLongForm sui rifugiati, ndr)
C’è un Paese che è sceso in piazza a protestare a luglio e a novembre 2015, a febbraio e a maggio 2016. Migliaia ogni volta: insegnanti, operai, agricoltori, giovani e vecchi.
C’è un Paese che non può più essere spremuto.
Nella storia qui sopra è narrato «il processo di una sconfitta», usando un’espressione dello scrittore argentino Jorge Luis Borges. È la disfatta della Grecia, dopo sei anni di recessione, un referendum contro l’austerity, tre piani di salvataggio e otto governi. Perché soffre ancora?
L’estate scorsa il tracollo di Atene campeggiava su tutti i giornali del mondo. Titoloni a tutta pagina raccontavano delle trattative con l’Unione europea e il Fondo monetario internazionale, seminavano panico nell’eurozona. Oggi la Grecia è praticamente sparita dall’informazione mainstream. La crisi del popolo ellenico invece no.
Un anno di austerity chiamata riforme
Era il 5 luglio di un anno fa quando in piazza Syntagma ad Atene si accendeva la festa, i greci gioivano al grido “Oxi, Oxi”. Aveva vinto il no al referendum su nuove misure di austerity con il 61,31 per cento dei consensi.
Una settimana dopo, però, il governo guidato da Alexis Tsipras si era esibito in quella che i greci chiamano kolotoumba, una “capriola” politica. Ribaltava praticamente l’esito del referendum e proponeva in Parlamento le condizioni di austerity che aveva prima negato.
L’11 luglio 2015 l’ex Troika dava l’ok a un piano di salvataggio, il terzo, pari a 86 miliardi di euro. Ad agosto 2015 Atene ha ricevuto la prima tranche di aiuti, 26 miliardi di euro. La seconda, invece, è stata approvata il 26 maggio di quest’anno, ma tre mesi fa, a giugno, ne è stata erogata solo una parte: 7,5 miliardi di 10,3 miliardi di euro in totale.
Nel frattempo Tsipras si è dimesso ed è stato rieletto premier a fine settembre dell’anno scorso. Ricattato de facto dalla necessità di ottenere un’altra rata di denaro dai suoi stessi creditori, ha collezionato solo aumenti dell’IVA e tagli: alle pensioni, ai sussidi per il gasolio, alle agevolazioni fiscali per gli agricoltori.
2016. Il settembre decisivo di Atene
La nuova austerity, quella delle riforme, ha funzionato? Lo vedremo a settembre. Sarà un autunno caldo, quello greco. Per avere la porzione mancante (2,8 miliardi) della seconda fetta di aiuti da 10,3 mld approvata a fine maggio, la Grecia deve intervenire su cinque fronti: privatizzazioni, energia (riforma del mercato del gas e dell’energia, tariffe di trasporto), pensioni (revisione al ribasso dei contributi previdenziali, in particolare abrogazione di tutte le esenzioni per la sanità), governance bancaria (revisione dei Cda delle banche secondo le regole Bce) e riforma dell’agenzia delle entrate. Bisogna muoversi entro l’inizio della nuova stagione.
I greci, a settembre, arriveranno stremati. Nei mesi estivi si sono sommati la dichiarazione dei redditi e il pagamento della tassa patrimoniale, la vecchia enfia. Vassilis Korkidis, a capo della Confederazione nazionale del commercio, a maggio aveva avvertito: «Per un lungo periodo la gente ha avuto qualche ammortizzatore sociale. Nel sistema c’era ancora un po’ di grasso, che è adesso è finito. A settembre tutti questi problemi si sovrapporranno, potrebbe esserci un’esplosione. Sarà un mese decisivo».
Entro la fine dell’anno sono previsti ancora: un aumento dell’Iva dal 23 al 24%, l’introduzione di una tassa di soggiorno, un aumento delle tasse per complessivi 3,6 miliardi di euro.
