La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 16 settembre 2016

A chi giova? La Costituzione di Renzi è una retrocessione storica

di Paolo Ciofi
Siamo arrivati al redde rationem, al punto di caduta decisivo dei processi politici di questi anni: tale è il senso della controriforma costituzionale. Un vero e proprio stravolgimento della Costituzione, che dallo smantellamento del fondamento del lavoro intende stabilizzare il dominio dell’impresa, cioè del capitale, sull’intera società. La domanda è: a chi giova? Ha sostenuto Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Corte Costituzionale, intervenendo alla riunione del Coordinamento per la difesa della Costituzione: «All’immaginario collettivo, ottenebrato dalla politica menzognera del “neoliberismo”, pensiero unico dominante, deve essere innanzitutto chiarito che dette riforme, obiettivo ultimo e non rinunciabile di Matteo Renzi, non sono di alcuna utilità per il popolo italiano, ma servono soltanto agli interessi economici della “finanza”, cioè delle banche e delle multinazionali, alle quali Renzi, come in genere l’intera classe politica, si è da tempo asservito».
Parole dure, ma veritiere. E infatti hanno detto Sì alla controriforma del governo J.P. Morgan, Citigroup, Goldman Sachs, Soros, Marchionne, Wall Street e il Financial Times. Senza contare l’ambasciatore americano, che è entrato a gamba tesa in una questione che riguarda la sovranità del popolo italiano.
Siamo di fronte a una modernizzazione capitalistica in cui i diritti vengono sostituiti dai bonus, cioè dalle graziose concessioni di chi governa. È il compimento di un’operazione - che a sinistra è stata non compresa se non addirittura assecondata, comunque sottovalutata - cominciata con Berlusconi, il quale agli esordi dichiarava che questa Costituzione è di stampo sovietico perché non tutela l’impresa e la proprietà privata e perciò va cambiata.
D’altra parte, anche in molti ambienti della sinistra si continua a sostenere (vedi l’assemblea di Sinistra Italiana) che questa Costituzione è liberale. Un errore madornale, quando non è una mistificazione. Questa è una Costituzione che non segna il ritorno allo Stato liberale dopo il fascismo, al contrario apre la strada alla transizione verso il socialismo. Non per caso J. P. Morgan - perfettamente in linea con quanto sosteneva Berlusconi - ci dice che bisogna farla fuori perché contiene principi socialisti.
Del pensiero liberale la Costituzione assume la grande conquista storica dei diritti civili, ma respinge la vecchia ideologia proprietaria, comunque riverniciata nelle sue versioni postmoderne, della cittadinanza libera e libertaria perché spogliata di ogni relazione con il gravame soffocante dei rapporti economici. Come se nella società e nel mercato siano uguali il precario e il finanziere; l’operaio che ha perso il lavoro e il Cavaliere Silvio Berlusconi; la lavoratrice “flessibile” messa in mobilità e gli inflessibili e immobili proprietari della Fiat.
Questa clamorosa e sostanziale disuguaglianza fa sì che la particolare compravendita in cui si configura il rapporto di lavoro non sia equiparabile ai contratti retti dal diritto civile, che presuppongono condizioni di parità tra i contraenti. Quindi, perché siano effettivi i diritti dei lavoratori e perché sia reale la libertà delle persone, sono necessari altri interventi di tipo normativo, istituzionale e politico.
Per questo motivo il lavoro diventa un diritto costituzionalmente garantito: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo tale diritto» (articolo 4). Come osservava Togliatti, relatore sui principi sociali della Costituzione, sarà vano aver inscritto nella Carta nuovi diritti «se poi la vita economica continuerà ad essere retta secondo i principi del liberalismo, sulla base dei quali nessuno di questi diritti mai potrà essere garantito». Un inizio di garanzia si avrà solo se «la vita economica del Paese sarà regolata secondo principi nuovi, i quali tendano ad assicurare che l’interesse egoistico ed esclusivo di gruppi privilegiati non possano prevalere sull’interesse della collettività». In caso contrario, tali gruppi, «avranno il monopolio assoluto della nostra ricchezza e della nostra vita»
È un nodo ineludibile su cui occorre fare chiarezza, anche a sinistra. Non si tratta solo di difendere la Costituzione, ma di lottare per applicarla. Si è convinti o no che applicando i principi costituzionali si fuoriesce dal dominio del capitale? E che l’applicazione di questi principi comporta il rovesciamento dei trattati europei? È una questione di visione e di chiarezza sulla strada che si vuole percorrere.
Il progetto di una società di tipo nuovo è realizzabile proprio se il centro di gravità della società e dello Stato non è più la proprietà ma il lavoro, ossia il lavoratore cittadino. La Repubblica democratica fondata sul lavoro, infatti, non solo segna il passaggio verso un ordine nuovo attraverso l’espansione della democrazia, ma del nuovo ordine getta il fondamento che consente di trasformare l’intero assetto dei rapporti economici e sociali, aprendo le porte a una moderna e più vasta cittadinanza.
La società dei proprietari cede il passo alla società dei lavoratori. La figura del cittadino senza qualità sociale, che nel presupposto tacito della proprietà - inviolabile al pari della persona - fondava il diritto, lascia il posto al lavoratore cittadino. Il polveroso principio secondo cui al sovrano apparteneva il potere, al cittadino la proprietà, sacra e inviolabile, viene cancellato da un patto che riconosce nel lavoro il fondamento dello Stato democratico, e perciò pone un limite alla proprietà sottoponendola al vincolo della «funzione sociale» e della «utilità generale».
E’ un vero e proprio rivoluzionamento: rispetto non solo al fascismo, ma anche al vecchio Stato liberale, che al fascismo non fu in grado di opporre un argine. Dalla disuguaglianza esistente tra chi possiede i mezzi di produzione e chi dispone solo della propria forza-lavoro non si può prescindere, ben al di là della asserita uguaglianza di tutti e di tutte di fronte alla legge.
La questione è posta in modo esplicito nell’articolo 3. Nel quale si afferma un principio straordinariamente innovativo e attuale: «E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
Dove è chiaro che si considera necessario intervenire nel cuore del rapporto di produzione capitalistico con tre finalità: assicurare la libertà e l’uguaglianza, garantire il pieno sviluppo della persona umana, consentire ai lavoratori di partecipare in prima persona a tutti gli aspetti della vita del Paese. Il fondamento del lavoro nell’impianto costituzionale ridefinisce dunque concretamente la questione dell’uguaglianza in termini moderni, come pure la questione della libertà.
Ormai è del tutto chiaro che la cancellazione della storia e della memoria del Pci, che è stata sistematicamente praticata in questi anni, è funzionale a un disegno organico di retrocessione storica tenacemente perseguito, che usando la retorica del cambiamento in realtà ci fa regredire verso il passato. C’è un salto qualitativo in questa regressione: dalla disapplicazione della Costituzione stiamo passando alla sterilizzazione definitiva dei suoi principi, anche in conseguenza dei trattati europei che sostituiscono il protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici con il dominio dell’impresa.
Di qui, in vista del referendum costituzionale, la necessità di fare chiarezza su questi aspetti decisivi, che riguardano direttamente la vita delle donne e degli uomini del nostro tempo.

Fonte: paolociofi.it

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