La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

lunedì 8 agosto 2016

Il mantra della governabilità

di Aldo Giannuli
Per capire la valenza del discorso sulla centralità decisionale del Governo occorre riflettere sulla categoria centrale intorno a cui ruota tutta la riforma: il concetto di Governabilità, parola chiave dal significato non sempre chiaro, spesso invocata come argomento risolutore dal Presidente del Consiglio. Renzi sicuramente è un comunicatore che ci sa fare: è disinvolto sino all’ arroganza, non risponde mai nel merito dei rilievi che gli vengono mossi, preferisce attaccare personalmente i suoi avversari (“corvi” “rosiconi”, “hanno nostalgia del Pd al 25%”, “remano contro”, “non vogliono agire” “perditempo”) il tutto condito con una robusta dose di maleducazione molto trendy.
Fra le sue tecniche di comunicazione c’è quella di usare termini assiomatici, dandone per scontato il significato, che, in realtà, è spesso diverso e molto più complesso. E’ il caso della “parola magica” che regge tutta la riforma, “Governabilità” che sottintende solo una cosa: che il problema del sistema politico italiano è la scarsa durata dei governi, dovuta al carattere composito delle maggioranze che li sostengono. In questo c’è una sintonia perfetta con quello che sosteneva Gelli nei suoi documenti ed interviste. Governi resi deboli dal loro carattere composito e con un Presidente del Consiglio dotato di poteri troppo limitati.
Ricordiamo la frase di Renzi per la quale il sistema elettorale deve far sì che gli italiani sappiano “già dalla sera dei risultati” chi governerà nei 5 anni successivi. Per Renzi non si vota per eleggere un Parlameno, ma per eleggere un governo di cui il Parlamento non sarà che cassa di risonanza con opposizioni limitate ad un puro “diritto di tribuna” ma assolutamente non in grado di incidere sul processo decisionale. E questa è la “governabilità”.
Questa è solo una estrema banalizzazione di un dibattito politologico e costituzionale aperto sin dai primi anni settanta, quando si fece evidente la difficoltà dei governi di mediare fra la pressione di una crescente conflittualità sociale, le espansive politiche militari della guerra fredda ed il crescente indebitamento dello stato, reso ancor più ingestibile dalla combinazione di stagnazione ed inflazione (la stagflation di cui trattarono Paul Baran, e Paul Sweezy). Il dibattito fu innescato da intellettuali di sinistra come James ‘O Connnor -con la sua teoria sulla “crisi fiscale dello Stato” -, o Claus Offe che sosteneva il collasso del compromesso socialdemocratico, ormai incapace di tenere insieme mantenimento del consenso e limiti della spesa pubblica.
A queste analisi si contrapposero economisti, filosofi e politologi di destra liberista come Rise, Friedman, Hayek, Niklas Luhmann, Noczik. Per i primi l’ingovernabilità era insita nello stesso sistema capitalistico e nel suo conflitto con lo sviluppo dei mezzi di produzione (come nella classica teoria marxiana ripetuta forse troppo rigidamente) e con la conseguente crescita delle aspettative.
Per i secondi, era l’eccesso di aspettative che sovraccaricava di domande il sistema politico ed andava curato con lo smantellamento dello stato sociale ed una robusta dose di iniziativa privata. Come è noto, prevalsero i primi mentre si apriva la strada alla “rivoluzione” neoliberista.
In realtà, a distanza di 40 anni da quei primi dibattiti la situazione sembra essersi sensibilmente ed ulteriormente complicata: la crisi fiscale dello Stato si è riprodotta, ma questa volta non certo per effetto del residuo stato sociale, quanto piuttosto per il peso degli interessi sul debito pubblico, che ha conosciuto una impennata per l’irrisolta crisi bancaria che periodicamente si riaccende.
Soprattutto, la crisi dell’ordine bipolare ha prodotto una elevata instabilità internazionale che si è tradotta nella moltiplicazione delle sfide esterne (dal fenomeno di immigrazione e profughi al contagio finanziario, dal terrorismo internazionale alle montagne russe dei prezzi delle materie prime, dalle guerre locali all’inquinamento ambientale). Di fronte al proliferare di queste sfide la reazione più facile ed istintiva è quella dell’unità decisionale simboleggiata dall’ “uomo solo al comando”, che risponde con prontezza ad ogni sfida e, dunque, un sistema istituzionale imperniato sul “dittatore temporaneo”.
Ovviamente, è indubbio che in un contesto internazionale di questo genere è essenziale opporre una risposta tempestiva all’emergenza. Ma siamo sicuri che tempestività faccia sempre rima con immediatezza? Mi spiego meglio: noi viviamo in un’epoca di crisi del pensiero strategico in gran parte prodotta proprio dai processi di globalizzazione con la loro velocità e complessità che moltiplicano i fenomeni di tipo controintuitivo.
Basti una rapida (e necessariamente schematica) carrellata sulle crisi dell’ultimo decennio:
– nel 2007 i prezzi petroliferi toccarono il picco contribuendo ad affettare il crollo bancario americano dovuto ai mutui sub prime