Parola d’ordine: privatizzare
Le misure che determinano la posta in gioco (se e quanto Atene otterrà) sono quelle contenute nel pacchetto di austerity approvato dal Parlamento greco il 22 maggio scorso. Riguardano la creazione di un’Autorità indipendente sulle entrate, pensata contro l’evasione fiscale. Su pressioni tedesche sarà attivato entro fine anno un nuovo fondo, Società di Partecipazioni Pubbliche, per le privatizzazioni e gli investimenti. L’obiettivo è quello di velocizzare le cessioni degli attivi pubblici. Entro metà settembre, il governo dovrà concordare con le istituzioni la nomina del Consiglio di Sorveglianza del nuovo fondo, composto da cinque membri in carica per cinque anni.
Verso il nuovo fondo verranno traghettate, secondo MacroPolis, le seguenti imprese di proprietà statale: «Atene e Salonicco Water Utilities (EYDAP e EYATH), Public Power Corporation (PPC) e la società di distribuzione dell’energia elettrica (ADMIE) per il settore energetico, Attiko Metro per il settore dei trasporti, Hellenic Vehicle Industry (ELVO) e Hellenic Aerospace Industry (EAV) del settore difesa e la Building Infrastructure (KTYP) per le costruzioni».
In ballo c’è anche il contratto per l’ex aeroporto di Atene “Hellenikon”, e il passaggio delle azioni statali di Hellenic Telecom (che come maggiore azionista annovera –e non è un caso – Deutsche Telekom) all’Hellenic Republic Asset Development Fund.
Il nodo centrale: il debito. L’eterna diatriba tra Ue e Fmi
Perché dopo anni di austerity la Grecia è sempre in rosso? La ristrutturazione del debito, da sempre mantra delle richieste di Tsipras, è la risposta. Su questo fronte, l’apertura da parte dell’Europa è arrivata solo ad aprile 2016. Avrebbe potuto ristrutturare il debito ellenico già nel 2010, ma non l’ha fatto su pressione di Berlino e Parigi. Il rischio era troppo grosso per le deboli banche tedesche e francesi, avrebbero perso troppi soldi. Nonostante un intervento nel 2012, l’ex Troika – e soprattutto la Grecia- paga gli errori del 2010. Atene si sarebbe potuta salvare a costi inferiori.
La Grecia «è solo una battaglia di una guerra molto più ampia», di un «grande confronto tra la Francia e la Germania per il controllo dell’unione monetaria», ripete Yanis Varoufakis, l’ex ministro delle Finanza greco, dimessosi all’indomani del referendum di luglio 2015.
Adesso, però, l’Ue non può più piegarsi al volere della Germania e all’ossessione del ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, che nell’ultimo anno non ha fatto altro che ripetere: «Il taglio del debito non è possibile» (luglio 2015), «Non se ne parla» (aprile 2016), una garanzia dei tassi di interesse per alleggerire il debito «con noi non ci sarà mai» (maggio 2016).
Bruxelles non può più sottostare all’egemonia tedesca, al bastone sull’Europa, perché il Fondo monetario internazionale non vuole che i conti greci tornino di nuovo fuori controllo, lo stesso Fmi che ha sempre chiesto austerity e riforme di stampo neoliberista alla Grecia. Senza Fmi, l’Ue non vuole imbarcarsi nel terzo salvataggio. Ma, da luglio dello scorso anno, da Washington hanno minacciato di sfilarsi dal terzo salvataggio se l’Ue non si fosse decisa a intervenire sul debito greco. E la Germania, da parte sua, ha continuato a dire – per bocca di Schaeuble – che senza il Fondo non si sarebbe potuto andare avanti, perché era ed è «imprescindibile»: «Il coinvolgimento del Fmi è indispensabile per il governo tedesco».
La situazione si è sbloccata quando, il 3 aprile 2016, Wikileaks ha pubblicato la trascrizione di una teleconferenza, avvenuta il 19 marzo negli uffici dell’Fmi. In quelle righe affiorava l’aut aut dell’Fmi: pronto a uscire dalle trattative e dal piano di salvataggio, se la Germania avesse continuato a negare la ristrutturazione del debito greco.
