La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 12 agosto 2016

Senza padrone

di Maria Galindo
A pochi isolati da Enatex, oggi trasformato in Senatex, un ente che nessuno cosa sia ma che certo di diventerà un altro cadavere dell’industria tessile nazionale, funziona la Punto Blanco. Si tratta di una fabbrica dichiarata fallita dal suo amministratore e proprietario, Raúl Valda. Come Ametex, Punto Blanco non pagava più né stipendi né AFP (fondo pensione, ndr) e Valda la stava de-capitalizzando per poi abbandonarla e lasciarla andare in rovina. I milioni se li sarebbe portati fuori dal paese.
Gli imprenditori boliviani non ci rimettono. Falliscono e sono capaci di distruggere le loro fabbriche per impedire che siano le lavoratrici e i lavoratori, quelli che le hanno realmente messe su, a prenderne le redini dimostrando che anche senza proprietari e amministratori si possa far andare avanti un’azienda industriale.


Con quali soldi sta vivendo adesso Iberkleid (il padrone di Ametex, ndt) negli Stati Uniti? Senza dubbio con il denaro accumulato con Ametex. E dove sarà ora Raul Valda? Non lo sappiamo. Con quale denaro vivrà? Con quello guadagnato da Punto Blanco, è ovvio. Tutte e due le fabbriche, come anche molte altre, hanno ricevuto un sacco di crediti e facilitazioni dallo Stato. Quello è denaro pubblico, sia chiaro.
Gli imprenditori boliviani sono figli di papà, non assumono impegni con i loro lavoratori. Hanno una mentalità speculativa e, tra le loro caratteristiche tipiche, ci sono il rifiuto di assumere responsabilità sulla produzione e l’aspirazione a uno stile di vita da monarca. L’imprenditoria boliviana gioca a golf e inaugura lussuose automobili ogni anno, ma non ha di che pagare le pensioni né gli aumenti salariali. Non può permettersi di migliorare la qualità della vita delle lavoratrici e dei lavoratori. Gli imprenditori non fanno fatica ad andare d’accordo col governo, né a massaggiare la schiena del potere o a continuare a chiedere favori e sovvenzioni per il portafoglio in nome dell’industria nazionale.

E’ il 2006, un dipendente della Punto Blanco posa con una “chompa”, un pull over, alla Evo. Morales aveva fatto un viaggio internazionale incontrando perfino il re Juan Carlos di Spagna con quel tipo di maglia. Il marketing di Valda Punto Blanco sfruttò a fondo la “Evomania”. Foto El Pais

E’ per queste ragioni, ragioni che tutti conosciamo e consideriamo offensive per la dignità, che ci commuove profondamente quel che stanno dimostrando oggi, senza alcun clamore, i lavoratori e le lavoratrici di Punto Blanco.
Sono lavoratori che hanno resistito e affrontato il momento più drammatico, chehanno lottato per difendere ciò che essi stessi avevano costruito. Hanno mani esperte che fabbricano prodotti intimi. Senza capireparto fra i piedi che li controllino, indossano la tuta da lavoro e, sotto il rumore di macchine obsolete, ci insegnano ogni giorno che l’autogestione operaia non è solo un’opzione scritta nei libri di marxismo ma una realtà concreta.
Ci dimostrano, inoltre, che un prodotto boliviano già presente nel cuore della gente può battersi contro l’invasione delle merci cinesi. Ci mostrano come una fabbrica, quando non deve farsi carico di stipendi milionari ad amministratori figli di papà, riesce a pagare gli stipendi e a sostenere la produzione.
Gli operai più vecchi, chini a terra, a forza di pinze e martello, riescono a far andare le macchine obsolete. Le riparano con trucchi ingegnosi perché di quelle macchine non esistono più nemmeno i ricambi.

Uno sciopero durante la crisi aziendale. Foto eabolivia

Ricordo di aver venduto io stessa al Vicepresidente della Bolivia, Alvaro Garcia Linera, in una qualche fiera del libro, il memorabile Sin patrón (1), che racconta il processo delle fabbriche recuperate in Argentina. Un processo storico per il post-menemismo. Oggi in Bolivia, a Punto Blanco e con lo stile boliviano, sta succedendo esattamente la stessa cosa, malgrado il padrone abbia avuto la meschinità di distruggere la fabbrica, prima di abbandonarla, entrando dal tetto e facendo a pezzi tutto quel che ha potuto. Le lavoratrici e i lavoratori l’hanno ricostruita dal nulla e oggi l’autogestiscono. Si pagano gli stipendi, ricevono le commesse, mantengono i mercati e la qualità degli abiti.
La Banca Centrale è proprietaria del debito e per questo non si è proceduto alla consegna giuridica definitiva della fabbrica ai lavoratori e alle lavoratrici. Chiedo al Vicepresidente di consultare il libro che gli ho venduto, Sin Patron, e di procedere alla consegna della fabbrica ai suoi legittimi proprietari: i lavoratori e le lavoratrici.
Da questa rubrica, che ogni giorno acquisice nuova forza, chiedo il condono del debito di Punto Blanco in favore delle lavoratrici e dei lavoratori, e la consegna giuridica definitiva della fabbrica occupata e recuperata. Lo chiedo, in nome del socialismo e della giustizia. E chiedo che la gente compri capi di vestiario Punto Blanco. Dietro ogni maglia ci sono mani boliviane, filo e speranze boliviane. La qualità à buona, il prezzo anche. Ma quel che più conta è che dietro ogni prodotto Punto Blanco c’è autogestione operaia.

Articolo pubblicato su Pagina Siete
Traduzione per Comune-info: Marco Calabria
Fonte: comune-info.net 

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