– la crisi bancaria indusse la speculazione finanziaria a spostarsi sul biofuel (e più in generale sulle materie prima) il che si combinò, nel 2009, con l’epidemia fungina africana ed i grandi incendi dei campi russi che distrussero i rispettivi raccolti di cereali e con i pessimi raccolti di Francia e Canada ebbe l’inevitabile effetto di un brusco rialzo dei prezzi del frumento, E questo, a sua volta, produsse una ondata senza precedenti di rivolte della fame in 55 paesi
– I prezzi petroliferi, per il calo della domanda mondiale seguito alla crisi finanziaria ed alla produzione di combustibili da fonti rinnovabili, ma le rivolte della fame contribuirono a determinare lo scoppio della “primavera araba” che, se da un lato, fecero temere una nuova impennata del barile di greggio, dall’altro determinarono una estesa destabilizzazione dell’area mediorientale e non africana nella quale si inserirono maldestramente Usa, Francia e Gran Bretagna con un intervento diretto in Libia ed indiretto in Siria che precipitarono in guerre interne ancora irrisolte
– I focolai di Libia e Siria hanno determinato, da un alto, ingentissimi ed incontrollati flussi di profughi verso l’Europa, dall’altro hanno aperto la porta ad un soggetto islamista ben più pericoloso di Al Quaeda, l’Isis, lo stato islamico intorno a cui si è costituita una fittissima rete di foreign fighters e di terroristi in parte mescolati con u flussi migrativi, in parte nella popolazione islamica già presente sul territorio europeo
– gli effetti congiunti di crisi economica (ancora perdurante con indici di occupazione e consumi proporzionalmente fra i più bassi dal 1945 in poi), dell’ondata migratoria e degli attentati terroristici ha prodotto violente reazioni di tipo populista nei paesi europei che stanno destabilizzando i rispettivi regimi politici.
– questa serie di fenomeni sta generando una situazione internazionale sempre più ingovernabile ed il processo tende a peggiorare; basti considerare lo sbigottimento delle classi dirigenti occidentali che non sanno che fare di fronte alla Brexit ed all’evoluzione della crisi politica in Turchia in qualche modo prodotte proprio dai processi che abbiamo descritto subito sopra.
Fermiamoci qui: certamente non sono mancate le risposte molto rapide ma, sfortunatamente, non delle più riuscite, per cui ogni scelta ha posto le premesse per la crisi successiva ed a tamburo battente. E’ mancata una adeguata considerazione degli effetti controintuitivi che esse avrebbero comportato. Dunque, non sempre immediatezza è garanzia di successo, anzi spesso pregiudica la possibilità di una risposta che, per quanto tempestiva, sia strategicamente più calibrata.
In secondo luogo, il modello dell’”uomo solo al comando” forse (forse…) offre qualche vantaggio nell’immediato, ma, nel medio periodo, comporta anche effetti non desiderabili. L’opinione pubblica, di fronte ad una emergenza qualsiasi, in genere reagisce facendo quadrato intorno al governo e meglio ancora se esso è personificato da un leader dal quale ci si attende la difesa contro la sfida che viene. Spesso questo comporta l’isolamento delle opposizioni e la delegittimazione di ogni dissenso. Ma la gente vuole risultati e non ha una pazienza infinita: se dopo un certo periodo la crisi continua ad imperversare, l’occupazione stagna e il reddito medio scende oppure, se dopo qualche tempo, gli attentati terroristici si infittiscono anzi che diminuire, si produce una sostanziale delegittimazione del sistema che trova sfogo in una ondata di proteste che non si indirizza verso le opposizioni interne al sistema –a suo tempo emarginate- ma in nuovi soggetti molto più radicali e no sempre di ispirazione democratica (basti pensare al Fn francese o ad Alba Dorata in Grecia). Oppure può accadere che la protesta, pur contenuta in limiti democratici, possa produrre situazioni come la Brexit o rendere molto più prossime al successo le istanze secessioniste come sta accadendo in Scozia o Catalogna. Il leader che prima univa la nazione contro la sfida esterna, a quel punto incarna il simbolo della spaccatura ed il paese si scopre più diviso e perciò più debole, il tutto, mentre la democrazia finisce per correre rischi molto seri. Siete sempre convinti che il metodo “dittatore temporaneo” sia preferibile al metodo delle decisioni condivise di una normale democrazia?
D’altra parte, parlare oggi di governabilità significa fare i conti con una governance mondiale sempre più instabile ma sempre più condizionante. Governare come, senza la sovranità monetaria? Quale governabilità con una forte di produzione giuridica del tutto indipendente, e non sottoposta nemmeno alla Costituzione, come la Ue con le sue direttive? E si pensi alla vicenda del bail in.
Dunque, il problema della governabilità c’è ma è cosa molto più sofisticata e complessa di quanto non dica la retorica provinciale e un po’ sgangherata che sostiene questa riforma.

Fonte: aldogiannuli.it 

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