A quel punto, sarebbe stato ormai impossibile continuare su quella linea. Per evitare l’uscita di Washington, a fine aprile, l’Eurogruppo ha chiesto alla Grecia un «pacchetto di contingenza». Tradotto: nuove tasse e nuovi tagli per circa tre miliardi di euro, pronti a scattare entro il 2018, qualora Atene non dovesse tenere fede ai patti e all’obiettivo di bilancio.
L’accordo sulla ristrutturazione del debito, però, è arrivato ufficialmente il 25 aprile, a Bruxelles, dopo undici ore di trattative.
I primi di agosto – forse troppo tardi – a sigillo della nuova intesa, il Fondo monetario ha fatto pubblico mea culpa. Ha ammesso di aver sacrificato il popolo greco pur di salvare l’euro. La strategia, però, non cambierà.
Le politiche di «euroegoismo», Tsipras, la Germania e la Bce
Convincere i mercati, attrarre gli investimenti, fare le riforme. Ristrutturare, tagliare, far respirare la Grecia. Tsipras non pensa ad altro.
Appena due giorni fa, il premier greco ha lanciato un messaggio chiaro alla Germania dalla sua bacheca Facebook: «L’8 agosto del 1953 si concludevano i negoziati tra la Germania e i suoi creditori». Il riferimento è alla Conferenza di Londra, in cui si decise di dimezzare i debiti di guerra tedeschi. La Grecia allora era tra i Paesi firmatari, ha ricordato il premier greco.
Oggi pare che la Germania abbia dimenticato di essere stata salvata e adesso fa guidare le proprie scelte da Schaeuble, «il supremo rigorista europeo», così definito dal filosofo tedesco Jurgen Habermas. In un libro pubblicato nel 2014, l’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer, ha parlato di politiche di «euroegoismo» portate avanti da Angela Merkel e Schaeuble, e ha usato proprio lo stesso esempio ripreso da Tsipras: «Senza quel regalo non avremmo riconquistato la credibilità e l’accesso ai mercati. La Germania non si sarebbe ripresa e non avremmo avuto il miracolo economico».
Grazie alla Conferenza di Londra che condonò i debiti di guerra, alla Germania venne data la possibilità di ricominciare. Perciò il problema è all’origine, lo diceva Keynes un secolo fa.
Alla Grecia di oggi, invece, vengono posti paletti su paletti. E la guerra di Berlino è sempre stata fatta di morale e moneta, moneta e morale.
In questo contesto, la Banca centrale europea, guidata da Mario Draghi, è stata – nonostante tutto – la prima a creare uno spazio di speranza per Atene.
A ottobre 2015 Draghi aveva avvertito Tsipras: la discussione sul debito si può aprire, ma prima servono le riforme. E a ottobre 2015, a dicembre, poi a febbraio e a maggio di quest’anno, il parlamento ellenico ha varato solo nuove misure di austerity. Così, a fine giugno, la Bce ha ripristinato la deroga sui titoli pubblici greci. Grazie a questo “waiver” sui bond, le banche possono presentare titoli pubblici alle aste di liquidità. Pochi giorni dopo questa mossa, Francoforte ha deciso di ridurre da 61,1 a 58,6 miliardi di euro il tetto della liquidità di emergenza alle banche greche. La richiesta era partita dalla Banca centrale della Grecia, che ha accolto così il cambio di passo della Bce: «Riflette il miglioramento delle condizioni di liquidità delle banche elleniche con il ridimensionarsi dell’incertezza e la stabilizzazione dei flussi dei depositi del settore privato».
Il costo umano dell’austerity
La Grecia è un laboratorio della crisi. Da anni terreno di esperimenti di austerità e riforme. Ma i risultati ancora non si sono visti. Il mercato del lavoro è stato smantellato, il patrimonio statale svenduto. Da maggio di sei anni fa, quando la Grecia ha firmato il primo piano di salvataggio, le pensioni sono state dimezzate del 40 per cento. Eppure, Atene ha continuato ad andare avanti sulla strada del rigore.
Tutto questo ha avuto e continua ad avere un costo umano, che corrisponde a disuguaglianza e povertà. «Se non si interviene» su questi due aspetti, ha scritto anche l’Ocse, la Grecia non uscirà mai dalla crisi, «non si risolverà questa situazione». Nel report datato giugno 2016, l’Organizzazione ha presentato la sua ricetta: servono politiche « come il reddito minimo garantito e i buoni pasto a scuola», servono «programmi di edilizia per ridurre la povertà e la disuguaglianza, che è aumentata bruscamente durante la crisi. Combattere l’evasione fiscale aumenterebbe l’equità e quindi le entrate necessarie per affrontare i problemi sociali».
L’oligopolio è il problema della Grecia. Qual è la soluzione?
La povertà è quasi triplicata tra il 2007 e il 2014, raggiungendo un terzo della popolazione. I nuovi poveri (dati Bank of Greece) sono i giovani, le nuove famiglie con bambini piccoli. Gli anziani, con le loro pensioni ormai all’osso, fanno sempre più fatica a sopperire al welfare di Stato (dati Eurostat).
La disuguaglianza si risolve solo parlando in termini di crescita e di Pil? Il modello neoliberista e le riforme volte a privatizzare, a eliminare le garanzie sul lavoro, a ridurre il ruolo dello Stato nell’economia, funzionano? Forse la risposta a tutte queste domande è: no, non basta. La Grecia ha bisogno di riforme strutturali, a partire dalle sue istituzioni. L’oligopolio è il problema di Atene: le risorse sono concentrate nelle mani di pochi. Bisogna redistribuire la ricchezza.
Ci si è concentrati troppo sul mercato, poco sulla politica interna. Ma, come ci ha insegnato Karl Polanyi, l’economia non è cosa avulsa dalla società. Fa parte di essa e su essa ha un impatto fortissimo. Come ha scritto l’Ocse, «il processo finora è dipeso troppo pesantemente dalle misure fiscali e legate al mercato del lavoro. Migliorare la capacità amministrativa e guidare i cambiamenti in politica migliorerebbe l’efficacia del nuovo programma di riforma».
Lo aveva recentemente scritto anche il Financial times: servono politiche interne, non solo mazzate.

Poscritti: 


"Da qualche anno chiamano “austerità” uno dei più grandi trasferimenti di ricchezza dal basso verso l’alto. Rendite blindate tramite la riduzione della spesa pubblica e l’aumento iniquo della pressione fiscale. Stampano moneta. Intendono stimolare i consumi e invertire la tendenza deflattiva. Per farlo smantellano diritti e precarizzano il lavoro.
Dicono che è uno scambio.
Dico che è uno scambio ingiusto.
Sacrifici, sacrifici, sacrifici. E promesse.
Sacrifici, sacrifici, sacrifici. E nulla in cambio.
La chiamano “austerità”. E significa redistribuzione al rovescio, dove i redditi da lavoro e i risparmi delle famiglie vengono drenati verso l’alto. La chiamano “austerità” ed è una lotta di classe ribaltata, fatta dalle élite."
Da Austerità. Il Tredicesimo piano

"Signori, un tempo nuovo comincia. O meglio: il tempo nuovo continua. È l’eterno presente con cui abbiamo cancellato la freccia del tempo. Sarà il maquillage sul viso di una vecchia donna che ancora desidera: il viso dell’Europa. La nuova austerity saranno le riforme, che daranno accesso al credito, comprimeranno i salari, flessibilizzeranno il mercato del lavoro, creeranno indebitamento privato." Da Chi ha paura del risveglio? Il Tredicesimo piano

Fonte: I Diavoli

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